Hannah, a capo del team medico di Sos Mediterranée: “Gli sbarchi selettivi disumani, la Viking tornerà a salvare vite"
di Alessia Candito , di Alessia CanditoTrentatré anni, australiana, dal 2016 ostetrica in aree di crisi, Hannah da due anni è capo del team medico di Sos Mediterranée. "Non mi chiedere il cognome, per favore", dice. Una misura di sicurezza per tutelarsi da un clima d'odio sempre più pesante. Parla dalla Francia, dove insieme al resto dell'equipaggio e ai naufraghi salvati ha finalmente toccato terra dopo tre settimane di missione.
Primo pensiero appena arrivata a Tolone?
"Ero sollevata per aver finalmente toccato terra, ma è stato spaventoso vedere così tanta polizia. Ed ero preoccupata per l'impatto che avrebbe avuto questo ulteriore stress sui naufraghi, già provati da un periodo così lungo in mare".
Sbarcare in Francia, una vittoria o una sc…
Trentatré anni, australiana, dal 2016 ostetrica in aree di crisi, Hannah da due anni è capo del team medico di Sos Mediterranée. "Non mi chiedere il cognome, per favore", dice. Una misura di sicurezza per tutelarsi da un clima d'odio sempre più pesante. Parla dalla Francia, dove insieme al resto dell'equipaggio e ai naufraghi salvati ha finalmente toccato terra dopo tre settimane di missione.
Primo pensiero appena arrivata a Tolone?
"Ero sollevata per aver finalmente toccato terra, ma è stato spaventoso vedere così tanta polizia. Ed ero preoccupata per l'impatto che avrebbe avuto questo ulteriore stress sui naufraghi, già provati da un periodo così lungo in mare".
Sbarcare in Francia, una vittoria o una sconfitta?
"Né l'una, né l'altra, non giochiamo sulla pelle delle persone. La nostra unica preoccupazione era quella di portare a termine il soccorso, cioè far sbarcare tutti in un porto sicuro".
In che misura questa missione è stata diversa dalle altre?
"Per il grado di incertezza. Non sapevamo per quanto avremmo dovuto prenderci cura dei naufraghi a bordo, dove sarebbero sbarcati. Gestire pazienti e persone fragili in queste condizioni è gravoso. Lascia perplessi anche trovarsi al centro di una crisi umanitaria pur essendo così vicini all'Europa".
Avvrebbe mai immaginato una situazione del genere?
"Assolutamente no. Quando navigavamo al largo di Catania, con l'Etna in lontananza, anche i naufraghi a bordo avevano difficoltà a capire perché l'Europa li ignorasse. È stato particolarmente difficile rassicurarli quando c'era maltempo, perché non riuscivano a capire come mai un Paese europeo potesse lasciarli esposti alle intemperie e mettere a rischio la loro salute".
Mentre eravate al largo della Sicilia, a Catania si è proceduto allo sbarco selettivo dei naufraghi.
"Il comportamento delle autorità italiane è stato disumano, immorale e illegale. Siamo un'organizzazione marittima e umanitaria, a tutela dei naufraghi a bordo non accetteremo mai questo tipo di soluzione. E ci siamo rifiutati di esporre le persone salvate e il nostro team a una situazione del genere per ovvie ragioni di sicurezza e umanitarie. La nostra missione non è politica, il nostro unico scopo è salvare le vite delle persone in mare".
Col senno di poi, avreste agito nello stesso modo?
"Abbiamo seguito alla lettera i principi del diritto del mare e le norme internazionali, dando priorità alla sicurezza dei naufraghi, dell'equipaggio e della nave. Non possiamo dire se in futuro agiremo così o in modo diverso, perché dipende da molti fattori, ma di certo ci auguriamo di non dover mai più affrontare una situazione simile".
Tornerete in mare?
"Certamente, il prima possibile".
Se dall'Italia arrivasse l'indicazione della Tunisia come porto sicuro cosa fareste?
"Parliamo di un Paese che non ha centro di coordinamento per il soccorso in mare ufficialmente riconosciuto dalle Nazioni Unite. Lo sbarco in Tunisia non sarebbe possibile dal punto di vista della sicurezza, perché dovrebbe avvenire sotto costrizione e noi rifiutiamo categoricamente di mettere a rischio la sicurezza di naufraghi, equipaggio e nave".
C'è un messaggio che vorrebbe inviare?
"La mancanza di coordinamento dei soccorsi e gli stalli in mare mettono a rischio vite umane e tutti gli Stati europei devono garantire che le persone non vengano mai più lasciate in attesa per 21 giorni a bordo dopo essere state soccorse".
Cosa accadrebbe se alle navi come la vostra fosse impedito di continuare ad operare?
"Un numero maggiore di persone morirebbe nel Mediterraneo centrale. Null'altro".