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Migranti, effetto Saied: i subsahariani in coda a Sfax per imbarcarsi

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"Questo Paese non ci vuole più", racconta Ahmed Silla, ivoriano. Come lui, migliaia hanno perso il lavoro dopo la stretta contro i "clandestini"
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SFAX - "Non mi sono mai gettato nel mare". E dire che Ahmed Silla vive a Sfax da due anni. Le spiagge dei dintorni di questa città industriale, la capitale economica della Tunisia, non lo hanno mai tentato. Le loro acque cristalline. "La spiaggia non m'interessa. Stare lì a non fare niente. Mi piace lavorare". Un bel sorriso e un fisico atletico, Ahmed, 25 anni, non ha imparato a nuotare nel villaggio dell'interno della Costa d'Avorio, da dove proviene. Ma è pronto a saltare su un barcone, diretto a Lampedusa, 180 km al largo da qui. "Fino a un mese fa non ci pensavo. Poi, dopo le parole del presidente Kais Saied contro i migranti subsahariani, ho perso tutto. Meglio utilizzare i miei risparmi per partire, prima di finire per strada". 

Soffia il vento dal mare stasera su Sfax. Ma al Bab Jebli, una delle antiche porte di accesso alla Medina, solleva solo polvere e sacchetti di plastica. Il mercato all'estern…

SFAX - "Non mi sono mai gettato nel mare". E dire che Ahmed Silla vive a Sfax da due anni. Le spiagge dei dintorni di questa città industriale, la capitale economica della Tunisia, non lo hanno mai tentato. Le loro acque cristalline. "La spiaggia non m'interessa. Stare lì a non fare niente. Mi piace lavorare". Un bel sorriso e un fisico atletico, Ahmed, 25 anni, non ha imparato a nuotare nel villaggio dell'interno della Costa d'Avorio, da dove proviene. Ma è pronto a saltare su un barcone, diretto a Lampedusa, 180 km al largo da qui. "Fino a un mese fa non ci pensavo. Poi, dopo le parole del presidente Kais Saied contro i migranti subsahariani, ho perso tutto. Meglio utilizzare i miei risparmi per partire, prima di finire per strada". 

Soffia il vento dal mare stasera su Sfax. Ma al Bab Jebli, una delle antiche porte di accesso alla Medina, solleva solo polvere e sacchetti di plastica. Il mercato all'esterno, un'accozzaglia di vestiti usati e di verdure e frutta di scarto, attira un pubblico disagiato, fatto di migranti subsahariani e di tunisini dalle scarse risorse. Fuori di qui Sfax è un insieme di edifici art déco, che hanno visto altri fasti, e scatoloni di cemento sbiaditi, residui dell'illusione degli anni Novanta e Duemila, quando la Tunisia voleva cavalcare la globalizzazione nascente. Oggi questa città di un milione di abitanti arranca, bene o male, con le sue imprese familiari, l'olio d'oliva, il porto. Così da anni i migranti subsahariani, al termine di lunghi peripli, arrivano qui. Sanno che troveranno un lavoretto. E, se vorranno, si pagheranno un passaggio nel barcone. 

La campagna di odio contro i i subsahariani

Ma l'atmosfera ormai è pesante al mercato di Bab Jebli. Ahmed è qui con i suoi amici. Tutti hanno perso il proprio lavoro dopo che, lo scorso 21 febbraio, Saied ha puntato il dito contro le "orde di migranti clandestini" all'origine di "violenze e crimini", varando misure contro i subsahariani (secondo i dati ufficiali, sono 21mila, ma certe stime arrivano a 50mila). Tanti proprietari di appartamenti li hanno sbattuti fuori, per paura dei controlli della polizia. "Io lavoravo come operario nella metallurgia, fabbricavo armature. Il mio datore di lavoro mi ha detto: non venire più per un po', aspettiamo che si calmino le acque. All'inizio pensavo: lo farà, qui hanno bisogno della nostra manodopera, tanti giovani non accettano lavori manuali a stipendi bassi come quelli della Tunisia. Ma lui non richiama. Non mi resta che andare in Italia". 

Razzismo quotidiano

Ahmed parla e i venditori tunisini accanto diventano minacciosi. Le aggressioni violente dei primi giorni, dopo le parole di Saied, sono diminuite "ma è rimasto un razzismo quotidiano. Adesso chiunque si permette di dire e fare quello che vuole", sottolinea Paul Laurent Nyobe Lipot, 29 anni (e da dieci a Sfax). E dire che lui è stato a lungo il simbolo dell'integrazione in città. Aveva creato un incubatore di imprese di migranti, in locali dal piglio di startup, in un edificio bianco immacolato, a pochi metri dal porto. Ora sono chiusi e Paul Laurent lavora da casa, per i pochi progetti che gli restano. Esce poco, ha paura. È andato alla Posta per fare un bonifico e gli hanno detto che lui, subsahariano (con permesso di soggiorno) non poteva farlo: una pazzia. "Per questo in tanti, che pure sarebbero rimasti, partono. Che l'Italia non si sorprenda degli sbarchi, deve ringraziare Saied". Finora, dall'inizio dell'anno, dalla Tunisia sono arrivati più di 12mila migranti sui barconi, il triplo rispetto allo stesso periodo del 2022. Un terzo sono equamente ripartiti tra Costa d'Avorio e Guinea, le due nazionalità di subsahariani più presenti in Tunisia. 

Sfax a rischio fallimento

Secondo Nyobe Lipot stanno partendo anche migranti "nuovi". "Dalla scorsa estate sono giunti in gran numero - sottolinea - dalla Libia, ma soprattutto dall'Algeria. È come se questo Paese avesse spinto quelli fermati e chiusi nei campi verso Sfax. Il loro unico obiettivo è partire per l'Italia. Hanno cominciato a bivaccare per strada e ci sono stati atti di violenza, ma soprattutto contro di noi, subsahariani che vivevamo qui in pace da anni. Sono le violenze di cui Saied parla e che non ha saputo gestire". Sono i migranti più poveri che si aggirano anche al mercato di Bab Jebli. Nyobe Lipot ricorda pure che, "dopo aver licenziato i subsahariani, i social sono pieni di offerte di lavoro delle imprese di Sfax, che i locali non accettano". Il modello di produzione low cost di Sfax, basato sull'impiego di molti stranieri, rischia di fallire. 

Sono le 18 e Hamida Chaieb esce dal Palazzo di Giustizia. È avvocatessa ma anche membro della Lega tunisina dei diritti umani. Stasera accompagnerà dei subsahariani all'ospedale. "Qui la legge prevede che anche gli immigrati irregolari hanno diritto all'assistenza sanitaria - ricorda -. E la legge va rispettata". Si dice triste per le parole di Saied. Ma assicura che "la società civile farà in modo che la Tunisia resti quello che è sempre stato, un Paese di accoglienza". A Sfax, in particolare, c'è un'antica tradizione associativa, memore di lotte sindacali e per la libertà. Ma intanto stanotte nuovi barconi solcheranno il Mediterraneo.