✕

Processo Sloane avenue, verso le richieste di condanna per il cardinale Becciu e gli altri imputati

(ansa)
Il pm Alessandro Diddi conclude domani la sua requisitoria sulla “voragine” creata nelle casse della Segreteria di Stato dalla compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra. La sentenza entro la fine dell’anno
4 minuti di lettura

Con la richiesta delle condanne da parte della pubblica accusa, mercoledì 26 luglio, giunge a maturazione in Vaticano un processo che ha già segnato diversi primati: quello incentrato sulla compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra, infatti, è il più grande procedimento che si sia svolto sinora nel tribunale dello Stato Pontificio; prima ancora di cominciare ha avuto una ricaduta politica maggiore, con la decisione del Papa di privare la Segreteria di Stato dell’autonomia di cassa; e, sempre per decisione di Francesco, per la prima volta un cardinale, Giovanni Angelo Becciu, siede sul banco degli imputati.

Maxi processo

Prima di questo maxi-processo, iniziato a luglio di due anni fa, un porporato non veniva giudicato dal tribunale ordinario, ma da una corte di altri cardinali, ma Jorge Mario Bergoglio ha modificato la norma. Insieme al porporato sardo sono ben nove gli imputati: officiali vaticani, finanzieri, broker e anche una sedicente esperta di intelligence. Tra i di…

Con la richiesta delle condanne da parte della pubblica accusa, mercoledì 26 luglio, giunge a maturazione in Vaticano un processo che ha già segnato diversi primati: quello incentrato sulla compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra, infatti, è il più grande procedimento che si sia svolto sinora nel tribunale dello Stato Pontificio; prima ancora di cominciare ha avuto una ricaduta politica maggiore, con la decisione del Papa di privare la Segreteria di Stato dell’autonomia di cassa; e, sempre per decisione di Francesco, per la prima volta un cardinale, Giovanni Angelo Becciu, siede sul banco degli imputati.

Maxi processo

Prima di questo maxi-processo, iniziato a luglio di due anni fa, un porporato non veniva giudicato dal tribunale ordinario, ma da una corte di altri cardinali, ma Jorge Mario Bergoglio ha modificato la norma. Insieme al porporato sardo sono ben nove gli imputati: officiali vaticani, finanzieri, broker e anche una sedicente esperta di intelligence. Tra i diversi capi di accusa, peculato, truffa aggravata, estorsione, riciclaggio ed autoriciclaggio. Dopo la pausa estiva verranno ascoltati gli avvocati degli imputati e delle parti civili, il tribunale presieduto da Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma, dovrebbe emettere una sentenza entro la fine dell’anno.

La tesi dell’accusa, portata avanti dal “promotore di giustizia” Alessandro Diddi – che in Italia è avvocato del foro di Roma – è che la Segreteria di Stato, all’epoca in cui Becciu era Sostituto agli Affari generali, cioè l’uomo-chiave della burocrazia vaticana, investì una somma ingente in un’operazione altamente speculativa che si rivelò una “voragine enorme” per il bilancio. Se su questo non ci sono dubbi – l’ammanco è valutato in una forchetta che va dai 139 ai 189 milioni di euro – dimostrare che di truffa si sia trattato, e individuare chi ha truffato, sia dentro che fuori dalle Mura leonine, è un’impresa meno scontata per la procura vaticana.

La scure del Papa

Prima ancora che il tribunale stabilisca la verità giudiziaria, il processo ha squadernato in pubblico un ambiente di opacità, incompetenze, decisioni arbitrarie, mancanza di rendicontazione e controlli, ragnatele di rapporti personali che prendono il sopravvento su quelli istituzionali. Tanto che a dicembre del 2020 il Papa ha già deciso di trasferire i fondi fino ad allora gestiti dalla Segreteria di Stato sotto la ben più monitorata Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa). Tra i colpi di scena, è emerso che Becciu ha registrato una telefonata con il Papa, nei giorni in cui era convalescente per un’operazione al colon, nella quale il cardinale cercava di avere a voce da Francesco garanzie sul proprio destino che non era riuscito ad ottenere per iscritto.

Tre filoni

Il processo sul palazzo di Sloane avenue, a Londra, ha incluso altri due filoni, emersi nel corso delle indagini. Il primo riguarda le donazioni di 125mila euro che Becciu ha versato sul conto di un’associazione, legata alla Caritas sarda di Ozieri, che all’epoca era presieduta da uno dei suoi fratelli. Il secondo filone riguarda il versamento di 575mila euro a Cecilia Marogna, una donna che si presenta come esperta di intelligence, che avrebbe aiutato la Santa Sede a liberare una suora rapita in Mali da terroristi vicini ad al-Qaida, ed ha poi impiegato il denaro ricevuto in spese esose di articoli di lusso.

Il cardinale ancora oggi ha protestato per essere stato “dipinto in modo deformante” e si è detto “sfregiato come uomo e prete”: “Respingo con sdegno e ribrezzo le frasi insinuanti e offensive sulla mia vita sacerdotale e di servitore del Papa!”, ha affermato Becciu in una nota: “Non può un uomo che si vanta di operare a nome del Papa cadere in simili bassezze!”.

Critiche all’accusa

Di udienza in udienza, l’ufficio del promotore di giustizia, così come il tribunale vaticano e lo stesso Pontefice, sono stati bersagliati di critiche da parte degli avvocati difensori nonché di alcuni opinionisti. I sostenitori di Becciu, che ha sempre protestato la propria innocenza, lamentano che il porporato sia stato già condannato senza prove. In realtà il Papa lo ha sospeso dai diritti cardinalizi e dimesso dalla guida del dicastero che presiedeva, responsabile delle Cause dei santi, come accade in un governo repubblicano quando un ministro finito sotto indagine lascia l’incarico in attesa del giudizio. Il Papa, è un'altra critica, è intervenuto con “rescritti” che hanno modificato l’ordinamento giudiziario a processo già avviato. Gli avvocati hanno più volte dovuto reclamare l’accesso agli atti citati, ma non depositati, della pubblica accusa.

Diddi ha replicato alle numerose critiche dell’impianto accusatorio, rivendicando di non aver seguito alcun “teorema”, precisando che il processo “non è contro la Segreteria di Stato” e denunciando, invece, una “campagna stampa” contro i magistrati. Un’accusa, questa, ripetuta ancora oggi: "Che questo ufficio sia fatto di “puzzolenti” e “porci” è uscito sulla stampa italiana ed emerge dalle chat. Non c'è stato mai un atto di resipiscenza da parte del cardinale su questi giudizi".

Il rebus Perlasca

Particolarmente controversa, poi, la figura di monsignor Alberto Perlasca. Responsabile dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, non è stato incluso nella lista degli imputati, ed ha anzi testimoniato contro Becciu. “E’ come se il Promotore di Giustizia mi avesse scambiato con Perlasca, Capo ufficio dell'Amministrazione della Segreteria di Stato, mentre ho svolto il ruolo di Sostituto”, ha dichiarato in aula il cardinale Becciu: “Il Promotore mi ha attribuito responsabilità che non avevo”. La testimonianza di Perlasca è apparsa tanto più dubbia quando è emerso che un memoriale che ha consegnato agli inquirenti non era spontaneo ma frutto dei suggerimenti di due donne, Genoveffa Ciferri e Francesca Immacolata Chaouqui. Il promotore di giustizia, nel corso della sua requisitoria finale, è sembrato peraltro voler minimizzare il ruolo di Perlasca, precisando che non era un “supertestimone”, e prenderne le distanze, quando ha sottolineato che si tratta di “una persona molto fragile” che pur con una testimonianza “piuttosto altalenante” ha però fornito “notizia di reato”.

La strategia del pm

Quelle che sono state fatte “sono state operazioni altamente speculative”, ha detto il procuratore: “Credo che in tutto il mondo non ci sia un solo fedele che abbia dato un euro alla Chiesa pensando che sarebbe stato usato nelle scorribande finanziarie di Raffaele Mincione”, il finanziere che ha assistito la Santa Sede nella gestione dell’immobile.

Il promotore di giustizia ha modificato, nell’arringa finale, un dettaglio rilevante: i soldi persi, ha detto, non sarebbero provenuti tanto dall’obolo di San Pietro, la colletta che ogni anno proviene dai fedeli di tutto il mondo, quanto dal versamento annuale dello Ior al Papa.

La strategia dell’accusa punta a dimostrare la “regia” di Becciu nella decisione di acquisire il palazzo di Londra. Se gli avvocati di Becciu hanno sottolineato che il cardinale agiva seguendo le indicazioni dei superiori (il Papa e il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin) e i suggerimenti dei sottoposti (in particolare di monsignor Perlasca), Diddi ha invece affermato che le decisioni discendevano da lui e avrebbero ignorato “il vincolo di destinazione” dei fondi raccolti, ossia “il mantenimento della Sede apostolica nel complesso delle sue attività o per scopi missionari e caritativi”. Il procuratore ha inoltre accusato Becciu di essersi frapposto ai tentativi di riforma finanziaria promossi già a inizio pontificato dal defunto cardinale Georg Pell, primo prefetto della Segreteria per l’economia istituita da Francesco. E ha sottolineato che quando il cardinale sardo era ormai prefetto della congregazione per le Cause dei santi, ha inoltrato due offerte di di riacquisto, che furono poi declinate, provenienti dal fondo statunitense Fenton Whelan e da Giancarlo Innocenzi Botti: per la pubblica accusa, “la più grande pagliacciata che si sia potuto immaginare in questo procedimento”, la cui “regia”, ancora una volta, sarebbe di Becciu, per “dimostrare che era un buon affare” trovando “qualcuno che ci mettesse la faccia”. Domani, mercoledì, in occasione della 67esima udienza, il promotore di giustizia formulerà la richiesta delle condanne per Becciu e per gli altri imputati.

Leggi i commenti