Alluvione delle Marche, un anno dopo. La mamma di Mattia: “L’ho stretto forte, ma quell’acqua rabbiosa me l’ha portato via. Ora chiedo solo che le indagini si chiudano”
dalla nostra inviata Romina MarcecaBARBARA (ANCONA) – Silvia arriva con l’auto nel giardino dedicato a Mattia. “Che bel sole, qui è un paradiso quando ci sono queste giornate”, dice prima di sedersi sulla panchina dalla quale guarda la foto di “Matti” esposta all’ingresso del parco giochi. Ma è in questo paradiso di verde e piste ciclabili, ruscelli e ponti in pietra, il canto delle cicale in sottofondo, tra Barbara e Castelleone di Suasa, che il suo bambino di 8 anni è stato inghiottito il 15 settembre del 2022 durante l’alluvione che ha colpito le Marche. Silvia Mereu era in macchina con il figlio quella sera e stava tornando a casa quando l’auto è stata travolta. “Abbiamo abbandonato la macchina che si è spenta per l’acqua che ha invaso la strada”, ricorda. Lei non ha potuto far nulla per strappare il figlio dalle braccia del mostro di fango e pietre, tronchi e detriti. “Mi sono sentita in colpa perché io mi stavo salvando e Mattia era scomparso, afferrato dalle mie spalle da quel mare rabbioso. È difficile and…
BARBARA (ANCONA) – Silvia arriva con l’auto nel giardino dedicato a Mattia. “Che bel sole, qui è un paradiso quando ci sono queste giornate”, dice prima di sedersi sulla panchina dalla quale guarda la foto di “Matti” esposta all’ingresso del parco giochi. Ma è in questo paradiso di verde e piste ciclabili, ruscelli e ponti in pietra, il canto delle cicale in sottofondo, tra Barbara e Castelleone di Suasa, che il suo bambino di 8 anni è stato inghiottito il 15 settembre del 2022 durante l’alluvione che ha colpito le Marche. Silvia Mereu era in macchina con il figlio quella sera e stava tornando a casa quando l’auto è stata travolta. “Abbiamo abbandonato la macchina che si è spenta per l’acqua che ha invaso la strada”, ricorda. Lei non ha potuto far nulla per strappare il figlio dalle braccia del mostro di fango e pietre, tronchi e detriti. “Mi sono sentita in colpa perché io mi stavo salvando e Mattia era scomparso, afferrato dalle mie spalle da quel mare rabbioso. È difficile andare avanti – dice – quando perdi tutto quello che avevi. Per questo chiedo con forza che le indagini si concludano al più presto per dare almeno la riposta alla nostra unica domanda: “Perché Matti è morto?”.
Cosa ricorda di quella sera?
“Le immagini sono dei flash che rimbombano nella mia testa. Io che tento di fare retromarcia davanti a quell’onda che sta per sovrastarci, l’auto che si inclina all’improvviso, Matti seduto accanto a me che asciuga con le mani gli schizzi che gli arrivano sui pantaloncini. E, poi, quel pianto nel buio quando l’auto finisce contro un ostacolo, forse un albero, e si riempie d’acqua. L’ho preso in braccio, l’ho stretto così forte che per giorni mi è rimasto un livido sulla guancia".
Cosa ha fatto?
“A Castelleone di Susa la luce era andata via all’improvviso. Avevo Mattia sulle spalle e cercavo di nuotare ma quel mare in tempesta sulla strada ha raggiunto almeno i cinque metri d’altezza e scorreva alimentato da una forza tale che ha trascinato via Matti. Il cielo era viola, i fulmini illuminavano ogni tanto la melma nera. Urlavo a squarciagola il suo nome. Sono rimasta per due ore su una collinetta che ho raggiunto a bracciate, speravo che Matti venisse da me e che quelle onde me lo restituissero”.
Poi è stata salvata dai vigili del fuoco.
“Mi hanno messa in salvo intorno alle 22,30 ma di certo sono rimasta priva di sensi per molto tempo. Il fango nelle orecchie mi è rimasto per due mesi, la polmonite è durata per settimane”.
È più tornata nella casa dove viveva con Mattia?
“Non riesco più ad abitare stabilmente nella nostra casa e non voglio che nessuno ci entri. Ci vado quasi ogni giorno e piego i vestiti di Matti, sistemo, per non perdere la routine di mamma che non ho più. La sua stanza è rimasta identica all’ultimo giorno che è uscito da lì, con tutti i peluche per aria e quel disordine allegro che solo lui riusciva a portare in casa”.
Tredici vittime e nessun indagato dopo un anno.
“Non comprendo perché le indagini non si chiudono. Come non capisco perché qui è tutto come quella sera”.
Anche nel punto in cui è stata travolta con suo figlio?
“Sì, alberi e detriti sono ancora lì. Sopra il fango è cresciuta l’erba”.
La premier Meloni aveva detto che non si sarebbe dimenticata del 15 settembre.
“Siamo una popolazione abbandonata in attesa della prossima alluvione. Non ho cosa replicare se non chiedere di vigilare sui fondi che arriveranno per sistemare il nostro territorio. Questo è l’unico modo per non dimenticare le nostre vittime”.
Quel giorno lei è partita da Barbara senza alcuna avvisaglia di quella tragedia.
“Pioveva ma nulla di particolare, non c’era vento. Sono riuscita a percorrere quattro chilometri e poi è l’inferno. Se fosse arrivato un allarme in tempo, avrei ancora il mio bambino. Bastava chiudere le strade lungo il torrente Fanella, affluente del Nevola. Invece alle 20 sono andata via da Barbara per andare a casa a San Pietro e non ci sono mai arrivata”.
Com’è la vita senza Mattia?
“È vuota. All’inizio dolore e rabbia erano intollerabili. Lui era tutto e proprio perché era un bambino speciale stavamo sempre insieme. Restano i giardini dedicati a lui e i ricordi di un figlio meraviglioso. L’alluvione mi ha portato via anche il mio cellulare con tante foto e video persi per sempre”.
E adesso?
“Con il papà di Mattia vorremmo scrivere un fumetto da distribuire nelle scuole in cui il protagonista è il nostro piccolo, speriamo che qualcuno lo pubblichi. Perché la forza della conoscenza di cosa è accaduto secondo noi può aiutare le nuove generazioni a tutelare e a battersi per il nostro territorio”.