✕

Cardinale Pizzaballa: “Il modello Gerusalemme per la Chiesa di oggi sempre più globalizzata”

(ansa)
Intervista al Patriarca Gerusalemme elevato sabato alla dignità cardinalizia al Concistoro presieduto da Francesco: “La nostra Gerusalemme cristiana, il Patriarcato, a questo punto deve parlare pensando non solo al suo gregge ma anche al contesto della Chiesa universale”
2 minuti di lettura

Gerusalemme è un laboratorio per una Chiesa sempre più globalizzata. Lo spiega nella sua prima intervista dopo il Concistoro presieduto sabato da papa Francesco il neocardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei latini.

È la prima volta che il Patriarca di Gerusalemme diventa cardinale: come interpretare questa novità?

«Credo che, al di là della persona, sia un riconoscimento della centralità di Gerusalemme nel contesto mediorientale e della Chiesa. Gerusalemme è un laboratorio: è l’unica realtà dove tutte le Chiese vivono insieme, in un regime condominiale non privo di difficoltà, e dove il dialogo interreligioso è vitale, perché dal rapporto tra ebrei, cristiani e musulmani dipende la vita della città. È un laboratorio che penso abbia qualcosa da dire alla Chiesa, inserita in una società che sarà sempre di più plurireligiosa e pluriculturale. Le immigrazioni cambieranno il volto delle società e la renderanno più simile a Gerusalemme. Il mondo occidentale attende s…

Gerusalemme è un laboratorio per una Chiesa sempre più globalizzata. Lo spiega nella sua prima intervista dopo il Concistoro presieduto sabato da papa Francesco il neocardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei latini.

È la prima volta che il Patriarca di Gerusalemme diventa cardinale: come interpretare questa novità?

«Credo che, al di là della persona, sia un riconoscimento della centralità di Gerusalemme nel contesto mediorientale e della Chiesa. Gerusalemme è un laboratorio: è l’unica realtà dove tutte le Chiese vivono insieme, in un regime condominiale non privo di difficoltà, e dove il dialogo interreligioso è vitale, perché dal rapporto tra ebrei, cristiani e musulmani dipende la vita della città. È un laboratorio che penso abbia qualcosa da dire alla Chiesa, inserita in una società che sarà sempre di più plurireligiosa e pluriculturale. Le immigrazioni cambieranno il volto delle società e la renderanno più simile a Gerusalemme. Il mondo occidentale attende soluzioni ai problemi, Gerusalemme insegna, con molto realismo, che ci sono problemi che non hanno soluzioni immediate, con i quali bisogna imparare a vivere. La Chiesa può contribuire attraverso dialoghi, incontri, la fatica di trovare un linguaggio che non sia esclusivo».

Come immagina il suo ruolo?

«Lo vivo come una responsabilità. La nostra Gerusalemme cristiana, il Patriarcato, a questo punto deve parlare pensando non solo al suo gregge ma anche al contesto della Chiesa universale».

Quando il Papa a Gerusalemme incontrò Netanyahu, lei fece l’interprete sia per l’uno che per l’altro: come si fa a essere affidabili per persone così diverse?

«Bisogna essere se stessi. Chiari, veri, rispettosi. Un leader religioso parla con tutti. Cercare di comprendere le ragioni dell’altro, che non significa necessariamente condividerle. In Terra Santa è importante la chiarezza. Le persone chiare sono stimate. Serenamente chiare, senza polemica o astio, conservando anche il carattere umano delle relazioni».

La Chiesa è sempre più globale?

«È sempre più globale e plurale. Fino a 60 anni fa due terzi dei cattolici erano nei paesi occidentali, oggi due terzi dei cattolici sono fuori dai paesi occidentali. La grandissima maggioranza delle Chiese è nata in questi ultimi 50, 60 anni, in Asia, in Africa. I cardinali da tutto il mondo devono portare a Roma, a Pietro, questo sguardo, che deve imparare ad accogliere questa visione globale».

Insieme alle diversità possono emergere le tensioni.

«Le tensioni, le diversità sono inevitabili quando si è plurali. La Chiesa è nata a Pentecoste, a Gerusalemme, dove Parti, Elamiti, Medi, Ebrei, Arabi sentivano parlare delle meraviglie di Dio ma si capivano. L’importante è che ci sia una comprensione comune sulle questioni fondamentali, fede, preghiera, liturgia».

In questa cornice che ruolo può avere il clero italiano?

«Credo che l’Italia, ma l’Europa in generale, abbia una capacità di dare espressione alle nuove realtà della Chiesa, grazie alla propria storia, così complessa e ricca».

Qual è il contributo della Chiesa sul tema delle migrazioni?

«Credo che la Chiesa possa lavorare su due aspetti: aiutare a gestire questa situazione, che non saranno i muri a risolvere, e cercare di comprendere come interpretare anche dal punto di vista sociale questo fenomeno».

In Europa non tutti i paesi lavorano all’integrazione.

«Mi pare che ci sia un po’ di immaturità nel definire l’integrazione: chi integra chi e cosa? Integrare chi arriva, ma anche chi arriva deve integrare quel che trova. Ci sono aspetti della vita sociale europea e occidentale che non sono oggetto di discussione: la libertà di coscienza, l’uguaglianza tra uomo e donna».

Calano le vocazioni: lei che suggerimento darebbe?

«La vocazione alla vita religiosa ha senso se hai un desiderio di assoluto. La crisi delle vocazioni forse viene anche da questi contesti in cui è tutto relativo, il “per sempre” spaventa».

Leggi i commenti