Cronaca

L’uomo che vive sotto il cavalcavia della morte: “Ma quella sera ero a lavorare”

Arim

Arim

 

Arim è un bengalese di 39 anni, due figli: vende ombrelli alla stazione di Venezia Santa Lucia. Martedì sera, quando il pullman è volato giù, lui a Mestre non c’era

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MESTRE – Dalla strada lo scorgi appena. E’ un puntino, una sagoma che si muove tra due dei piloni che sorreggono il ponte e che sono diventati le pareti e allo stesso tempo le porte della sua “casa”. Per vederlo devi fermarti pochi metri prima dei fiori lasciati in memoria delle vittime oltre il guardrail; volti lo sguardo verso sinistra, lo getti oltre il cumulo di spazzatura, detriti, ferri vecchi, cartelli stradali abbandonati, materiale edile arrugginito, bottiglie, plastica.

Arim ha il sorriso spiazzante degli ultimi, dei disperati. Dentro quel sorriso si scioglie la paura per la visita inaspettata del cronista. “Sei un poliziotto?”, chiede. “No”. Voglio solo sapere chi è e come vive l’uomo che abita sotto il cavalcavia della morte, qui, sotto la rampa della Vempa che martedì ha aperto le soglie dell’inferno al bus carico di 36 turisti, ventuno morti. Quando arrivo – è mattina – Arim è un corpo piegato su una pentola e su un fornello da campeggio. “Sto cucinando… carne”.

Ha 39 anni, del Bangladesh, due figli. Sbarca il lunario vendendo ombrelli alla stazione di Venezia Santa Lucia. Da tre settimane Arim si è stabilito sotto il ponte della strage, quello che passa sopra i binari tra Porto Marghera alla stazione di Mestre. Solo con sé stesso. Il rombo degli autoveicoli, dei camion, dei pullman a tenergli compagnia. Un materasso, un cuscino rosso, quattro pentole, un carrello da supermercato dove tiene le sue cose; sopra, vestiti e indumenti. E cartoni, coperte.

Eccolo il giaciglio di Arim. Dal materasso si vede penzolare la striscia di plastica bianca e rossa con cui martedì notte i vigili del fuoco hanno “sigillato” la parte sfondata del parapetto – il nome più appropriato sarebbe “ringhiera”. Se ci si allontana di qualche metro dal rifugio del clochard e si va verso la strada, sopra, spuntano i ferri spiantati della protezione che come burro si è sciolta sotto il peso del bus noleggiato dal Camping Hu in Town per trasportare i suoi ospiti.

Arim, al momento dello schianto, non era “a casa”. “Ero alla stazione a lavorare", racconta in un discreto italiano. “Quando sono arrivato ho visto tante persone, ambulanze, polizia, carabinieri. Tante luci. Mi hanno detto che non potevo entrare”. Entrare vuol dire superare lo sbarramento con cui la zona dell’incidente è stata isolata per permettere i soccorsi.

La mattina alle 5, dopo che la carcassa del bus elettrico è stata rimossa, Arim si è riaffacciato nello spicchio di asfalto che ha come tetto la rampa. Ha visto che le sue cose erano ancora lì. Nessuno aveva portato via niente. Nel pomeriggio è tornato. Magro, barba e capelli scuri, gli occhi chiari, lo sguardo profondo e arreso di chi sopravvive. Pantaloncini e maglietta neri, ciabatte. Se martedì sera Arim fosse stato qui nel tugurio dove si è trasferito ventuno giorni fa, avrebbe visto il bus della morte volargli davanti agli occhi, prima dello schianto sui binari che sono a dieci metri in linea d’aria dal suo letto. “Ho sentito che sono morti anche dei bambini. Io ho due figli piccoli, in Bangladesh, mando loro dei soldi quando riesco a racimolare qualcosa”.

Ecco: in questa storia devastante della spoon river mestrina mancava solo la disperazione di un senza tetto che vive sotto il ponte che resterà. assieme ad altri, nella storia delle stragi italiane. Sembra un sigillo sul dolore. “Starò qui finché non troverò un posto letto. Mi hanno promesso un letto a 100 euro al mese, insieme a altri bengalesi, in una casa. Trecento al mese anche con il cibo. Ma non riesco. E per ora starò qui”. Arim accetta di farsi fotografare. Nella sua estrema dignità si lava la faccia con una bottiglia d’acqua, si asciuga.

Mi saluta con un sorriso e un cenno lieve della mano. Passano un’ambulanza, una macchina della polizia municipale, auto, moto, camion. Nessuno lo nota, là in fondo, tra i piloni e la parete di cemento di un deposito. Sono passate 48 ore dall’inferno. L’uomo del cavalcavia tra un po’ andrà a Venezia a vendere ombrelli ai turisti.

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