Un alito di vento al risveglio di Roma si è portato via 21 grammi dal corpo di un uomo che è stato Papa. Ha affidato a quell’assenza minima eppur decisiva il mistero di una conseguenza che si svela a chi se ne va e grava su chi resta. Oltre i confini del dolore, della legittima paura, preso per mano dalla sua fede incarnata, Jorge Mario Bergoglio, si è avviato verso quella porta attraversata la quale, parole sue, «c’è la festa, soltanto un passaggio e poi la festa». Al di qua della soglia, invece: il lutto, lo sgomento, il presagio di una svolta che a tutto s’adegui, del possibile rinnegamento. E la sede vacante: per alcuni un vuoto, per altri un’occasione.
La Storia non si ferma, non riflette su sé stessa, avanza dandosi un si…
Un alito di vento al risveglio di Roma si è portato via 21 grammi dal corpo di un uomo che è stato Papa. Ha affidato a quell’assenza minima eppur decisiva il mistero di una conseguenza che si svela a chi se ne va e grava su chi resta. Oltre i confini del dolore, della legittima paura, preso per mano dalla sua fede incarnata, Jorge Mario Bergoglio, si è avviato verso quella porta attraversata la quale, parole sue, «c’è la festa, soltanto un passaggio e poi la festa». Al di qua della soglia, invece: il lutto, lo sgomento, il presagio di una svolta che a tutto s’adegui, del possibile rinnegamento. E la sede vacante: per alcuni un vuoto, per altri un’occasione.
La Storia non si ferma, non riflette su sé stessa, avanza dandosi un significato mentre si compie. Siamo noi a cercare di capirla dopo che ha già travolto uomini e destini. Pochi hanno l’innaturale forza per tentare, se non di piegarla, di graffiarla, lasciare un segno del loro passaggio che i posteri possano scrutare per decifrarlo, come un’anonima iscrizione d’amore sull’albero della vita. Papa Francesco è stato tra quelli, per chi lo ha amato, per chi lo ha rispettato e anche, forse ancor di più, per chi lo ha criticato e detestato.
Lo è stato per 4.422 giorni, ma soprattutto negli ultimi 28, da quando è stato dimesso in maniera inattesa dall’ospedale Gemelli e ha passato con l’evidenziatore la summa del suo pontificato. Da gesuita ha seguito nel finale il percorso di sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’Ordine. Di lui, la vigilia dei santi Pietro e Paolo, i medici dichiararono che se entro la mezzanotte non migliorava lo si poteva dare per morto. Proprio da quella mezzanotte cominciò a riprendersi e tanto andò progredendo che di lì a qualche giorno fu dichiarato fuori pericolo.
Così Francesco, dato per spacciato dalla vulgata di chi “con l’agile speme precorreva l’evento”, ha voluto spostare la sua mezzanotte più in là, un pugno di ore almeno, non per fare o dire cose nuove, ma per sottolineare, come in pagine già scritte, quel che davvero contava ricordare per prepararsi all’esame conclusivo: chi amare e come, che cosa condannare, che versione di sé dare, dopo aver scavato nella roccia dell’esistenza e averla modellata su un’ipotesi di senso.
Quando la macchina barocca nella chiesa del Gesù entra in funzione, facendo scendere la tela e rivelando la statua in argento di Sant’Ignazio, la voce registrata legge dalla seconda lettera di San Paolo apostolo a Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. E questa epigrafe Francesco avrebbe potuto sottoscrivere, firmando con il sangue, proprio mentre, come per ogni mortale, smetteva di scorrere nelle sue vene.
“Non morire prima di morire”, ammoniva il poeta russo Evgenij Evtušenko: può essere che ti resti ancora qualche compito da svolgere, forse non ti sei ancora spiegato del tutto o non hanno capito bene. E allora vivi ancora un mese. Come ombra del corpo, eco della parola, inerzia di te. Portati oltre il limite designato perché i sensi ti possano ancora trasmettere “l’odore delle pecore” (parole del cardinale Zuppi) che hai sempre inseguito, gregge in fuga in cui hai cercato di immergerti più ancora che guidarlo. La voce del popolo che gridava al miracolo rivedendoti, ma volevi soltanto dimostrare che nulla è scontato, nulla dura, neppure la fine allora. Il contatto delle mani che hai stretto perché quello era il messaggio: tendere all’altro, ecco il verbo, ora coniugatelo. L’ascolto del lamento, della sofferenza che non ha espressione, che viene chiusa dietro mura oltre le quali nessuno dovrebbe più andare, figurarsi un Papa, figurarsi ridotto così. Il sapore dell’ultima cena, la consapevolezza nel consumarla, insieme con quella di essere pronto.
Papa Francesco ha scritto in 28 giorni il riassunto del suo personale vangelo, per studenti pigri che adottano ancora il bignami invece del libro di testo o chiedono all’intelligenza artificiale: “Dimmi chi era Bergoglio”. Era quello che cercava tra la folla all’uscita dall’ospedale “la signora dei fiori gialli” per dirci di continuare a scrutare nelle difficoltà per trovare un appiglio, una forma di gentilezza, quella degli sconosciuti, eppure simili e vicini.
Era quello che ha voluto andare in carcere a celebrare la rinascita con chi più ne ha bisogno, per superare la tentazione e la diffidenza. Era quello che ha ricevuto il vicepresidente di un grande Paese mai così lontano — l’americano JD Vance — un oceano di pensieri, parole e azioni, perché non dimenticava la lezione di madre Teresa di Calcutta: stai con gli ultimi, usando i primi. O i secondi. Era quello che si è affacciato, nel giorno più importante e difficile a concepirsi del suo calendario religioso, non per celebrare una resurrezione in scala, ma per culminare il suo lungo, lungo addio.
Poteva andarsene in silenzio, protetto dal riserbo, distante dal tramestio e dal sudore del mondo, ma è stato il Papa della visibilità, della comunicazione. E poteva prolungare il suo decorso. Ha scelto invece di offrirsi, uscendo contro ogni logica e consiglio, anche a costo di accelerare la fine, andando incontro a una morte certa e a una ipotesi di santità che già viene ventilata.
La sua successione è un gioco di ruolo che impegnerà potenze oscure, menti affilate e qualche ciarlatano. Verranno disegnati schieramenti, progettati schemi, fatti pronostici. È simbolico che ogni responso sia destinato ad andare in fumo. Non ci sarà un altro Testamento e la speranza di salvezza non s’incarnerà in un sol uomo. Il testamento lasciato da papa Francesco non cerca un erede, ma miliardi. In questi 4.422 giorni anche chi non crede e non lo farà, chi ha sempre giudicato rituali e scontati gli appelli di un pontefice, si è girato verso di lui, prima distrattamente poi con intenzione. È questa l’epoca degli spietati, di quelli che gioiosamente spingono altri fuori dai propri confini o altrettanto gioiosamente varcano quelli altrui; l’epoca dei massacri e delle rappresaglie che si rincorrono azzannandosi come criceti ciechi.
Papa Francesco è stato fino all’ultimo un’invocazione vivente alla pietà. Vivente, ma isolata: un eremita della compassione in una metropoli indifferente che ha cercato di neutralizzarlo banalizzandolo, facendolo cadere nelle trappole dell’ubiquità e della disponibilità, come non fossero proprio quelle le armi della pietà. Ieri è stato l’ultimo giorno in cui per cercare il Papa i fedeli e i laici, gli infervorati e i detrattori, non hanno dovuto alzare lo sguardo, ma rivolgerlo davanti a sé, tra la folla.