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Morto l’ex terrorista Franceschini, fondò le Br con Curcio e Cagol

Alberto Franceschini 

 

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Aveva 78 anni. Ne ha passati 18 in carcere ed è stato tra i primi a dissociarsi: “Ma non ho mai ucciso nessuno”
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ROMA – Quel giorno arrivò un po’ claudicante, l’aria afflitta, la camicia fuori dai pantaloni, vecchio e stanco Alberto Franceschini era l’ombra del capo fondatore delle Brigate Rosse. Si affossò sulla sedia, tra i muri scrostati del circolo Arci Bellezza di Milano, per un’intervista sui cinquant’anni del terrorismo rosso. «Da ragazzo volevo andare a Cuba, mi sarei cacciato nei casini lo stesso», disse con un guizzo di ribalderia. Invece, studente di ingegneria, con venti esami all’attivo, si era dato alla lotta armata con Renato Curcio e Mara Cagol. Era il mese di settembre del 1970. L’inizio degli anni di piombo. Franceschini, da Reggio Emilia, aveva ventitré anni.

Ieri sera è piombata la notizia che se ne è andato, a 78 anni. Il decesso risale allo …

ROMA – Quel giorno arrivò un po’ claudicante, l’aria afflitta, la camicia fuori dai pantaloni, vecchio e stanco Alberto Franceschini era l’ombra del capo fondatore delle Brigate Rosse. Si affossò sulla sedia, tra i muri scrostati del circolo Arci Bellezza di Milano, per un’intervista sui cinquant’anni del terrorismo rosso. «Da ragazzo volevo andare a Cuba, mi sarei cacciato nei casini lo stesso», disse con un guizzo di ribalderia. Invece, studente di ingegneria, con venti esami all’attivo, si era dato alla lotta armata con Renato Curcio e Mara Cagol. Era il mese di settembre del 1970. L’inizio degli anni di piombo. Franceschini, da Reggio Emilia, aveva ventitré anni.

Ieri sera è piombata la notizia che se ne è andato, a 78 anni. Il decesso risale allo scorso 11 aprile, ma per scelta sua non ne era stata data pubblicità. Aveva accumulato varie condanne, tra cui quelle per concorso morale nell’omicidio dei due militanti missini di Padova, Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola e per il sequestro del giudice Sossi. Diciotto gli anni passati in carcere, dal 1974 al 1992. Era l’esponente della prima generazione di brigatisti, quelli che assistettero al sequestro Moro dalla galera con molti dubbi sul ruolo effettivo svolto dal loro successore, Mario Moretti.

«Non ho mai ucciso nessuno», precisò. «Non mi sono macchiato di reati di sangue». Fu tra i primi a dissociarsi, a mettere distanza. Poi, una volta fuori dal carcere, aveva scritto un libro che in tanti hanno letto, Mara Renato ed io, con due giornalisti dell’Espresso, Pier Vittorio Buffa e Franco Giustolisi. Aveva lavorato a lungo per l’Arci, a Roma. Da dieci anni viveva a Milano.

Come spiegare a un giovane il terrorismo italiano? «La democrazia ci appariva fasulla, infatti nelle piazze si gridava “lo Stato si abbatte non si cambia”» disse.

Sono anni inquieti. Per molti ragazzi di sinistra le speranze suscitate dalla Resistenza sono andate tradite. Le elezioni politiche si susseguono senza l’alternanza. La politica è un orizzonte totalizzante. La destra fascista reagisce con la strage piazza Fontana allo slancio del Sessantotto. Da un lato si schiudono possibilità illimitate, la guerra ormai lontana, il boom economico, si va in vacanza, si comprano utilitarie e frigoriferi, si fanno figli come mai nel Dopoguerra, finalmente anche i giovani dell’Italia povera possono andare all’università. Eppure ai Curcio, ai Franceschini, tutto questo non basta. Idealismo rivoluzionario, irrazionalità, velleitarismo si mescolano furiosamente, ed infine esplodono nella violenza.

Brigate Rosse, quindi. Per abbattere lo Stato borghese. Il nome lo scelgono Curcio e Cagol. I primi atti sono contro i capi delle fabbriche. Come Idalgo Macchiarini, il dirigente della Sit Siemens, sequestrato e pubblicamente umiliato nel 1972. I terroristi lo fotografano mentre gli puntano una pistola, la Lugher, sulla guancia: in nome della classe operaia oppressa. La Lugher era un’arma che i partigiani avevano sequestrato ai nazisti. Sia il padre che il nonno di Franceschini avevano partecipato alla Resistenza. Da giovanissimo Alberto si era iscritto alla Fgci, da cui viene cacciato per uno scontro con il servizio d’ordine del partito.

Le Br con Moretti diventano altro, ha sostenuto Franceschini. Non ha mai creduto che le cose in via Fani sono andate come hanno raccontato i brigatisti. C’è stata una mutazione. Perché non venne reso pubblico il memoriale di Moro? «L’unica risposta che posso darle è quella che mi diede Franco Bonisoli: “Io non ci avevo capito un cazzo, qualcun altro invece forse aveva capito”». Con il giornalista Giovanni Fasanella, autore di numerosi libri su quegli anni, tra cui Che cosa sono le Br, scritto proprio con Franceschini, si erano incrociati «da nemici» negli anni Settanta: l’uno cronista all’Unità, Franceschini in carcere a Torino. Ora Fasanella dice: «Era convinto, per conoscenza diretta, che le Br erano state contaminate da interessi esterni, in molti non gliel’hanno perdonato».

Resta la tragedia. I morti innocenti. I tanti orfani. «Non ho rimpianti», disse in quel caldo pomeriggio milanese. «Rimorsi sì. Per non essermi opposto alla violenza, la cieca e terribile violenza che ha insanguinato il Paese».

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