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Migranti, il video appello di una mamma da uno dei lager di Almasri: “Qui è l’inferno, aiutateci”

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Catturata in mare, Fatima Ibrahim è prigioniera nella prigione di Al Nasr. Il filmato è stato diffuso da Mediterranea e Refugees in Libya e trasmesso alla Cpi che per il comandante libico ha già emesso un mandato di cattura internazionale
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Un pavimento lercio. Una donna riversa a terra, priva di sensi. Una mamma che stringe in braccio un neonato e sussurra. “Diffondete la nostra voce. Qui stiamo vivendo l’inferno”. Uno straordinario documento, ricevuto da Refugees in Libya e Mediterranea e già trasmesso alla Corte penale internazionale, mostra la realtà drammatica dei lager libici. Nello specifico – hanno scoperto le due ong, analizzando la posizione gps del cellulare da cui il filmato è stato mandato – il centro di detenzione di Al Nasr, a cinquanta chilometri da Tripoli, gestito da Almasri, il comandante libico per cui la Cpi ha chiesto l’arresto e che l’Italia ha liberato e riportato a casa.

"Vi prego aiutatemi". L'appello disperato di una mamma detenuta in uno dei lager di Almasri

A parlare è una delle prigioniere. Si chiama Fatima Ibrahim, è una rifugiata etiope come tale identificata dall’Unhcr, l’ag…

Un pavimento lercio. Una donna riversa a terra, priva di sensi. Una mamma che stringe in braccio un neonato e sussurra. “Diffondete la nostra voce. Qui stiamo vivendo l’inferno”. Uno straordinario documento, ricevuto da Refugees in Libya e Mediterranea e già trasmesso alla Corte penale internazionale, mostra la realtà drammatica dei lager libici. Nello specifico – hanno scoperto le due ong, analizzando la posizione gps del cellulare da cui il filmato è stato mandato – il centro di detenzione di Al Nasr, a cinquanta chilometri da Tripoli, gestito da Almasri, il comandante libico per cui la Cpi ha chiesto l’arresto e che l’Italia ha liberato e riportato a casa.

"Vi prego aiutatemi". L'appello disperato di una mamma detenuta in uno dei lager di Almasri

A parlare è una delle prigioniere. Si chiama Fatima Ibrahim, è una rifugiata etiope come tale identificata dall’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. Insieme alla sorella e ai figli di entrambe da giorni è rinchiusa in quella prigione. Ed è terrorizzata.

Domenica due maggio stavano tentando di scappare dalla Libia a bordo di una delle tante carrette che, in assenza di canali legali, sicuri e rapidi, tentano la traversata del Mediterraneo. Non hanno avuto altra scelta. “Viviamo qui da tanti anni e abbiamo perso le speranze nell’Unhcr. Siamo fuggite via mare – spiega - perché qui soffriamo fame, sete, stupri, i diritti dei nostri bambini vengono continuamente violati”. Erano partite da Sabratha su una barca a due ponti, insieme a più di 130 persone, quando hanno visto arrivare la Guardia costiera libica.

Subito dopo sono iniziati gli spari. Il motore, o forse le taniche di carburante, hanno preso fuoco. A bordo si è scatenato il panico. “Una ragazza è sicuramente morta per le ustioni”, racconta Fatima. Tutti gli altri sono stati catturati, riportati indietro e poi trasferiti ad Al Nasr, uno dei lager più violenti, dove sono stati denudati e perquisiti, donne e bambini piccoli separati dagli uomini. “Un’altra ragazza è morta quando siamo arrivati qui con lei ieri”, spiega Fatima nel video. Il giorno prima era stato un bambino a perdere la vita.

“In aperta violazione alla Convenzione di Ginevra e alla Convenzione di Amburgo – sottolineano da Mediterranea - le milizie libiche che si fanno chiamare “guardia costiera”, su diretto incarico del governo italiano, effettuano catture in mare dei profughi che tentano di scappare, e li deportano nuovamente in Libia, nelle prigioni che ben conosciamo”. E dove, racconta Fatima, e dimostra quel video, le condizioni sono terribili.

Rinchiuse con lei ci sono almeno altre cento donne e decine di bambini. Per la loro libertà, i miliziani chiedono seimila dinari. Pena, torture, stupri, l’ennesimo girone all’inferno del mercato degli esseri umani. “Abbiamo provveduto a trasmettere il video anche agli uffici della Corte Penale Internazionale: qualcuno nel governo italiano e nell’Unione Europea dovrà rispondere davanti alla giustizia di questi crimini contro l’umanità”, dicono da Mediterranea. “Tutti coloro che dovranno votare il rifinanziamento alle milizie libiche previsto dal memorandum Italia – Libia si imprimano bene le immagini di quel filmato nella coscienza”.

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