GRAZ – Hanna aveva solo 15 anni. Suo fratello sale sul palco in Hauptplaze, la piazza principale di Graz, per una commemorazione delle vittime. Lui martedì aveva dato gli esami, non vedeva l’ora di raccontare com’era andata alla mamma e alla sorella. Ha sentito le prime notizie «e la preoccupazione è cresciuta sempre di più. Dopo ore di attesa, le nostre paure hanno trovato conferma». Quello che aveva visto solo nei film «lo stavo vivendo nella realtà».
La voce si arrende alle lacrime, deve urlare per non fermarsi: «È difficile credere di dover perdere una ragazza così piena di vita, curiosa, giovane. Grazie, Hanna, per i 15 anni che ho potuto trascorrere con te. Sei stata la sorella che avrei voluto avere. Ci manchi, ti amiamo e spero che n…
GRAZ – Hanna aveva solo 15 anni. Suo fratello sale sul palco in Hauptplaze, la piazza principale di Graz, per una commemorazione delle vittime. Lui martedì aveva dato gli esami, non vedeva l’ora di raccontare com’era andata alla mamma e alla sorella. Ha sentito le prime notizie «e la preoccupazione è cresciuta sempre di più. Dopo ore di attesa, le nostre paure hanno trovato conferma». Quello che aveva visto solo nei film «lo stavo vivendo nella realtà».
La voce si arrende alle lacrime, deve urlare per non fermarsi: «È difficile credere di dover perdere una ragazza così piena di vita, curiosa, giovane. Grazie, Hanna, per i 15 anni che ho potuto trascorrere con te. Sei stata la sorella che avrei voluto avere. Ci manchi, ti amiamo e spero che nessuno debba più passare attraverso tutto questo. Che Allah abbia pietà di noi».
Hanna come Lea, anche lei di quindici anni, origini kosovare. E come gli altri sette studenti uccisi a bruciapelo mentre erano in classe. La più giovane di 14 anni, i più grandi di 17. Più un’insegnante, che i medici hanno provato fino all’ultimo a salvare in ospedale.
Il giorno dopo la strage, la scuola è chiusa ma è come se fosse aperta. Si piange per la morte, si respira vita. Arrivano a gruppi, alle dieci del mattino. Sono gli studenti e le studentesse del Borg Dreierschutzengasse. Entrano nel supermercato, comprano un fiore, camminano lungo il marciapiede, si fermano davanti all’istituto. Un paravento bianco separa l’altare all’ingresso della scuola dal muro di fotografi e telecamere. Garantisce il pudore, protegge la disperazione. Fanno da muro anche i volontari in pettorina verde e la croce rossa sulla schiena. Tutti portano una rosa, un peluche, una lettera, una candela. Poi tornano indietro. Un centinaio di metri li divide dalla struttura che li accoglie per dare loro supporto psicologico.
Ennio ha 18 anni, parla a nome di tutti: «Sto cercando di essere forte per la scuola, quello che è successo non si può descrivere né capire. Ora lasciateci piangere in pace, almeno per i prossimi giorni. Dobbiamo solo stare insieme, l’uno con l’altra». Fatlum ha la stessa età. Ricorda ogni istante: «Eravamo nell’aula di chimica, sono iniziati gli spari. L’ho detto agli altri, all’inizio non mi credevano. Poi abbiamo sentito altri colpi, due, tre quattro. Siamo usciti dall’aula, il mio insegnante ha visto un ragazzo, è andato a prendere il kit del pronto soccorso. Siamo scappati via, ci siamo rifugiati nel supermercato». Lo stesso dove ora si comprano i fiori.
L’altarino davanti alla scuola non è l’unico. Ce n’è un altro vicino al marciapiede, e un terzo all’angolo della strada. Tutti a Graz hanno una candela in mano. «Mio fratello si è buttato dalla finestra per scappare», confida un ragazzo. Un altro, immobile in piedi sul marciapiede, guarda fisso davanti a sé, in direzione della scuola. Attorno a lui il mondo si muove ma sembra non accorgersene. A voce bassissima dice soltanto: «Ho perso un amico e un’amica. Studiavano qui». E Laura, che abita poco lontano, l’altra mattina è corsa in strada quando ha saputo: «La mia amica ha visto due corpi per terra. Non ha dormito tutta la notte. Non vuole uscire più di casa». E pensare, racconta Tony, ormai diplomata, «che questa era la nostra vecchia strada, durante gli anni passati qui abbiamo trovato i migliori amici della nostra vita».
D’ora in poi saranno più difficili le lezioni per Paul Nitsche, insegnante di religione. Martedì era a scuola: «Stavo lavorando da solo in una classe, non ero con gli studenti in quel momento. Ho attraversato il corridoio e ho visto lui che sparava contro la serratura della porta di una classe con la pistola. Ho avuto paura. Ora dobbiamo capire cosa sta succedendo agli studenti. Come possiamo tornare alla normalità». In serata una studentessa, nella piazza della città, ricorda che pure i poliziotti piangevano l’altro giorno. «Non permetteremo che questo odio ci separi».