✕

Sfida guardie-detenuti alle Olimpiadi del carcere. “Lo sport aiuta il riscatto”

Ascolta l'audio

A Rebibbia la prima edizione dei Giochi della speranza. Con la partecipazione anche di magistrati e società civile
3 minuti di lettura

Al primo gol della squadra detenuti dai finestroni affacciati sul campetto di calcio parte l’applauso dei compagni di cella. Forza, daje. Il gruppo Rebibbia — alcuni sono giovanissimi, muscoli addestrati, resistenza alla corsa — straccia la squadra “società civile” (giornalisti, educatori, deputati, preti) quattro a zero. Poi contro magistrati e polizia penitenziaria sarà più dura, sfida vera, però alla fine di queste strane, coraggiose e inedite “Olimpiadi della speranza” planate dentro la casa circondariale dell’immenso complesso carcerario romano, sotto un sole implacabile e una temperatura tropicale, Manuel a nome di tutti i detenuti di Rebibbia dirà: «È stato bellissimo, abbiamo finalmente vissuto un giorno diverso facendo sport». Calcio a sette, calcio balilla, atletica, pallavolo, scacchi, 120 atleti coinvolti, sembrava davvero ieri che la vita normale fosse entrata dentro la vita reclusa. Strette di mano alla fine, chi ha vinto, chi ha perso, tutti fradici e con la testa sotto…

Al primo gol della squadra detenuti dai finestroni affacciati sul campetto di calcio parte l’applauso dei compagni di cella. Forza, daje. Il gruppo Rebibbia — alcuni sono giovanissimi, muscoli addestrati, resistenza alla corsa — straccia la squadra “società civile” (giornalisti, educatori, deputati, preti) quattro a zero. Poi contro magistrati e polizia penitenziaria sarà più dura, sfida vera, però alla fine di queste strane, coraggiose e inedite “Olimpiadi della speranza” planate dentro la casa circondariale dell’immenso complesso carcerario romano, sotto un sole implacabile e una temperatura tropicale, Manuel a nome di tutti i detenuti di Rebibbia dirà: «È stato bellissimo, abbiamo finalmente vissuto un giorno diverso facendo sport». Calcio a sette, calcio balilla, atletica, pallavolo, scacchi, 120 atleti coinvolti, sembrava davvero ieri che la vita normale fosse entrata dentro la vita reclusa. Strette di mano alla fine, chi ha vinto, chi ha perso, tutti fradici e con la testa sotto la fontanella, i liberi e i reclusi, per poche ore tutti uguali provando a tirare in porta.

Era il 26 dicembre 2024 quando papa Francesco, già gravemente malato, apriva proprio qui a Rebibbia la prima delle porte sante del Giubileo della Speranza, qui dove nel suo ultimo giovedì santo, aveva lavato i piedi a dodici detenute di tutte le nazionalità. Perché le carceri, spesso disumanizzate, sovraffollate, «spazi per rinchiudere nell’oblio» erano per papa Francesco il simbolo di quella «cultura dello scarto» con la quale la società gira la testa dall’altra parte, verso chiunque non sia conforme, dai poveri ai disabili a chi ha commesso un errore.

Così nei giorni del “Giubileo degli sportivi”, grazie a un’idea «un po’ folle», così l’ha definita Daniele Pasquini, presidente della “Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport”, che ha messo insieme la rete dei magistrati e magistrate di “Sport e legalità”, il Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziari, più un variegato gruppo di atleti-amici tra i quali, ad esempio, i deputati Pd Andrea Casu e Paolo Ciani, sono nati i Giochi della speranza. «Volevamo portare i valori olimpici là dove si fa più fatica a entrare, cioè nelle carceri». E infatti le porte di Rebibbia si sono aperte a una folla di oltre cento “atleti” di diverse età, tra i quali ventotto detenuti, con reati di media gravità, che hanno (coraggiosamente) gareggiato sotto un sole da allarme rosso. Perché lo sport, spiega Fabrizio Basei, fondatore della rete “Sport legalità” in tenuta da calcetto, «è fatto di regole, impararle qui dentro vuol dire riuscire a rispettarle fuori, il nostro obiettivo con questi Giochi della speranza è creare un modello che poi venga attuato in tutti i penitenziari d’Italia, maschili e femminili». E infatti la notizia è che a dicembre le olimpiadi carcerarie si svolgeranno nell’area riservata alle detenute.

Se fuori si gareggia a calcio a sette, pallavolo, staffetta e biliardino, dentro, nell’area dei laboratori, dove i muri sono coperti dai dipinti dei detenuti, tra la falegnameria e le cucine, ci sono gli sport indoor. Nei corridoi spunta anche l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, di nuovo in carcere dal dicembre scorso per aver violato l’obbligo di svolgere lavori socialmente utili. Saluta qualcuno e si allontana.

Nella grande aula accanto alle cucine la sfida è tennis da tavolo, cioè ping pong, disciplina olimpica dal 1988, dove stravincono i detenuti, seguiti dai magistrati, società civile e polizia penitenziaria. A scacchi però non c’è gara: primi i giudici, poi i carcerati. Anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, fa un paio di giri a ping pong. È entusiasta. «Una iniziativa strepitosa: è stato importante esserci, toccare con mano, guardare con i propri occhi, al di là di qualsiasi aspettativa. Mi è piaciuta molto l’idea di un torneo multidisciplinare, sembra provocatoria ma è eccellente. Qui in carcere c’è grande rispetto per gli arbitri e per le regole, perché lo sport è tante cose insieme. Il Comitato olimpico è sempre stato vicino agli emarginati, agli emigrati, ai carcerati, a chi ha avuto meno fortuna».

Sembra davvero un’eredità di papa Francesco questa olimpiade un po’ casereccia, allegra, volontariato puro, nello stile assai poco istituzionale di Bergoglio. «La situazione delle carceri romane è grave, in particolare nel minorile, a Casal del Marmo la situazione è esplosiva», dice Andrea Casu prima di scendere in campo nel calcio a sette, «ma il governo finge di non vedere». A Rebibbia i carcerati sono 1578 secondo i dati 2024 del Garante, la capienza prevista sarebbe di 1178. Due di questi sono piccolissimi, hanno meno di 3 anni. Sono nel nido della sezione femminile, con le loro madri, cui è vietata la detenzione alternativa. Bimbi che nei loro primi mille giorni di vita, sono costretti a guardare l’orizzonte dalle sbarre di una cella.

Leggi i commenti