Ferzan Ozpetek, il suo cinema è attraversato da tavole imbandite. Che pensa della candidatura della cucina italiana a patrimonio dell’Unesco?
«Sono convinto che quella italiana sia la forma più alta di cucina. Nella sua semplicità, con pochi ingredienti di qualità, mescolati nel modo giusto. Questa è la sua forza: non essere troppo lavorata, come invece quella francese, che non mi fa impazzire. Per me la cucina ideale è quella classica, senza aggiunte che la snaturino. Ricordo vent’anni fa un locale con la scritta “pizza e kebap”: ecco, non mi ha convinto. La classicità di certi piatti li ha resi universali: il modo di cuocere la pasta, la pasta aglio, olio e peperoncino, il pomodoro semplice… piatti pazzeschi».
Perché la cucina è così centrale nel suo racconto cinematografico?
«Sono cresciuto in Turchia, in una casa con tre tavole: in cucina, in salone, in terrazza. Le tavolate erano importanti momenti di incontro, condivisione, discussione, allegria e litigi: io sono cresciuto così,…
Ferzan Ozpetek, il suo cinema è attraversato da tavole imbandite. Che pensa della candidatura della cucina italiana a patrimonio dell’Unesco?
«Sono convinto che quella italiana sia la forma più alta di cucina. Nella sua semplicità, con pochi ingredienti di qualità, mescolati nel modo giusto. Questa è la sua forza: non essere troppo lavorata, come invece quella francese, che non mi fa impazzire. Per me la cucina ideale è quella classica, senza aggiunte che la snaturino. Ricordo vent’anni fa un locale con la scritta “pizza e kebap”: ecco, non mi ha convinto. La classicità di certi piatti li ha resi universali: il modo di cuocere la pasta, la pasta aglio, olio e peperoncino, il pomodoro semplice… piatti pazzeschi».
Perché la cucina è così centrale nel suo racconto cinematografico?
«Sono cresciuto in Turchia, in una casa con tre tavole: in cucina, in salone, in terrazza. Le tavolate erano importanti momenti di incontro, condivisione, discussione, allegria e litigi: io sono cresciuto così, per questo lo racconto nei miei film. Poi mi piace molto cucinare all’italiana. Da anni sono un re dei primi piatti: nella mia casa precedente, dove ho girato Saturno contro, la cucina era enorme e trafficavo con i fornelli per gli amici mentre chiacchieravamo. Preparare i piatti assomiglia molto a fare un film: devi saper dosare gli ingredienti secondo il tuo gusto. Non so fare i dolci, perché richiedono misure precise. Nei piatti salati invece vado a sensazione. La pasta aglio, olio e peperoncino la preparo come m’insegnò Ugo Tognazzi: aggiungo pangrattato tostato, che dà croccantezza. Sono dettagli, ma sempre dentro la tradizione italiana. E mi piace ricordare Aldo Fabrizi, categorico: “Il prezzemolo si taglia con le mani, sennò s’offende”».
Il suo innamoramento per l’Italia è passato attraverso la cucina?
«Quando sono arrivato negli anni Settanta ho trovato una cultura e un cibo meravigliosi. Mia zia, che amava l’Italia, mi aveva avvertito: “Per imparare bene la lingua e vivere qui devi mangiare come loro”. Nei primi tempi mi sembrava strano mangiare prima la pasta e poi il secondo, ma ho capito che rispettare le abitudini era fondamentale. Quando cucinavo italiano in Turchia, vent’anni fa, gli amici si stupivano dell’ordine dei piatti, io ripetevo: “Per entrare in una cultura devi mangiare come loro”».
Quindi tutelare la cucina italiana significa preservare la semplicità dei suoi ingredienti e non contaminarla?
«Assolutamente. Non cederò mai su queste cose. Ricordo amici che, dopo un pranzo italiano stupendo, hanno chiesto un cappuccino: ho detto “No, non lo bevi adesso, sennò urlo”. L’Unesco deve servire a ricordare qual è la vera cucina italiana e a diffonderla nel mondo nel modo giusto. Poi certo, ognuno può personalizzare. Ma senza dimenticare qual è la base».