Shimon Sakaguchi è uno scienziato testardo. Per dieci anni è rimasto chiuso in laboratorio per cercare delle cellule del sistema immunitario che nessuno pensava esistessero.
Aveva ragione lui. La scoperta delle cellule T regolatorie (o Treg) gli è valsa così il Nobel per la Medicina del 2025, assegnato lunedì scorso anche a Mary Brunkow e Fred Ramsdell.
In un’intervista via computer dal suo studio (disordinato) dell’università di Osaka, dove il 74enne scienziato giapponese insegna immunologia sperimentale, oggi Sakaguchi afferma con la stessa convinzione che “il cancro diventerà un giorno una malattia curabile, e il suo nome non incuterà più tanta paura”.
Un aiuto verrà proprio dalle Treg, cellule speciali che attenuano l’impeto del sistema i…
Shimon Sakaguchi è uno scienziato testardo. Per dieci anni è rimasto chiuso in laboratorio per cercare delle cellule del sistema immunitario che nessuno pensava esistessero.
Aveva ragione lui. La scoperta delle cellule T regolatorie (o Treg) gli è valsa così il Nobel per la Medicina del 2025, assegnato lunedì scorso anche a Mary Brunkow e Fred Ramsdell.
In un’intervista via computer dal suo studio (disordinato) dell’università di Osaka, dove il 74enne scienziato giapponese insegna immunologia sperimentale, oggi Sakaguchi afferma con la stessa convinzione che “il cancro diventerà un giorno una malattia curabile, e il suo nome non incuterà più tanta paura”.
Un aiuto verrà proprio dalle Treg, cellule speciali che attenuano l’impeto del sistema immunitario, impedendo che attacchi il nostro stesso organismo. Le malattie autoimmuni (diabete, celiachia, artrite reumatoide) sono causate da un malfunzionamento delle Treg, che non riescono ad abbassare il volume della risposta immunitaria.
Come ha fatto a lavorare dieci anni quando tutto sembrava smentire le sue ipotesi?
“Ero convinto di essere nel giusto. Lo vedevo dai dati dei miei esperimenti. Le cellule Treg svolgono funzioni diverse dalle altre cellule del sistema immunitario. Hanno caratteri differenti che permettono di riconoscerle in laboratorio. Anche se tutti negavano questa ipotesi, per me era evidente”.
Ha sempre voluto essere uno scienziato, anche da bambino?
“No, ero abbastanza ordinario come bambino. Volevo diventare un medico, ma mi sono accorto di non avere abbastanza capacità di comunicazione, con i pazienti e con le persone in generale. Ho provato con la professione di patologo, che consiste nel formulare diagnosi stando chiusi in un laboratorio, ma ho trovato questo lavoro piuttosto noioso. Ho iniziato allora a lavorare per provare a capire le cause delle malattie, cioè a fare ricerca. Le prime piccole scoperte che ho fatto mi hanno spinto ad andare sempre a caccia della risposta successiva. Era diventata come una dipendenza, un gioco dal quale non riuscivo più a uscire”.
Come impareremo a curare sempre di più i tumori?
“Il 90 per cento delle morti per cancro avviene a causa delle metastasi. Se riuscissimo a confinare un tumore nel suo punto di origine lo renderemmo molto meno letale. Stiamo imparando a sfruttare il sistema immunitario per ottenere questo obiettivo. Nella clinica abbiamo introdotto ad esempio delle terapie chiamate “blocco dei checkpoint immunitari”. Sono molto efficaci, ma solo nel 20-30% dei tumori. Penso che agendo sulle Treg si possa migliorare questa percentuale. Nei tessuti tumorali troviamo un gran numero di cellule Treg, che hanno l’effetto di ridurre l’efficacia del sistema immunitario, quindi non aiutano certo a contrastare il tumore. Oggi facciamo ricerca per provare a ridurre a ridurre la popolazione di Treg negli organi colpiti dal cancro, usando anticorpi monoclonali o farmaci. Penso che sia un obiettivo raggiungibile, sicuro e dai costi ragionevoli. Se il cancro resta confinato in un unico punto può essere rimosso con la chirurgia o con la radioterapia”.
Come sono andati i primi tre giorni da Nobel, sono stati faticosi?
“Ogni persona che mi incontra, studenti, colleghi, amici, mi fa le congratulazioni. Ho ricevuto finora circa 300 mail, spero di riuscire a rispondere nei prossimi giorni. Per fortuna mercoledì un altro giapponese, Susumu Kitagawa, ha vinto il premio per la chimica. Così i giornalisti si sono spostati su di lui”.
Due Nobel per il Giappone sono un bel risultato. La politica supporta la scienza?
“Non abbastanza, specialmente nella ricerca di base. I giovani ricercatori faticano a diventare indipendenti. Ovviamente Stati Uniti e Cina investono nella scienza molto più di noi. Ma se guardiamo a un paese come la Germania, che ha un prodotto interno lordo simile a quello del Giappone, non siamo alla stessa altezza. I nostri fondi, nel campo dell’immunologia, sono un terzo rispetto ai loro. Con Kitagawa ci siamo sentiti per studiare qualcosa insieme”.
A dicembre parteciperete al banchetto dei Nobel a Stoccolma insieme. Siete amici?
“Sì, ho lavorato all’ateneo di Kyoto, dove insegna lui. Abbiamo anche un’età uguale. Frequentavamo lo stesso anno di università. Insieme pensiamo di chiedere al governo di aumentare i fondi per la ricerca scientifica. Lui da chimico può trovare soluzioni per la difesa dell’ambiente e la riduzione dell’inquinamento. Io da medico posso concentrarmi sulla cura di alcune malattie. Penso che insieme riusciremo a contribuire in qualche modo al bene dell’umanità”.