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Migliaia all’addio ai carabinieri la commozione del presidente

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I parenti: “Il loro sacrificio non sia vano”. In chiesa anche la premier Meloni e la leader del Pd Schlein
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Padova – È dura, ascoltare la voce giovane di Christian Daprà che ricorda il padre appena morto, e vuole «credere che continui a parlarmi anche nel silenzio». Dice che «questa insensata tragedia lo ha strappato a me e a tutti coloro che lo hanno amato» e dice la verità, perché è difficile accettare i fatti di Castel d’Azzano, i tre carabinieri morti nell’esplosione provocata da tre disgraziati, sotto sfratto e senza soldi, che a un certo punto hanno dato fuoco alle micce.

È troppo presto per farsene una ragione, lo si capisce dal tono affaticato del padre di Davide Bernardello, la vittima più giovane, e dalle parole di Andrea Piffari, che chiede che «il loro sacrificio non sia reso vano. Faccio appello a tutti affinché episodi simili non debbano più accadere». Ha perso il fratello Marco, sul finire la voce gli si incrina, e lì anche uno dei carabinieri in alta uniforme, schierati accanto alle bare, lì comincia a piangere, sotto il cappellone con il pennacchio rosso e blu.

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Padova – È dura, ascoltare la voce giovane di Christian Daprà che ricorda il padre appena morto, e vuole «credere che continui a parlarmi anche nel silenzio». Dice che «questa insensata tragedia lo ha strappato a me e a tutti coloro che lo hanno amato» e dice la verità, perché è difficile accettare i fatti di Castel d’Azzano, i tre carabinieri morti nell’esplosione provocata da tre disgraziati, sotto sfratto e senza soldi, che a un certo punto hanno dato fuoco alle micce.

È troppo presto per farsene una ragione, lo si capisce dal tono affaticato del padre di Davide Bernardello, la vittima più giovane, e dalle parole di Andrea Piffari, che chiede che «il loro sacrificio non sia reso vano. Faccio appello a tutti affinché episodi simili non debbano più accadere». Ha perso il fratello Marco, sul finire la voce gli si incrina, e lì anche uno dei carabinieri in alta uniforme, schierati accanto alle bare, lì comincia a piangere, sotto il cappellone con il pennacchio rosso e blu.

17/10/2025 Padova - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con i famigliari del Brigadiere capo Valerio Daprà, del Carabiniere scelto Davide Bernardello e del Luogotenente Marco Piffari  (agf)

Coraggiosi, questi parenti hanno affrontato la folla delle autorità arrivate nella basilica di Santa Giustina per il funerale di Stato, imponente, commovente, barocco. Doveroso, perciò è venuto il presidente Sergio Mattarella, e la premier Meloni, i ministri Crosetto, Piantedosi, Tajani, Salvini, Bernini, Abodi, Zangrillo. E anche la segretaria pd Elly Schlein. Le autorità civili e militari, i rappresentanti dell’Esercito, e generali, colonnelli, e il picchetto d’onore ai comandi del capitano Lucrezia Limodio, comandante della compagnia di Caprino Veronese, che ha ordinato l’“onore ai caduti” con voce chiara e una qualche commozione, ma ben nascosta. Così si fa, per rendere omaggio a chi cade in servizio, durante un’operazione preparata nei particolari ma finita al peggio, tra le urla e la polvere, “un drammatico evento umanamente incomprensibile”, l’ha definita dal pulpito l’ordinario militare per l’Italia, monsignor Gian Franco Saba, nell’omelia. Li ha sempre chiamati solo per nome: Marco, Valerio, Davide. Il ministro Crosetto, nel suo discorso li ha infine chiamati anche con i rispettivi cognomi, annunciandone la promozione sul campo: Valerio Daprà, ora brigadiere capo. Davide Bernardello, ora appuntato. Marco Piffari, ora sottotenente.

Padova - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con i famigliari del Brigadiere capo Valerio Daprà, del Carabiniere scelto Davide Bernardello e del Luogotenente Marco Piffari, oggi 17 ottobre 2025. (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio Stampa per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica) 

Non sappiamo se questo sia di qualche consolazione per chi, quella notte, è stato avvisato che il padre, marito, figlio, fratello, erano morti, e così. Ma questo rimane a chi è stato colpito dal lutto, una cerimonia solenne aperta dalla marcia funebre di Chopin, così drammatica, suonata dalla fanfara dell’Arma. I bersaglieri, i marinai del Battaglione San Marco, i finanzieri, i poliziotti, tutti con il fucile d’assalto e la faccia ugualmente triste. Il sole in faccia, ieri a Padova era una giornata splendente d’autunno, il Prato della Valle era meraviglioso, seppure pieno di gente commossa. La parola più detta, «eroi». Il canto più commovente, l’inno dell’Arma alla Virgo Fidelis. E Fratello Sole, sorella Luna, eseguita dal tenore Ricci. Quante lacrime, e anche singhiozzi, nella gente dietro le transenne, che ha cercato fino all’ultimo di entrare in basilica. E sul finire, proprio dopo il “silenzio”, sono usciti due dei feriti. Un ragazzo biondo e disperato, su una carrozzina spinta da un collega, la gamba rotta e una mano fasciata. Piangeva, Domenico Martella, carabiniere di 25 anni, e inutilmente altri carabinieri ma anziani, vecchi marescialli, sottufficiali in pensione, hanno cercato di consolarlo. Dietro, un uomo con la testa fasciata per via delle ustioni, ed era Andrea Carestiato, del Sos di Mestre. Nella folla che usciva da Santa Giustina, altri in divisa ma con collari e cerotti, scampati alla morte per un qualche metro di distanza dal punto dell’esplosione. Poi sono usciti i due corazzieri giganteschi, con la corona del presidente della Repubblica. E le bare, sulle spalle dei compagni dei morti, scortate da altri colleghi con l’alta uniforme, fino ai tre carri funebri già con il portellone aperto. Dietro, le famiglie. In ordine sparso, tenendosi per mano, abbracciandosi. Infine, lo Stato. A quel punto il capitano Limodio ha ordinato il presentat’arm, ha gridato l’ultimo “onore ai caduti”, poi i parenti sono saliti su un pullman e se ne sono andati, verso i funerali privati, e lì è proprio finito tutto.

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