Cronaca

le reazioni

Alberto Trentini, l’imbarazzo di Chigi. “Ma ci sono ancora dei canali aperti”

Alberto Trentini, l’imbarazzo di Chigi. “Ma ci sono ancora dei canali aperti”
(ansa)

Nell’anniversario dell’arresto, dal governo non è arrivara neanche una telefonata alla famiglia

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Il telefono è rimasto muto. Nessuno da Roma ha chiamato Armanda Trentini per esprimerle la vicinanza delle istituzioni, un anno dopo il rapimento di suo figlio. Né per rassicurarla che il Governo sta facendo tutto il possibile per riportare a casa Alberto. È stato un segnale: non di disinteresse. Piuttosto di imbarazzo, perché in molti erano certi che non si arrivasse a questo punto. Che Alberto, un anno dopo, sarebbe tornato.

Nella gestione del caso Trentini, come ha fatto notare la stessa signora insieme all’avvocata Alessandra Ballerini, c’è stato un prima e un dopo. Il prima sono stati i primi cento giorni di detenzione, in cui il Governo si è mosso molto poco: i rapporti con il governo Maduro erano troppo tesi, dicevano. Ogni passaggio sarebbe stato letto come un riconoscimento dell’esecutivo venezuelano. E troppo forti erano le pressioni americane per consentire, senza contraccolpi, che ciò accadesse.

Poi qualcosa è cambiato: anche di fronte alle pressioni dell’opinione pubblica, l’Italia ha capito che senza un intervento politico la situazione non solo non si sarebbe sbloccata, ma avrebbe potuto precipitare da un momento all’altro. Il caso di Cecilia Sala — geograficamente diverso ma politicamente simile: cittadini italiani presi in ostaggio da un Paese straniero — aveva in qualche modo spaventato. Ma per Trentini il tempo perso era ormai troppo. Il sottosegretario Alfredo Mantovano si è mosso personalmente, inviando in più occasioni gli uomini dell’Aise in Venezuela. Contemporaneamente la Farnesina ha attivato i suoi canali: la presenza ieri, alla conferenza stampa a Milano, dell’ambasciatore Luigi Vignali, commissario per gli italiani in Venezuela nominato dal Governo, non era casuale. La «fase due» della gestione italiana convince la famiglia Trentini — che non a caso in questi mesi ha mantenuto la consegna del silenzio — ma resta la convinzione che nei primi mesi si sarebbe potuto fare di più.

Resta ora da capire cosa accadrà. Nelle telefonate a casa, come ha potuto constatare il nostro ambasciatore durante la visita, Alberto ha rassicurato i suoi raccontando di essere in discrete condizioni di salute. Ma i resoconti che arrivano dal carcere di El Rodeo, riferiti da altri detenuti europei rilasciati — in particolare un cittadino svizzero con cui Repubblica ha parlato — descrivono una situazione disumana, con carcerieri che spesso assumono il ruolo di torturatori.

La stessa intelligence italiana ha spiegato che la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro, tanto che i domiciliari sembravano a un passo qualche settimana fa, quando il nostro Governo aveva compiuto uno dei passi richiesti dai venezuelani. In campo restano mediatori che non hanno mantenuto le promesse e che ora si trincerano dietro un: «La colpa è degli americani, che hanno mostrato il pugno duro a Maduro». «Non tutte le porte sono chiuse, serve però lavorare in silenzio» dicono a Repubblica fonti vicine al dossier. Che ripongono grande fiducia in alcuni canali riaperti un mese fa: il 19 ottobre Papa Leone XIV ha canonizzato i primi due santi venezuelani, José Gregorio Hernández e suor Carmen Rendiles. A Roma era arrivato l’establishment di Maduro e ci sono stati incontri a tutti i livelli. In queste ore, i loro telefoni — almeno i loro — sono tornati a squillare.

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