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Crans-Montana, licenze e mancati controlli ora l’inchiesta si allarga: “I responsabili sono tanti”

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Le autorizzazioni dopo i lavori di ristrutturazione, la vendita di alcolici. La conferma della procuratrice Pilloud: “Dobbiamo accertare altri possibili reati”
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CRANS-MONTANA – Non è finita qui. «I gestori non sono gli unici responsabili. Anche le autorità possono esserlo, se non hanno fatto i controlli. Chiederò i documenti. Quello che è successo è incredibile».

In un bar a pochi passi dalla strage, la voce di Sébastien Fanti sale di tono. Lui è l’avvocato di una famiglia francese che per poco non ha perso un ragazzo di 16 anni, ora ricoverato a Parigi con ustioni sul cinquanta percento del corpo: «In questo momento vogliamo solo salvare il loro figlio». Intanto sarà battaglia. Il legale, noto per aver seguito la famiglia di Luca Mongelli (al centro di un caso di cronaca del 2002 proprio nel Canton Vallese), pretende i documenti, a partire da quelli del Comune sulle autorizzazioni al locale Le Constellation: «Vogliamo tutti i responsabili in tribunale. Bisogna capire se è normale che non siano stati fatti i controlli ogni anno. Non è legale». E non è normale l’assenza di licenze per il ballo ma solo quella per vendere alcolici: «L’autorizzaz…

CRANS-MONTANA – Non è finita qui. «I gestori non sono gli unici responsabili. Anche le autorità possono esserlo, se non hanno fatto i controlli. Chiederò i documenti. Quello che è successo è incredibile».

In un bar a pochi passi dalla strage, la voce di Sébastien Fanti sale di tono. Lui è l’avvocato di una famiglia francese che per poco non ha perso un ragazzo di 16 anni, ora ricoverato a Parigi con ustioni sul cinquanta percento del corpo: «In questo momento vogliamo solo salvare il loro figlio». Intanto sarà battaglia. Il legale, noto per aver seguito la famiglia di Luca Mongelli (al centro di un caso di cronaca del 2002 proprio nel Canton Vallese), pretende i documenti, a partire da quelli del Comune sulle autorizzazioni al locale Le Constellation: «Vogliamo tutti i responsabili in tribunale. Bisogna capire se è normale che non siano stati fatti i controlli ogni anno. Non è legale». E non è normale l’assenza di licenze per il ballo ma solo quella per vendere alcolici: «L’autorizzazione non è la stessa, i requisiti non sono uguali».

A conferma del fatto che l’inchiesta sul rogo di Capodanno non si limita all’iscrizione sul registro degli indagati dei gestori del discobar, Jacques e Jessica Moretti, arrivano le parole della procuratrice generale Beatrice Pilloud. «Sono in corso le indagini per accertare eventuali altre possibili responsabilità penali», scrive. Gli inquirenti si concentrano «in particolare» sull’analisi «del fascicolo ottenuto dal Comune» in merito alle ispezioni nel locale (appena tre in dieci anni secondo lo stesso Jacques), «sulla conformità del lavoro svolto dai responsabili, sui materiali utilizzati, sulle vie d’ emergenza, sulle attrezzature e sul rispetto delle norme di sicurezza antincendio».

Mentre è ormai confermato che l’incendio è scoppiato per l’utilizzo di «fontane», candele pirotecniche avvicinate troppo al soffitto coperto di schiuma fonoassorbente infiammabile, la procura spiega anche che per la coppia dei locali in di Crans-Montana non c’è l’esigenza di misure cautelari (carcere o domiciliari) perché, in particolare, «non vi è alcun sospetto» di rischio di fuga. E chissà se qualcuno chiederà spiegazioni all’effettivo proprietario del bar (dato in gestione ai Moretti), Julien Beytrison, che al citofono della sua bella casa in centro si limita a dire: «Non voglio parlare con i giornalisti. Non ero lì, non ho visto niente. Sono occupato».

A Jacques e Jessica Moretti (difesi da Nicolas Perret), e non solo alla coppia, non mancheranno altre domande da porre. Secondo esperti sentiti dalla stampa svizzera, in un bar come Le Constellation servivano ispezioni annuali. Il materiale fonoassorbente sul tetto, che ha fatto da detonatore, sarebbe stato economico e altamente infiammabile. E non risultano autorizzazioni di ristrutturazioni interne negli ultimi dieci anni.

Dalla scala che dal seminterrato porta al piano terra, l’unica «angusta» via di salvezza per decine di ragazzi, un tempo «ci passavano cinque persone insieme una accanto all’altra», dice un negoziante. Ma poi è stata ridotta a un metro, diventando un imbuto. Il gestore di un noto locale della zona, che chiede l’anonimato, racconta: «Anche noi abbiamo un discobar. Al piano di sotto ci sono tre uscite d’emergenza. Tutto è ignifugo. Io non dormo da quattro giorni al pensiero di quello che poteva succedere a mio figlio quella notte: era stato nel locale un’ora prima, poi è andato via. Abbiamo perso amici: una loro cameriera veniva a fare gli extra qui. Anche il bodyguard non ce l’ha fatta». La moglie aggiunge: «I controlli a noi li fanno, eccome. Anche a sorpresa. Quello era il bar dei minorenni: servivano superalcolici pure a loro».

«Il Comune di Crans-Montana non ha adottato un approccio permissivo nell’ispezione dei bar», dice il sindaco Nicolas Féraud. Ma per molti bisogna andare a fondo. La pressione sui coniugi fa salire la tensione: un giornalista svizzero denuncia di essere stato insultato e minacciato dallo staff di Jacques durante delle riprese. In quel momento, sullo sfondo, ci sarebbe stato anche l’indagato, fuori da un altro suo locale, Le Vieux Chalet di Lens.

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