Il Castello di Wideville a Davron-Crespière, non lontano da Parigi: «Era la sua anima. Trionfale. Nessuno ha vissuto così, da re. “Vieni, andiamo nel potager”, ti diceva. Ma quello che chiamava orto era un universo. Sconfinato, come il giardino delle rose che amava». La villa di Roma: «Rappresentava gli inizi, quando sull’Appia incontravi le dive di Hollywood. È lì che l’ho salutato, la sera che ci ha lasciato». L’architetto e interior designer Tommaso Ziffer ha disegnato per anni i negozi di Valentino in giro per il mondo, ma soprattutto ha fatto parte della “tribù” dello stilista e di Giancarlo Giammetti: «Sì, è stata una vita intera». Ed è attraverso le sue case, quelle che ha frequentato per i grandi party e i momenti familiari, cene e vacanze, che lo ricorda.
Ecco, le case di Valentin…
Il Castello di Wideville a Davron-Crespière, non lontano da Parigi: «Era la sua anima. Trionfale. Nessuno ha vissuto così, da re. “Vieni, andiamo nel potager”, ti diceva. Ma quello che chiamava orto era un universo. Sconfinato, come il giardino delle rose che amava». La villa di Roma: «Rappresentava gli inizi, quando sull’Appia incontravi le dive di Hollywood. È lì che l’ho salutato, la sera che ci ha lasciato». L’architetto e interior designer Tommaso Ziffer ha disegnato per anni i negozi di Valentino in giro per il mondo, ma soprattutto ha fatto parte della “tribù” dello stilista e di Giancarlo Giammetti: «Sì, è stata una vita intera». Ed è attraverso le sue case, quelle che ha frequentato per i grandi party e i momenti familiari, cene e vacanze, che lo ricorda.
Ecco, le case di Valentino: com’erano?
«Come i suoi abiti: dei sogni».
Quando vi siete incontrati?
«Nel 1983, in vacanza a Capri. Conosceva già mia madre, che è stata una celebre decoratrice romana (Angela Saratti Ziffer, ndr). Io mi ero appena laureato, e Giancarlo mi chiese di progettare le boutique della maison. Milano, Londra, Vienna, Zurigo…».
Per loro ha immaginato anche gli uffici privati al piano nobile di Palazzo Mignanelli.
«Più manageriale quello di Giancarlo, una stanza gigantesca che sembrava uscita dalla scenografia de Il grande dittatore di Chaplin. Più opulento lo spazio di Valentino, con carte damascate fatte a mano a San Patrignano, tende di seta, tappeti Aubusson, mobili antichi, nature morte… Ma lui, d’altronde, avrebbe riempito tutto di chinoiserie, faux bamboo, tessuti ricamati, porcellane. E arte, tantissima arte. Giammetti ha uno stile più contemporaneo, Francis Bacon e legno scuro. Due concezioni di buon gusto e lifestyle apparentemente diverse, ma complementari. Come loro».
In quello studio c’era anche la replica firmata di un’opera cinquecentesca conservata agli Uffizi. L’aveva cercata a lungo. Perché l’ha voluta così tanto?
«È il ritratto di Eleonora da Toledo del Bronzino, l’acquistammo insieme da un famoso antiquario romano. Andava pazzo per quel dipinto, adorava i vestiti, i dettagli. Lo considero un po’ il simbolo del suo modo di intendere gli interni e, in fondo, la vita».
Come lo descriverebbe?
«Magnificente e allo stesso tempo intimo. Aveva imparato dai grandi, ma li aveva superati in tutto: le sue tavole erano le più lussuose, il cibo era sempre squisito e servito da camerieri bellissimi e impeccabili».
Nella moda, Valentino è sinonimo di rosso. Per la decorazione quale colore sarebbe?
«Il verde celadon, una sfumatura che ricorda la Cina».
Tra le sue dimore, lei quale sceglierebbe?
«Forse l’appartamento sulla Fifth Avenue di New York, affacciato su Central Park. In entrambe le fasi: una prima versione di ispirazione russa firmata da Peter Marino, ammantata di malachite e parquet, e la successiva trasformazione, più contemporanea, di Jacques Grange con il grande Basquiat alla parete. Era il must di stagione, ci si andava a novembre per il Thanksgiving».
Continuiamo il viaggio nella geografia domestica di Valentino: lo chalet di Gstaad.
«Lì si respira davvero lo spirito della montagna. È un luogo molto intimo, caldo. Un particolare artistico divertente: la scala, con il gregge di pecore di Lalanne, dove a Capodanno ci si sedeva per scattare i ritratti».
Kensington, a Londra, e la collezione di Picasso in salotto.
«Più Art Nouveau, con la sala da pranzo rivestita di boiserie e una libreria colma di porcellane».
E poi lo yacht.
«Tutto righe bianche e blu, così diverso dalle barche di oggi».
Negli interni che cosa amava?
«L’intero vocabolario dell’eleganza classica. Invidio ancora la sua collezione di cigni di Meissen con cui apparecchiava tavole sensazionali. Ogni particolare, con lui, era perfetto. Valentino stesso lo era, mai un capello fuori posto. Un giorno, gli chiesi: “Ma come fai a essere così ?”. Mi rispose: “Perché tu scaldi”. Non capivo che cosa volesse dire. “Tu ti agiti, devi stare calmo”, mi spiegò (ride, ndr)».
E che cosa odiava?
«La sciatteria, la sporcizia. Le droghe».
Se avesse potuto “rubargli” un oggetto, quale sarebbe stato?
«A Roma, un secrétaire inglese del settecento di lacca nera con incassate delle porcellane blu».
Una dote, invece?
«La forza di volontà. La disciplina è una dote che condivideva con Giancarlo».