Sembra un bambino travestito da uomo. Strizza un’ultima volta gli occhi al sole ed entra nella chiesa che si affaccia sul lago. In mano ha una palla da basket. Nulla sarà come prima, pensa, mentre la appoggia accanto alla bara del suo giovane compagno di squadra che non c’è più: si chiamava Alexis Ralph Bollag, aveva 18 anni, è morto dopo trentuno giorni di lotta disperata contro le ustioni, attaccato alle macchine, stroncato da un batterio che ha dato il colpo di grazia a un corpo martoriato. Battezzato come la vittima numero quarantuno della strage al Le Constellation.
Comunità in lutto
Lutry è un borgo di diecimila abitanti vicino Losanna. Dieci ragazzi che vivevano tra questo paese e quello accanto hanno perso la vita a Capodanno nel locale di Crans-Montana. Alle due del pomeriggio, tra le stradine acciottolate si sente solo il rumore dei passi di un’intera comunità che entra nel tempio protestante. Non può accoglie…
Sembra un bambino travestito da uomo. Strizza un’ultima volta gli occhi al sole ed entra nella chiesa che si affaccia sul lago. In mano ha una palla da basket. Nulla sarà come prima, pensa, mentre la appoggia accanto alla bara del suo giovane compagno di squadra che non c’è più: si chiamava Alexis Ralph Bollag, aveva 18 anni, è morto dopo trentuno giorni di lotta disperata contro le ustioni, attaccato alle macchine, stroncato da un batterio che ha dato il colpo di grazia a un corpo martoriato. Battezzato come la vittima numero quarantuno della strage al Le Constellation.
Comunità in lutto
Lutry è un borgo di diecimila abitanti vicino Losanna. Dieci ragazzi che vivevano tra questo paese e quello accanto hanno perso la vita a Capodanno nel locale di Crans-Montana. Alle due del pomeriggio, tra le stradine acciottolate si sente solo il rumore dei passi di un’intera comunità che entra nel tempio protestante. Non può accogliere tutti. I posti dentro sono riservati; la sala comunale a fianco ospita chi desidera seguire la cerimonia sul maxischermo, ed è piena; in tanti restano in piedi sul sagrato per ascoltare la funzione dagli altoparlanti.
"Ci sosteniamo, ci aiutiamo”
Non è solo l’ultimo funerale, l’epilogo della triste contabilità della tragedia del Constel. È l’unione di chi condivide lo stesso dolore e l’identica incredulità. Arrivano Michel e Vinciane, i genitori di Trystan Pidoux, morto nel rogo: «Siamo una sola grande famiglia. I vivi, i morti, i feriti: siamo tutti insieme». Partecipa Huseyin Ozkaytan, il papà di Roze, la fotografa arruolata dai coniugi Moretti per Capodanno rimasta gravemente ferita, per tre settimane in coma, e tutt’ora ricoverata: «Il loro dolore è quello di tutti. Non ha colore. Ci sosteniamo, ci aiutiamo». C’è Ludo, giovane volontario che quella notte ha soccorso i feriti: «Era una scena dell’orrore. Ho tirato fuori i ragazzi intrappolati. Vivevo a Crans-Montana, ci stavo bene, ma non voglio più tornarci. Di notte faccio gli incubi. Per adesso vivo da un amico a Friburgo. Ma oggi volevo esserci perché sento tutti loro come una famiglia». E poi Allegra, 17 anni, di Lutry, che una settimana fa ha organizzato da sola una marcia per le vittime: «C’erano 1.200 persone. Quello che è successo è un’ingiustizia terribile».
I ricordi di Alexis
Oggi è il giorno di Alexis. Aveva i capelli biondi e un sorriso grande. Era una promessa del basket, amava sciare e cucinare, sognava di comprare una moto e voleva viaggiare. La cerimonia è semplice: i discorsi di chi lo ama intervallati da una galleria di fotografie proiettate sugli schermi. E una lunga colonna sonora. Here comes the sun strappa un sorriso. Il papà Patrick e la mamma Tanja leggono i loro messaggi. Inizia lui, la moglie appoggia la fronte sulla sua spalla: «Sei sempre stato uno spirito libero che aveva bisogno di volare da solo. Desideravi solo una cosa: poter comprare quella moto che terrorizzava la tua famiglia. Ora è tutto finito». Continua lei: «Eri ambizioso da conquistare il mondo, e allo stesso tempo facevi del bene a chi ti circondava. Sapendo che non vorresti vederci tristi, promettiamo di fare tutto ciò che è in nostro potere per reimparare a vivere». Parlano gli amici, i compagni di scuola e di vita. Non una parola di rabbia. Nessuna accusa, non oggi. Solo ricordi belli. I compagni di squadra e di canestri portano la bara sul carro funebre sulle note di Heal the world. Per l’intera durata della cerimonia, quattro bambini gridano felici giocando con un palloncino nel cortile della chiesa. Piccolo segnale di normalità nel borgo che ha perso dieci suoi figli.