Scimpanzé positivi all’alcol test. Anche nella foresta è possibile ubriacarsi
di Elena DusiL’ipotesi della “scimmia ubriaca” era affascinante, ma fino a ieri priva di dimostrazioni. Ai primatologi dell’università di Berkeley non era sfuggito il gusto con il quale gli scimpanzé della foresta di Ngogo, in Uganda, succhiavano i frutti caduti a terra e rimasti per giorni a fermentare. Ne avevano raccolti alcuni e avevano misurato il contenuto in etanolo. Poi avevano calcolato la quantità assunta da alcuni esemplari. I maschi adulti in particolare, con una dieta di 4-5 chili di frutta al giorno, potevano arrivare a 14 grammi quotidiani di etanolo.
Si tratta di una dose ragguardevole, per essere in una giungla a decine di chilometri dal primo bar. In termini umani si potrebbe tradurre in due bicchieri di vino. L’ ipotesi dei ricercatori americani - che anche i primati amassero l’alcol e cercassero i frutti marciti allo scopo di provarne l’ebbrezza – fino a ieri era rimasta però aneddotica, senza alcuna conferma scientifica.
L’ipotesi della “scimmia ubriaca” era affascinante, ma fino a ieri priva di dimostrazioni. Ai primatologi dell’università di Berkeley non era sfuggito il gusto con il quale gli scimpanzé della foresta di Ngogo, in Uganda, succhiavano i frutti caduti a terra e rimasti per giorni a fermentare. Ne avevano raccolti alcuni e avevano misurato il contenuto in etanolo. Poi avevano calcolato la quantità assunta da alcuni esemplari. I maschi adulti in particolare, con una dieta di 4-5 chili di frutta al giorno, potevano arrivare a 14 grammi quotidiani di etanolo.
Si tratta di una dose ragguardevole, per essere in una giungla a decine di chilometri dal primo bar. In termini umani si potrebbe tradurre in due bicchieri di vino. L’ ipotesi dei ricercatori americani - che anche i primati amassero l’alcol e cercassero i frutti marciti allo scopo di provarne l’ebbrezza – fino a ieri era rimasta però aneddotica, senza alcuna conferma scientifica.
Un avventuroso test delle urine
Ci sarebbe voluto un etilometro, ma se già è difficile per la stradale convincere un automobilista alticcio, figuriamoci uno scienziato alle prese con uno scimpanzé. I ricercatori di Berkeley hanno optato allora per un esame delle urine. Anche così le difficoltà non sono mancate, ma come spesso accade nei contesti poco agevoli, i professori âgé hanno lasciato spazio ai giovani ricercatori. In questo caso è toccato a due neolaureati, Aleksey Maro e Sharifah Namaganda, ugandese, escogitare un metodo per raccogliere un campione di urine da una scimmia ubriaca.
Hanno fissato alcune buste di plastica a dei bastoni lunghi, poi le hanno tenute sollevate al di sotto dei rami occupati dagli scimpanzé. Presto hanno imparato le loro abitudini urinarie, cercando di tenersi il più possibile alla larga dalle innaffiate. La tecnica si è rivelata tutt’altro che impermeabile, ma in undici giorni di sforzi ha sortito il suo effetto. I preziosi campioni sono stati portati in laboratorio e sottoposti ad analisi.
I risultati positivi
I risultati, pubblicati su Biology Letters, confermano l’ipotesi della “scimmia ubriaca”. L’urina di molti scimpanzé di Ngogo contiene un prodotto del metabolismo dell’etanolo, l’etile glucuronide, che negli esseri umani viene usato per dimostrare l’uso regolare di bevande alcoliche.
“Abbiamo trovato un’evidenza diffusa del consumo di alcolici da parte degli scimpanzé” spiega Maro. “Se c’erano ancora dubbi a proposito dell’ipotesi della scimmia ubriaca, secondo la quale nell’ambiente c’è abbastanza alcol da consentire agli animali un consumo analogo a quello degli esseri umani, crediamo che siano stati fugati”.
Dei 20 campioni di urine prelevati da 19 esemplari, 17 sono risultati positivi. Dieci scimpanzé avevano livelli di etanolo superiori ai 500 nanogrammi per millilitro, corrispondenti a uno o due bicchieri di vino bevuti nell’arco di 24 ore. “La ricerca ha anche implicazioni per noi umani” aggiunge Maro. “Ci siamo evoluti con una predisposizione al consumo di alcol?”.
L’evoluzione e il piacere del bere
Dieci milioni di anni fa, secondo i primatologi, una mutazione genetica ha permesso ad alcune scimmie di imparare a digerire l’etanolo, altrimenti tossico per gli animali. Gorilla e scimpanzé, muniti della variante, hanno mostrato di apprezzare i frutti leggermente marci e fermentati, mentre gli orango che ne sono privi li lasciano a terra.
Probabilmente i primi sono i nostri antenati più diretti, visto che il gene dell’alcol è arrivato fino a noi con la funzione evolutiva, si ipotizza, di favorire le relazioni fra gruppi e lubrificare i rapporti sociali.