Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva dell’università degli studi di Milano, lo ripete da anni: “I bambini e gli adolescenti devono stare nel mondo e non dentro uno schermo. C’è bisogno di fatica, di bellezza e di libertà per diventare se stessi”.
Il medico-scrittore (Esci da quella stanza, è l’ultimo libro scritto per Mondadori, ndr) accoglie con favore la svolta europea ma precisa subito: “Tutto è aggirabile, anche le applicazioni. I colossi che dall’accessibilità, dalla gratuità e dall’anonimato ricavano i loro grandi guadagni, si giocheranno la carta della libertà dell’individuo”.
La presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, ha detto durante il lancio della app che spetta ai genitori crescere i propri figli e non alle piattaforme. Condivide?
“La von Der Leyen dice qualcosa che i genitori già stanno cercando, in parte, di fare. Ma in moltissimi casi sono impotenti. È stato scientifico il modo in cui le multinazionali del digitale hanno cercato di tirare dentro i bambini, di studiarli, di profilarli, di agganciarli. Per anni ci hanno detto che il mondo dei social era un mondo a misura dei bisogni di socializzazione e di crescita dei nostri figli, adesso ne raccogliamo i frutti tremendi. Social come TikTok al momento dell’iscrizione precisano che sono raccomandati a partire dai 13 anni. Ma dentro ci trovi profili di bambini di 8 o 9 anni mai verificati dalla piattaforma. Ci sono regole che vengono scritte per essere violate”.
La nuova applicazione che verifica l’età sarà d’aiuto?
“Penso che sia più che necessario mettere dei limiti all’accesso online. In adolescenza il cervello è molto vulnerabile. Il tema educativo però non deve dipendere solo dai genitori. È un tema di sanità pubblica che va inquadrato in una visione collettiva di che ambiente è quello dei social media, una zona franca negli ultimi 15 anni. Possiamo parlare di un mondo a parte dove soggetti fragili e vulnerabili si sono fatti molto male. Non è certo un caso se, in questo momento storico, abbiamo i peggiori indicatori di salute mentale di sempre in età evolutiva. Gli adolescenti stanno male in tutto il mondo e i giovani non erano così sofferenti quando non c’era questa larga accessibilità ai social”.
Cosa possono fare i genitori?
“Tanti genitori sono presenti e vicini ai figli nella loro vita social, altri sono inconsapevoli dei rischi e quindi assenti. Oggi è fondamentale che il mondo adulto sia formato a riconoscere e prevenire i rischi associati alla presenza dei minori nell’online e soprattutto sappia perché e come rinunciare all’offerta di strumenti digitali utilizzati come ciucci elettronici. Solo che, diciamoci la verità, agli adulti è stata fornita una narrazione in cui quello del digitale è il mondo dei giovani. E se chiedi la password del figlio, stai violando la sua privacy”.
Ma come sono questi giovani di oggi?
“Tutto il mondo sta correndo a una velocità folle. Tutto quello che ci siamo detti negli ultimi 10 anni è che il mondo digitale era un mondo vigilato, dentro invece ci troviamo tanti giovani che si allenano alla vita senza acquisire le abilità emotive, cognitive e socio-relazionali che li rendano capaci di affrontare la realtà. È una partita persa anche da parte della scuola”.
Perché?
“Le multinazionali del big-tech, all’inizio del Terzo millennio, hanno convinto la scuola che il digitale avrebbe prodotto apprendimenti migliori e ingenerato competenze molto più ampie della scuola tradizionale. Invece sono peggiorati tutti gli indicatori di apprendimento in tutte le materie, in tutti i continenti, dal 2011 al 2025. E nelle scuole ad alta presenza digitale il calo è ancora più consistente”.
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A 11 anni ci sono ragazzini che dai loro cellulari guardano i porno. Come analizza questo aspetto?
“Quelle immagini violente producono un impatto molto forte nella mente dei giovanissimi. Perché nel momento in cui della sessualità non sai ancora nulla e l’unico incubatore è quello, violento ed estremo, si possono avere delle conseguenze nel lungo periodo. Questo significa che nelle prime esperienze sessuali non ci sarà condivisione, consenso e esplorazione reciproca”.
C’è una formula per arginare tutto questo?
“La società italiana di pediatria aveva dato indicazioni precise già nel 2025. Ed erano queste: non dare smartphone in mano ai giovani prima dei 13 anni, riattivare le esperienze di gioco all’aperto, essere genitori meno ansiosi e protettivi, non avere profili sui social media prima della maggiore età. Sostenere la crescita delle giovani generazioni significa arginare la pervasività con cui il digitale e lo smartphone hanno aggredito la loro vita”.