Ogni volta che succede qualcosa che riguarda i ragazzi e i social, la risposta è quasi automatica: vietiamo. Vietiamo l’accesso. Vietiamo prima dei 14 anni. Vietiamo prima dei 16. Vietiamo “per proteggerli”. È una reazione comprensibile. Ma è anche una reazione povera, se resta l’unica. Vietare è un gesto semplice, rassicurante, immediato. Dà l’illusione di aver fatto qualcosa. Ma raramente affronta il problema vero. Perché la domanda che continuiamo a evitare è sempre la stessa, ed è una domanda scomoda: perché i ragazzi stanno così tanto sui social? Davvero pensiamo che sia solo una questione di età, di immaturità, di mancanza di regole? Davvero crediamo che milioni di adolescenti passino ore online solo per noia o superficialità?
I social, il luogo dove accadono le cose
Chi lavora con loro lo sa bene: i ragazzi non stanno sui social perché li amano. Ci stanno perché lì succede qualcosa che altrove succede sempre meno. Lì qualcuno risponde. Lì qualcuno guarda. Lì qualcuno reagisce. Lì qualcuno c’è. E mentre discutiamo di divieti, raramente ci fermiamo a osservare il contesto in cui questi ragazzi crescono. Un contesto in cui gli adulti sono sempre più presenti fisicamente e sempre più assenti mentalmente. Negli stessi anni in cui chiediamo ai ragazzi di disconnettersi, abbiamo normalizzato l’idea che un adulto debba essere sempre disponibile. Sempre reperibile. Sempre raggiungibile. Sempre con il lavoro in tasca. Email la sera, messaggi durante la cena, telefonate nel weekend.
Un “attimo” che diventa un’abitudine. La testa sullo schermo mentre un figlio parla. Non perché manchi l’amore. Ma perché manca il tempo. E soprattutto mancano i confini. Un genitore che non ha diritto a staccare non è un genitore più responsabile. È un genitore più stanco. E spesso, senza volerlo, più distante. Molti ragazzi che incontro non dicono “i miei genitori non mi vogliono bene”. Dicono “non ci sono mai davvero”. Oppure “ci sono, ma sono sempre di fretta”. O peggio ancora: “non ha senso parlare, tanto hanno altro da fare”. In questo vuoto, i social non sono la causa del problema. Sono il luogo dove il problema prende forma.
La disconnessione
Per questo vietare ai ragazzi l’accesso ai social senza intervenire sulla vita degli adulti è una scorciatoia ipocrita. Chiediamo ai figli di fare ciò che noi, come società, non siamo più in grado di fare: disconnetterci. Qui entra in gioco una parola che viene usata molto e praticata pochissimo: disconnessione. Oggi non è un diritto fondamentale pienamente riconosciuto. È un principio debole, affidato agli accordi tra datore di lavoro e lavoratore. Qualcosa che si concede, se va bene. Qualcosa che si negozia, se si può. Ma la disconnessione non è un lusso organizzativo. È una questione educativa. Un genitore che sa di poter staccare davvero non è solo più riposato. È più presente. Più lucido. Più capace di accorgersi di un disagio prima che esploda.
Fasce orarie di non reperibilità
Allora la proposta, quella che davvero sposta il discorso, è questa: invece di concentrarci solo sul vietare i social ai ragazzi, immaginiamo la disconnessione come un principio formale, strutturale, tutelato negli accordi di lavoro. Non come gentile concessione. Non come welfare opzionale. Ma come diritto legato anche alla responsabilità genitoriale. Fasce orarie di reale non reperibilità. Tutela esplicita del tempo familiare. Nessuna penalizzazione implicita per chi non risponde fuori orario. Un’assunzione di responsabilità chiara da parte delle organizzazioni. Perché se restituiamo tempo agli adulti, restituiamo presenza ai figli.
E quando un ragazzo ha qualcuno che c’è davvero, i social smettono di essere un rifugio emotivo e tornano a essere ciò che dovrebbero essere: uno strumento, non una casa. Vietare senza restituire tempo è solo controllo. Educare significa creare le condizioni perché non ci sia bisogno di scappare. Forse la vera domanda non è se vietare o meno i social ai ragazzi. La vera domanda è se siamo disposti, come adulti e come società, a disconnetterci noi per primi. Perché i ragazzi non stanno cercando uno schermo. Stanno cercando qualcuno che ci sia. E se non lo trovano nella vita reale, lo cercheranno ovunque sia possibile.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te”, docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche