Flotilla di terra, Centrone: “Sono stati momenti duri, in Libia abbiamo visto atrocità”
di Alessia Candito“La liberazione è stata il miglior regalo di compleanno che potessi mai immaginare. Questo mese è stato tremendo”. Stanco, provato, “ma ancora così carico di adrenalina – dice – da non saper dire bene come sto”, Nico Centrone, uno dei due attivisti italiani della flotilla di terra liberati ieri dopo un mese di detenzione nella Libia di Haftar, non nasconde la rabbia e la commozione. “Sto bene – dice appena arrivato a Fiumicino – fisicamente, ma soprattutto mentalmente molto stanco. Mentalmente siamo tutti molto provati”.
Qual è stata la cosa più difficile in questo mese?
“L’impossibilità di comunicare. Il sentirsi soli, abbandonati. Quando ti buttano in una cella senza dirti il perché, ti chiudono in isolamento e non sai quando uscirai, non sai se è giorno, non sai se è notte, la mente inizia a scorrere. I primi momenti sono stati molto molto complicati. Ma sapevamo che fuori i nostri compagni si stavano mobilitando, che stavano lottando per noi e questo ci ha dato la forza".
Prima d…
“La liberazione è stata il miglior regalo di compleanno che potessi mai immaginare. Questo mese è stato tremendo”. Stanco, provato, “ma ancora così carico di adrenalina – dice – da non saper dire bene come sto”, Nico Centrone, uno dei due attivisti italiani della flotilla di terra liberati ieri dopo un mese di detenzione nella Libia di Haftar, non nasconde la rabbia e la commozione. “Sto bene – dice appena arrivato a Fiumicino – fisicamente, ma soprattutto mentalmente molto stanco. Mentalmente siamo tutti molto provati”.
Qual è stata la cosa più difficile in questo mese?
“L’impossibilità di comunicare. Il sentirsi soli, abbandonati. Quando ti buttano in una cella senza dirti il perché, ti chiudono in isolamento e non sai quando uscirai, non sai se è giorno, non sai se è notte, la mente inizia a scorrere. I primi momenti sono stati molto molto complicati. Ma sapevamo che fuori i nostri compagni si stavano mobilitando, che stavano lottando per noi e questo ci ha dato la forza".
Prima del fermo avreste mai immaginato una situazione del genere?
“Di certo non di rimanere prigionieri così a lungo. Eravamo consapevoli del rischio di un arresto, non ci saremmo mai aspettati di essere rapiti e portati via senza nessuna spiegazione, di vedere i nostri passaporti e i telefoni buttati via, di non avere la possibilità di parlare con nessuno per giorni né con un console, né con degli avvocati o le nostre famiglie. Questa brutalità non ce la aspettavamo”.
Arrivati a Fiumicino i due attivisti pugliesi liberati della Global Sumud land Convoy
Cos’è successo il giorno in cui siete stati fermati?
”Ci hanno bloccati ancor prima che arrivassimo al valico. Siamo arrivati lì con le due ambulanze. Ricordo che ero sulla prima e abbiamo visto un posto di blocco a circa 3-400 metri prima del confine vero e proprio. C’erano una ventina di veicoli blindati e una quarantina o cinquantina di soldati. Lì abbiamo capito che non sarebbe stato facile”.
Quando siete entrati in contatto?
“Nei pressi del checkpoint ci hanno costretto a scendere dalle auto in maniera violenta, ci hanno fatto togliere le scarpe e costretti a rimanere sulla sabbia rovente mentre loro controllavano, poi ci hanno caricati in un'auto militare. Eravamo dentro una specie di gabbia. Ci hanno trasportati in quello che poi abbiamo scoperto essere un centro per i rimpatri”.
Cosa avete visto lì?
“Eravamo segregati in una stanza. Fuori tutti vedevamo i migranti subsahariani che arrivavano e che venivano messi sotto il sole. Abbiamo visto delle atrocità sia lì, sia nel carcere dove dopo siamo trasferiti. La notte stessa del nostro arrivo, sono stato interrogato per oltre quattro ore”.
Cosa volevano sapere?
“Continuavano a farci domande sul terrorismo, su Hamas. Il Convoy, come la flotilla sono pacifici, disarmati e non violenti, ma erano come ossessionati. Il giorno dopo ci è stato detto che saremmo stati portati in Italia, siamo saliti su un aereo, ma ci hanno mentito: all’arrivo eravamo a Bengasi. Siamo stati portati in prigione e messi in isolamento. Eravamo feriti, scossi, spaventati. Quello è stato uno dei momenti più difficili. Dopo la visita del console – che ringraziamo perché ha fatto un grandissimo lavoro dietro le quinte – le cose hanno iniziato a migliorare. Lui ci ha detto che le famiglie sapevano e ci siamo tolti tutti un grosso peso. Per loro, saperci in un Paese come la Libia dell’Est e non avere nostre notizie deve essere stato un peso che neanche riesco a immaginare”.
Con il senno di poi, ripartirebbe con il Convoy?
“Assolutamente sì e avrei risposto nello stesso modo anche due giorni fa, quando non immaginavo che ci avrebbero liberato. Ne abbiamo discusso anche con gli altri e siamo tutti della stessa idea. Crediamo che nella battaglia per fermare il genocidio a Gaza dobbiamo usare anche i nostri corpi, mettere a sistema i privilegi che i nostri passaporti ci garantiscono.
Adesso cosa farà?
“Festeggerò il compleanno con mia sorella, con la mia famiglia che ha passato momenti veramente brutti. Ho tanto da farmi perdonare”.