Alle sei e trenta della sera, dopo aver parlato per quasi dieci ore, la voce del pm Sergio Colaiocco si è rotta per la prima volta. L’aula bunker di Rebibbia aveva tutto il diritto di essere stanca – il caldo, la lunghissima discussione, la tensione emotiva – eppure nell’aria c’era uno dei silenzi più rumorosi della giornata, secondo forse solo a quando erano state elencate le fratture, una per una, che i militari egiziani avevano causato a Giulio Regeni, trasformando il suo corpo in una lavagna dell’orrore.
«Consentitemi – ha detto Colaiocco – prima di concludere formalmente questa requisitoria, una considerazione che esce per un momento dal linguaggio delle prove, che esula dal perimetro tecnico della requisitoria e che, per una volta, non appartiene soltanto al …
Alle sei e trenta della sera, dopo aver parlato per quasi dieci ore, la voce del pm Sergio Colaiocco si è rotta per la prima volta. L’aula bunker di Rebibbia aveva tutto il diritto di essere stanca – il caldo, la lunghissima discussione, la tensione emotiva – eppure nell’aria c’era uno dei silenzi più rumorosi della giornata, secondo forse solo a quando erano state elencate le fratture, una per una, che i militari egiziani avevano causato a Giulio Regeni, trasformando il suo corpo in una lavagna dell’orrore.
«Consentitemi – ha detto Colaiocco – prima di concludere formalmente questa requisitoria, una considerazione che esce per un momento dal linguaggio delle prove, che esula dal perimetro tecnico della requisitoria e che, per una volta, non appartiene soltanto al magistrato che rappresenta la pubblica accusa ma all’uomo che questo processo ha accompagnato per dieci lunghi anni della propria vita».
«Dal pomeriggio in cui mi fu affidato quel fascicolo, Giulio Regeni è entrato nella mia vita. Per dieci anni questo procedimento ha rappresentato una sfida professionale tra le più complesse che potessi immaginare. Ma sarebbe riduttivo dire che sia stata soltanto una sfida professionale. Perché questo processo, inevitabilmente, ha abitato anche la mia vita personale. Ne ha scandito gli anni. Ne ha accompagnato i pensieri e le veglie notturne. Ricordo ancora, e non è esperienza usuale per un magistrato, l’emozione profonda di partecipare ai funerali di Giulio, nella palestra di Fiumicello. Ricordo il dolore composto di una comunità. Ed è lì, forse, che questo procedimento ha cessato definitivamente di essere soltanto un fascicolo».
Colaiocco blocca la voce e guarda per un attimo dietro di sé. Ci sono Paola e Claudio Regeni, come sempre. «Da allora io ho avuto il privilegio di ricevere la fiducia di tre persone straordinarie: Claudio, Paola e Irene. Ho visto in loro qualcosa che raramente il dolore umano riesce a conservare: la fermezza senza odio, la dignità senza clamore, la perseveranza senza resa. Ho visto dei genitori e una sorella trasformare una perdita indicibile in una domanda incessante di verità».
Colaiocco sa che nessuno avrebbe mai scommesso su quello che sta accadendo. Un processo a quattro agenti egiziani. Dicevano: «Non andrete mai da nessuna parte». «Figurati se potrà mai succedere». Ed effettivamente hanno provato a fermarlo in tutti i modi. Colaiocco ha elencato i tentativi di depistaggio, le bugie, le mancate collaborazioni del governo «amico» egiziano. Accanto a lui c’è il procuratore Francesco Lo Voi che, quando è arrivato, ha ricevuto l’abbraccio dei genitori di Giulio, sempre «cittadini», mai «genitori in cerca di pietà»: è stato Lo Voi ad avere l’intuizione di chiedere l’intervento della Consulta e sbloccare il processo. Senza questi due magistrati non si sarebbe mai arrivati qui.
«La vostra decisione sarà letta ben oltre quest’aula», dice Colaiocco alla giuria. Due donne alla destra delle due magistrate togate, un uomo nel mezzo, gli altri tre a sinistra, sempre attenti. Qualcuno ha intravisto degli occhi lucidi quando si parlava delle torture. «Ora è il momento di affermare che la dignità dell’essere umano non conosce confini. Che la verità può essere rallentata, ostacolata, insabbiata, ma non definitivamente sepolta. Giulio Regeni, oggi, non è più soltanto il nome di una vittima. È diventato il nome di una domanda universale di giustizia. La vostra decisione può dare voce a chi non può più parlare; può restituire fiducia a chi l’ha smarrita».
Sono in piedi Colaiocco e Lo Voi. Hanno appena chiesto le condanne. Si guardano. Colaiocco pronuncia la parola ergastolo. «Ora tutto passa nelle vostre mani», dice alla Corte. «Per Giulio, per la sua famiglia, per tutti noi, vi chiediamo verità e giustizia per Giulio Regeni».