✕

Attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, 4 arresti. “Hanno agito su commissione”

Uno degli arrestati per l'attentato (Vincenzo Tersigni) 

Ascolta l'audio

Cinque gli indagati in tutto. Il commando partito dall’Irpinia, ora si cercano i mandanti. Mantovano: “Chiarire le zone d’ombra”. L’opposizione alla Rai: “Dategli la tutela legale”
2 minuti di lettura

ROMA – Tre persone in carcere, una ai domiciliari. Cinque indagati in tutto. E una caccia ai mandanti ancora aperta. Il commando partito dall’Irpinia per intimidire il giornalista Sigfrido Ranucci è stato individuato e fermato. Ma l’inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Roma non è conclusa: chi ha ordinato quell’attentato resta ancora senza nome.

È questo il quadro delineato dall’ordinanza con cui il gip ha disposto le misure cautelari nei confronti di Pellegrino D’Avino, sua moglie Marika De Filippi, Saverio Mutone e Antonio Passariello, mentre un quinto indagato è il ventunenne napoletano Luca Amato. Proprio mentre gli investigatori continuano a lav…

ROMA – Tre persone in carcere, una ai domiciliari. Cinque indagati in tutto. E una caccia ai mandanti ancora aperta. Il commando partito dall’Irpinia per intimidire il giornalista Sigfrido Ranucci è stato individuato e fermato. Ma l’inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Roma non è conclusa: chi ha ordinato quell’attentato resta ancora senza nome.

È questo il quadro delineato dall’ordinanza con cui il gip ha disposto le misure cautelari nei confronti di Pellegrino D’Avino, sua moglie Marika De Filippi, Saverio Mutone e Antonio Passariello, mentre un quinto indagato è il ventunenne napoletano Luca Amato. Proprio mentre gli investigatori continuano a lavorare per risalire ai mandanti, arriva anche l’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che a margine del Meeting del Made in Italy esprime vicinanza al conduttore di Report: «Tutto ciò che è contro la sicurezza dei cittadini, ma in particolare la sicurezza di chi svolge un’attività importante sul piano dell’informazione, deve essere chiarito nel modo più completo, senza lasciare zone d’ombra». Parole che arrivano mentre Pd, M5s e Avs criticano la Rai per aver negato a Ranucci la tutela legale nella causa promossa dalla coppia Cipriani-Minetti: «Stona profondamente il comunicato del Cda Rai che prima rifiuta di dare la tutela legale al giornalista e poi rinnova la sua vicinanza allo stesso», affermano i parlamentari dem della Commissione di Vigilanza.

Tutto nasce dalla svolta nelle indagini sull’attentato. Pellegrino D’Avino, sua moglie Marika De Filippi, Saverio Mutone e Antonio Passariello, residenti tra Napoli e Avellino, dicevano di poter «ittà ‘o palazzo ‘nterr», di riuscire a demolire un edificio con la «gelatina da cava», un esplosivo plastico ad alto potenziale solitamente utilizzato nelle miniere. Secondo l’accusa sono loro ad aver fatto esplodere l’ordigno collocato davanti all’abitazione del conduttore di Report, a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, dove Ranucci vive con la famiglia. Un delitto su commissione che è costato ai protagonisti di questa vicenda accuse aggravate dal metodo mafioso: detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento.

Trascorsi poco più di otto mesi da quella sera, è possibile ricostruire il minuzioso lavoro dei carabinieri del Comando provinciale di Roma, degli uomini del Reparto operativo comandati da Adolfo Angelosanto, degli specialisti del Nucleo investigativo diretto dal comandante Dario Ferrara e di quelli del Nucleo investigativo di Frascati. Un’indagine fatta di immagini, pedinamenti, intercettazioni e riscontri che ha consentito di ricostruire l’intero percorso del commando.

Per comprendere come gli investigatori siano arrivati agli arresti occorre partire dal 10 ottobre 2025, quando Mutone, D’Avino e De Filippi effettuano un primo sopralluogo sotto casa di Ranucci. Sei giorni dopo D’Avino e Mutone partono da Avellino con una Fiat 500 presa a noleggio e, alle 22, sono di nuovo a Pomezia. Il giornalista è appena rientrato a casa, così come la figlia Michela, quando viene azionato l’ordigno collocato lungo il percorso che percorre abitualmente, accanto alla Opel Adam ormai utilizzata dal figlio. L’esplosione distrugge anche la Ford Ka della famiglia, fa saltare il cancello d’ingresso, danneggia il muro di cinta e scaraventa in aria cassonetti e vasi. La terra trema.

Un ragazzo che passa in zona nota un uomo con il passamontagna salire in auto. Da quella testimonianza e dall’analisi di centinaia di telecamere i carabinieri ricostruiscono il tragitto della Fiat 500, risalgono all’autonoleggio, identificano gli occupanti e iniziano a intercettarli. Nelle conversazioni gli indagati parlano della «bomba». E arrivano perfino a vantarsi: «Sono andato a metterla là e facciamo la storia».

Leggi i commenti