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Anche i telefoni avranno il loro Bugiardino: la sfida del pediatra Siani ad Apple e Meta

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Validato dalla Società italiana di pediatria e dall’Associazione italiana pediatri, il vademecum per device fissa soglie d’età e regole per gli adulti. E ora punta a essere inserito in ogni scatola di vendita
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C’è una frase, dentro il nuovo vademecum per dispositivi digitali, che le aziende produttrici finora non hanno mai scritto di proprio pugno: “Le app sono progettate per tenerti incollato allo schermo”. È la riga più scomoda del Bugiardino, il documento che Paolo Siani - pediatra a Napoli, direttore del dipartimento di malattie croniche al Santobono Pausilipon - ha scritto insieme a Rino Agostiniani (Società Italiana di Pediatria) e Stefania Manetti (Associazione Culturale Pediatri). Ed è anche il punto più ambizioso del progetto, che mira a convincere Apple, Meta e gli altri colossi a integrarlo alle scatole dei loro device, come il foglietto illustrativo dei farmaci.

L’idea nasce da un’osservazione da pediatra, non da tecnologo: “I genitori leggono sempre i bugiardini per sapere se un farma…

C’è una frase, dentro il nuovo vademecum per dispositivi digitali, che le aziende produttrici finora non hanno mai scritto di proprio pugno: “Le app sono progettate per tenerti incollato allo schermo”. È la riga più scomoda del Bugiardino, il documento che Paolo Siani - pediatra a Napoli, direttore del dipartimento di malattie croniche al Santobono Pausilipon - ha scritto insieme a Rino Agostiniani (Società Italiana di Pediatria) e Stefania Manetti (Associazione Culturale Pediatri). Ed è anche il punto più ambizioso del progetto, che mira a convincere Apple, Meta e gli altri colossi a integrarlo alle scatole dei loro device, come il foglietto illustrativo dei farmaci.

L’idea nasce da un’osservazione da pediatra, non da tecnologo: “I genitori leggono sempre i bugiardini per sapere se un farmaco è adatto al proprio figlio, anche quando è complicato”, spiega Siani. “Perché non fare lo stesso con il device?”.

Le testimonianze confermano questa intuizione. In una pizzeria di Napoli, seduto vicino a due famiglie - una con i bambini che disegnavano, l’altra con i minori incollati al telefono – il pediatra ha indicato ai suoi amici la prima come esempio. La madre lo ha riconosciuto: “Lei è venuto a parlarne nella mia scuola. Per questo ho cambiato approccio”, ha risposto.

Il Bugiardino, però, non è un’alternativa ai divieti, semmai un’aggiunta. “Accanto ai divieti è necessario informare le famiglie. Negli adolescenti il proibizionismo è sempre controproducente, la voglia di fare la cosa vietata aumenta e i divieti, da soli, non bastano”, dice.

Il tema ormai è esploso su scala globale. Solo qualche giorno fa un giudice del New Mexico ha condannato Meta a pagare 942 milioni di dollari per i danni causati dai social ai minori, imponendo anche di nascondere di default i “mi piace” sotto le foto dei più giovani. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, In Italia quasi 100 mila ragazzi mostrano caratteristiche compatibili con dipendenza da social. E nei Paesi che hanno già optato per il divieto assoluto sotto i 16 anni (come in Australia), i dati non si sono mostrati incoraggianti.

Il Bugiardino prova un’altra strada. Intanto definisce un’età minima: mai smartphone prima dei 2 anni (salvo videochiamate). Solo con un adulto fino ai 6 e per tempi limitati fino agli 11. Ma è sui genitori che il testo insiste di più, ed è lì che Siani si sofferma, consapevole del nodo più delicato: il senso di colpa di chi il device lo usa come tata elettronica per sopravvivere, al ristorante, in macchina, o mentre lavora da casa. E poi: “Se il genitore sta con il telefonino, il figlio sta con il telefonino”.

Non vuole essere un rimprovero, il suo, ma un’offerta di alternative: “Se uno spiega a quella mamma o a quel papà che può proporre al bambino un disegno, la musica, anche vedere un film insieme sullo schermo, noi pediatri siamo convinti che sarebbero i primi a voler mettere in moto buone pratiche”. Da qui l’idea di lavorare sugli ambienti prima ancora che sui divieti individuali: “Creare ambienti liberi dal cellulare: zone nei ristoranti, nei bar, nelle pizzerie, con tavoli senza wifi ma con libri da colorare, matite, i mattoncini Lego”. E la raccomandazione: “Mai in gravidanza, mai mentre allatti, mai alla guida”.

C’è infine un capitolo che il Bugiardino affida soprattutto ai nonni, ma che riguarda tutta la famiglia. Da un lato l’uso diretto del device: «I nonni sono i più deleteri, perché non sapendo usare bene la tecnologia spesso sono loro a invogliare i nipoti a usarla”, spiega. “Noi diciamo: levate il telefonino, raccontate le vostre storie”. Dall’altro un rischio meno centrale nel dibattito pubblico, e che il foglio liquida in una riga secca: “Non condividere foto dei bambini sui social”. L’attenzione è sullo Sharenting, l’abitudine di pubblicare online le foto dei più piccoli. Siani, su questo, non usa mezzi termini: “È molto diffuso. Chi si occupa di questi temi da un punto di vista giudiziario ci ha sempre raccontato che di norma chi fa uso di pedopornografia prende le foto dei bambini pubblicate dai genitori sui propri canali. Eppure quasi nessuno lo sa”.

Chiedere a un produttore di ammettere per iscritto, sulla propria confezione, che il suo prodotto è progettato per creare dipendenza non è cosa da poco: è il punto più difficile da far accettare alle aziende, con cui i contatti (con Wind, per esempio) per ora restano esplorativi. Siani però ne è convinto: “Temono le leggi perché riducono il loro campo d’azione. Al contrario, l’informazione la apprezzano: conoscono bene le conseguenze delle loro app. Se fossero obbligati a mettere un blocco dopo ogni video, sarebbe già un passo avanti”.

Sul fronte legislativo, Siani immagina il Bugiardino come base per una futura norma, magari agganciata alla proposta della senatrice Marianna Madia (il ddl 1136, che in Italia vieterebbe i social ai minori di 15 anni e che da mesi resta bloccato in commissione), e punta su scuole e pediatri per diffonderlo: “È strano che le scuole si siano salvate vietando i telefonini in classe, invece di insegnare come si usano”.

Poi, un’ammissione che vale più di ogni proclama: anche i medici, racconta Siani, hanno una responsabilità. “Abbiamo fatto una battaglia lunga per spiegare ai pediatri che al primo bilancio di salute, con un bambino di un mese, va detto ai genitori che il telefonino non va mai usato. Invece spesso siamo noi i primi a utilizzarlo per calmarli, prima di visitarli”. Fino ai tre anni, ripete, un bambino non dovrebbe mai vederlo.

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