Quando arrivi a Morgnano c’è uno specialissimo comitato d’accoglienza pronto a festeggiarti, perché ogni visita è un regalo, ogni momento è da accogliere con allegria: ci sono Play, Pongo, Mirtilla, Plinio, Susanna, Melina, Bingo, Glenda, Lilli, Aisha, Nello, Margot, York (per dirne solo alcuni, sono 22) che scodinzolano, zoppicano, guardano con l’occhietto un po’ spento, si muovono con il carrellino. E conservano intatta tutta la loro gioia di vivere. Sono i cani salvati, i cani strappati al canile nei loro ultimi anni, a volte negli ultimi mesi. Cani che non hanno conosciuto altro che violenza e privazioni, solitudine, abbandono e tradimento. E nella Giornata mondiale del cane un posto come questo, nel cuore dell’Umbria, un posto che ha fatto del consentire ai quadrupedi di uscire letteralmente dalle gabbie e vivere ciò che resta della loro vita circondati da amore e cure la sua particolarissima missione, è il luogo giusto per festeggiarla.
Nata da un’idea – più che un’idea, «un singulto del cuore» – di Giusy Mantione, psicoterapeuta, e Monica Maggiori, insegnante, “Una zampa per Birillo” è un’associazione no profit che toglie dai canili soprattutto i cani anziani. Ma offre rifugio anche alle pecore destinate al macello, agli asini provenienti da un circo, alle galline e ai galli salvati dagli allevamenti intensivi, ai gatti abbandonati per strada e persino nei cassonetti, ai conigli scampati al barbecue. È il simbolo concreto, quotidiano e tutt’altro che retorico dell’amore per gli animali.
Qui non ci sono soltanto specie diverse che condividono uno spazio. C’è un piccolo esperimento sociale interspecifico: cani, gatti, pecore, asini, galline e umani imparano a riconoscersi, a rispettare le reciproche distanze e, qualche volta, persino a fare branco. Ognuno arriva con la propria storia, quasi mai allegra; nessuno viene ridotto a quella storia.
Birillo e la vita arrivata troppo tardi
Tutto comincia con Birillo, un cane entrato da cucciolo nel canile romano di Ponte Marconi e rimasto dietro le sbarre per dodici anni. Giusy Mantione lo aveva adottato a distanza nel 2013 e andava regolarmente a trovarlo. Quando finalmente riuscì a portarlo fuori, a regalargli una casa e una famiglia, arrivò la diagnosi di un tumore cerebrale.
La libertà di Birillo durò pochi mesi. Pochi, ma abbastanza da cambiare la vita di chi lo aveva incontrato. Alla sua morte, Giusy e gli altri fondatori dell’associazione si fecero una promessa: occuparsi dei suoi simili, dei dimenticati, di quelli che nessuno sceglie perché troppo vecchi, malati, spaventati o “difettosi” per corrispondere all’immagine del cane desiderabile.
Una storia tristissima, si potrebbe pensare. Ma a Morgnano la considerano soprattutto una storia di possibilità. Birillo non aveva bisogno che qualcuno gli garantisse molti anni: aveva bisogno che gli anni, i mesi o i giorni rimasti fossero finalmente suoi.
L’adozione di un animale anziano siamo abituati a giudicarla con il nostro metro: il tempo che resta è poco, le cure possono essere costose, la separazione arriverà troppo presto. Per il cane, però, esiste solo il presente: il prato al posto del cemento, una cuccia pulita, una carezza che non fa paura, il rumore di una persona conosciuta che torna.
Perché i cani anziani diventano invisibili
Nell’anno del cucciolo virale, pettinato e fotografato per i social, i cani anziani sono gli ultimi della fila. Non promettono un futuro lungo, possono avere problemi di salute o di mobilità e non possiedono l’irresistibile fotogenia dell’infanzia. Eppure spesso hanno un carattere già formato, ritmi più tranquilli e una capacità quasi commovente di adattarsi alle abitudini di una casa.
Non sono, naturalmente, adozioni da affrontare sull’onda della tenerezza. Possono richiedere farmaci, controlli veterinari, pazienza e qualche modifica domestica. Un cane impaurito da anni di reclusione non diventa immediatamente fiducioso perché gli si apre una porta. La libertà va imparata: talvolta cominciando da una ciotola alla quale nessuno farà più la guardia o da una mano che si avvicina senza colpire.
Ed è proprio questo a rendere preziosi luoghi come Morgnano. Qui il salvataggio non coincide con il gesto spettacolare di aprire una gabbia. Comincia dopo: nella ripetizione poco fotografabile delle medicine, delle medicazioni, dei risvegli notturni, delle visite veterinarie, dei carrellini da sistemare e delle paure da disinnescare.
L’emergenza dell’abbandono
Mentre celebriamo i cani con fotografie, biscotti e cuori sui social, l’abbandono resta infatti un’emergenza. Nel 2025 l’Enpa ha recuperato oltre 25 mila cani, il 50,7 per cento in più rispetto all’anno precedente. Sono soltanto quelli intercettati dalla rete dell’associazione, non la misura completa del fenomeno. Dietro il dato c’è anche un equivoco duro a morire: considerare l’animale un bene affettivo finché è giovane, sano e compatibile con la nostra organizzazione, qualcosa di restituibile quando invecchia, si ammala o diventa complicato.
Non eroi, ma responsabili
La Giornata mondiale del cane, allora, può servire a qualcosa di più che riempire le bacheche di musi buffi. Può ricordarci che amare un animale non significa soltanto provare un sentimento. Significa assumersi una responsabilità nel tempo, anche quando il cane rallenta, non sente più il richiamo, sporca in casa o ha bisogno di essere sollevato.
E non occorre necessariamente adottarne uno. Si può sostenere un rifugio, contribuire alle spese veterinarie, offrire cibo, coperte o qualche ora del proprio tempo; si può scegliere un’adozione a distanza oppure aiutare un vicino anziano a continuare a occuparsi del suo compagno. Perfino informarsi prima di prendere un cane è già un gesto di protezione.
Monica Maggiori ha descritto la lezione di Birillo con una formula semplice: passare dal preoccuparsi all’occuparsi. È forse questo il senso più autentico di una giornata mondiale. Non considerarci migliori perché amiamo i cani, ma domandarci che cosa siamo disposti a fare per loro.
A Morgnano non si parla molto di miracoli. I cani continuano a essere vecchi, le zampe non ricominciano a funzionare e il tempo non torna indietro. Accade però qualcosa di più concreto: animali che erano stati esclusi dalla vita tornano ad avere preferenze, amicizie, piccole gelosie, posti favoriti in cui dormire. Tornano a essere qualcuno.
Play, Pongo e Mirtilla, Susanna, Melina, Bingo, Glenda, Lilli, Aisha, Nello, Margot e York non sanno che oggi è la loro Giornata mondiale. Sanno, però, che qualcuno arriverà dal cancello. E allora si preparano come possono: chi correndo, chi zoppicando, chi facendo girare le ruote del carrellino. Tutti andando incontro alla vita. Anche quando della vita resta soltanto un pezzetto.