Cultura

Ultim'ora

È morta la produttrice Silvia d’Amico, aveva 85 anni

La collana. Magnetico Carrère lo scrittore personaggio

La collana. Magnetico Carrère lo scrittore personaggio
In edicola con "Repubblica" il primo di sette volumi del grande autore francese che ha raccontato per "Robinson" le udienze del processo del secolo, quello per la strage al Bataclan. Si tratta di "Un romanzo russo" che i lettori potranno acquistare a 10,90 euro oltre al prezzo del quotidiano
3 minuti di lettura

Nel 1750, un ispettore del commercio librario cercò di censire gli scrittori attivi in quel momento a Parigi. Secondo il suo conteggio erano 359. Ah, che numero confortante. Oggi quanti? Migliaia? Una quantità abnorme, a Parigi come dappertutto; e parlo da correo. L'oblio futuro si incaricherà di sfoltire brutalmente. Tuttavia, con uno sforzo di sincerità spietata e lungimirante, non è impossibile cogliere, già nel presente, il profilo dei pochi che si avviano a restare. È una questione di timbro, di postura, di peculiarità dello sguardo. Non solo di successo.

Come il suo amico, rivale e coetaneo Michel Houellebecq, Emmanuel Carrère è ingombrante e inaggirabile. Impegna le copertine delle riviste e perfino il gossip non strettamente letterario. Ha fatto il critico cinematografico, il regista, ha scritto una biografia eccentrica di Philip Dick e una fitta serie di reportage giornalistici - gli ultimi, emozionanti, ospitati da Robinson, sul processo ai terroristi responsabili della strage del Bataclan. Negli anni Ottanta ha cercato di impostare la sua voce come autore di finzione pura, sperimentando una prosa tra visionaria e ludica (è il caso del romanzo I baffi), ma si congeda presto dall'invenzione romanzesca: alla metà dei Novanta, quando pubblica La settimana bianca, dimostra di dominare una tastiera stilistica larga, che in questo caso produce una musica noir - l'incubo annidato nel quotidiano.

Il vero exploit coincide con l'avvento del secolo nuovo, e con l'intuizione che porta un Carrère già più che quarantenne a scommettere tutto sulla possibilità di diventare soggetto e oggetto della propria scrittura. O meglio: cavia di un esperimento conoscitivo, parafulmine, canale iper-soggettivo di realtà aumentata. Un gesto apertamente esibizionistico si traduce in un sondaggio, esasperato e abbagliante, delle proprie esperienze, del proprio corpo, delle proprie ossessioni, delle memorie più o meno fallaci, della genealogia familiare, dei desideri anche più indicibili, dei traumi e dei fallimenti più disperanti.

Scrittore, sceneggiatore e regista Emmanuel Carrère è nato a Parigi 65 anni fa
Scrittore, sceneggiatore e regista Emmanuel Carrère è nato a Parigi 65 anni fa 

Per comodità, forse per pigrizia chiamato "autofiction", è un sofisticatissimo processo di costruzione del personaggio-sé stesso: il personaggio Carrère, appunto, che - come tutti i grandi personaggi di romanzo - nasce da un massimo di sincerità e da un massimo di artificio: contraddizione inevitabile e feconda, un libro è un libro - avrebbe detto la nostra Lalla Romano - "non si legge per controllare". Ma d'altra parte, come accade al norvegese Knausgård, quando il rapporto tra vissuto e scrittura si fa così stretto e ustorio, è difficile che non reagiscano (male) i coprotagonisti, le comparse tirate dentro le pagine con nomi e cognomi e vicende più o meno imbarazzanti. Se Knausgård racconta di avere ricevuto, per dire, una furibonda email di protesta da parte del fratello, intitolata - con allusione al titolo dell'opera - La tua battaglia del cazzo, Carrère è stato portato in tribunale dall'ex moglie che gli aveva manifestato il desiderio di non essere più evocata nei suoi libri. E non la prese bene nemmeno la donna a cui - in un testo uscito su Le Monde e poi confluito in Un romanzo russo - Carrère si rivolge, invitandola a masturbarsi a bordo di un treno, seguendo le istruzioni di un gioco erotico.

Tutto entra nella scrittura, tutto, il racconto, le sue premesse, le conseguenze, in un impasto di materiali e di colori differenti della prosa; la fine di una storia d'amore si incastona nella ricerca di indizi sul nonno materno, georgiano, presunto collaborazionista, scomparso nel '44. Il noir dal vero, il reportage di viaggio, l'indagine storica, la novella erotica: le membrane fra generi si assottigliano fino a scomparire, a vantaggio di una prosa "impura", duttilissima, che chiede complicità al lettore-interlocutore nel momento stesso in cui lo provoca. E lo trascina con sé, talvolta strattonandolo, in esperienze conoscitive che sono al fondo sempre un po' perturbanti: perché alimentate da una domanda radicale, impronunciabile, sulla vita nuda, sulla sua zona più vulnerabile, indifesa, dunque autentica. Ma prima che una risposta, la domanda comporta un interrogativo ulteriore: quanto siamo disposti a rischiare per capire le cose, noi stessi, gli altri? Quanto siamo disposti a rischiare, scrivendo (e, di riflesso, leggendo)?

Impudico, viscerale, disturbante, e a taluni perfino antipatico, Carrère ha qualcosa di magnetico: anche laddove racconta una sua stagione personale di insostenibile tristezza (Yoga) e dimostra che è impossibile, e insensato, giudicare i propri pensieri ("bisogna prenderli per quello che sono, vederli come sono"), o quando cerca parole per fare esistere il dolore altrui (lo tsunami sulle coste del Pacifico nel 2004 diventa, nelle pagine di Vite che non sono la mia, l'occasione per un'intensissima riflessione sulla distanza fra gli umani, fra le loro biografie, per l'appunto, terremotate). Nel caso del fortunato Limonov o di L'Avversario, sembra spostare l'attenzione su figure altre, impegnative - l'ambiguo scrittore e politico russo; l'uomo che stermina la famiglia non riuscendo più a gestire la sua vita fatta di menzogne - ma in verità l'energia narrativa si sprigiona dal corpo a corpo fra l'Autore e l'Altro, l'Avversario appunto. Scrivere non può essere altro che "un crimine o una preghiera" per Carrère, talentuoso avversario di sé stesso, capace di rendere un contratto d'affitto una scrittura sacra, e una lezione di yoga un'epifania sul rapporto tra felicità possibile e infelicità effettiva. "Non esistono adulti, sotto i vestiti siamo tutti nudi. Faremmo sempre bene, quando incontriamo qualcuno, a immaginarlo nudo sotto i vestiti, a immaginare il corpo fragile, livido, malfermo, a immaginare il bambino spaurito o la bambina smarrita che è stato prima di diventare il presidente della Repubblica o un'attrice famosa, e che ancora continua a essere - che si tratti di Emmanuel Macron, di Catherine Deneuve".