Chiamarsi Robinson è una bella responsabilità. Il Robinson originale, il naufrago, sapeva cavarsela nelle circostanze più rischiose e difficili, le scansava intuendo, adattando. A Robinson come testata settimanale di Repubblica non si chiede tanto; il peso che ha sulle spalle resta tuttavia notevole. Nessun dubbio che nella nuova veste e nel nuovo giorno d’uscita saprà cavarsela benissimo, la domenica è una buona giornata per andare in edicola, comprare un buon vecchio giornale di carta col suo bel supplemento, pensare di poterselo leggere con calma. La veste grafica è bella, i temi ben scelti, le firme dei collaboratori invitano alla lettura. Le precondizioni insomma ci sono tutte.
Resta però da chiarire perché ho gravato il discorso accennando ad un peso notevole sulle spalle di chi Robinson lo pensa e lo cucina. Curare le pagine culturali, tanto più un intero supplemento, sul quotidiano la Repubblica è diverso dal farlo su altri giornali. Mi riferisco, sia chiaro, a questioni non di merito ma strutturali e storiche. Su Repubblica continua a gravare, dopo quasi mezzo secolo dalla prima uscita, quella che fu l’impostazione originaria concepita da Scalfari. Nel gennaio 1976, Repubblica uscì con un formato insolito per un quotidiano, in quel momento, unico. Era il più “piccolo” dei giornali in edicola. Proprio per questo Eugenio Scalfari volle che ai temi culturali fossero destinate le due pagine centrali dello sfoglio, lo spazio che, in gergo, diventò il famoso “paginone”.
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Cadeva così la vecchia Terza pagina che aveva accompagnato i quotidiani italiani fin dalla nascita. I temi legati alla cultura guadagnavano con quella collocazione ciò che il formato ridotto del giornale gli aveva tolto. Sono cose abbastanza note, quello che forse è meno noto sono le ragioni per le quali venne presa quella decisione. La Repubblica nasceva con una forte connotazione politica, una linea inizialmente vicina al partito Socialista di Nenni e de Martino, in seguito dirottata verso il partito Comunista nel tentativo di accelerare il distacco dall’Urss di quel grande organismo per avvicinarlo a un buon partito europeo di socialismo riformista. Con una parola allora considerata quasi un vituperio: un partito socialdemocratico.
L’operazione stentò ad andare a buon fine per l’incertezza del gruppo dirigente comunista preoccupato di poter avere, con lo strappo, la perdita di militanti ancorati alla vecchia impostazione. La questione andò talmente per le lunghe che alla fine si risolse praticamente da sola con il crollo dell’Unione Sovietica.
Perché dovendo esprimere un pensiero augurale alla nuova veste di Robinson, supplemento culturale, ho tirato in ballo queste vecchie storie? L’ho fatto per spiegare meglio che cosa intendo, nella posizione di anziano del giornale, quando parlo di una “pesante eredità”.
Parlare di un connubio tra politica e cultura oggi appare quasi impensabile. Molti esponenti politici danno frequenti prove di notevole disinteresse (per non dire altro) nei confronti dei temi culturali; molti diciamo pure “intellettuali” (parola rischiosa) sembrano aver dimenticato l’atteggiamento pubblico che anni fa si chiamava “impegno” (altra parola da brivido).
Chi non ha memoria di quegli anni e di quelle persone, ignora quale importanza avesse invece — un’altra epoca, un’altra Italia — la coesistenza di questi due termini sia per noi giornalisti sia per numerosi esponenti politici, sia per i più esigenti lettori di quotidiani. Il gruppo dei fondatori di Repubblica, definiti addirittura “un partito”, si prefiggeva l’ambizioso scopo politico di creare una terza forza tra i due grandi partiti della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Nelle parole di Scalfari: «creare un altro protagonista che le bilanciasse, depositario della laicità e del senso dello Stato». In altri termini una cultura certo liberale, però attenta ai valori e alle necessità sociali. Volendo indicare qualche figura di riferimento, Piero Gobetti, meglio ancora Piero Gobetti più Antonio Gramsci.
Questo spiega il “paginone” collocato al centro del giornale al quale chiamare a collaborare alcune dei migliori specialisti nelle rispettive discipline: critica letteraria, cultura storica e filosofica, richiamo ai classici, capacità di legare una visione della storia all’attualità che un giornale quotidiano in ogni caso non può trascurare.
È questa la pesante eredità da trasformare in sonanti pagine di buon giornalismo culturale tanto più necessarie in un momento così critico. Non devo certo precisare perché lo definisca “critico”; i lettori di Repubblica lo sanno come e meglio di me.