Pubblichiamo un articolo inedito di Paolo Mauri, per vent’anni caporedattore della Cultura di Repubblica e scomparso pochi giorni fa, in cui raccontava come il fondatore plasmò le pagine culturali di questo giornale.
Il 14 gennaio 2016 i lettori di Repubblica si ritrovarono tra le mani un giornale che era già uscito quarant’anni prima: la riproduzione del primo numero in assoluto, in bianco e nero, 24 pagine e il paginone centrale (memorabile) dedicato alla Cultura. In apertura un articolo di Enzo Forcella sul volume einaudiano di Alberto Asor Rosa dedicato agli intellettuali, alla loro storia e al loro potere, al centro Giuliano Briganti che racconta una mostra di Alberto Burri e di spalla un’intervista di Alberto Arbasino a Bernardo Bertolucci su Novecento. Cominciava così il nuovo modo di affrontare temi e problemi culturali voluto da Scalfari: la Cultura come centro, anche fisico, del giornale, una sorta di perno intorno a cui tutto ruotava.
In anni recenti, a cena a casa di amici, e non so perché fossimo arrivati a quell’argomento, Scalfari raccontava che lui non voleva solo inaugurare un modo nuovo di far cultura sui giornali, ma voleva proprio fare un giornale che fosse culturale in tutto, nel trattare la politica e l’economia, la cronaca e naturalmente lo spettacolo. E io gli dicevo di ricordare benissimo una vecchia campagna pubblicitaria di Repubblica che sui muri delle grandi città prometteva di inviare ogni giorno una lettera agli intellettuali, agli insegnanti, agli studenti e alle donne, cioè ai principali attori della vita sociale e politica di quei giorni.
Non si trattava solo di liquidare la vecchia terza pagina ormai polverosa, comunque glorioso copyright 1901 di Alberto Bergamini (Giornale d’Italia), ma proprio di cambiare il linguaggio con cui il giornale intendeva comunicare con i suoi lettori. Era una rivoluzione e Scalfari lo sapeva benissimo, anche per aver già saggiato la questione quando dirigeva l’Espresso.
Repubblica era il quotidiano nato proprio per andare incontro tutti i giorni ai lettori de l’Espresso e di Panorama. Lettori giovani che volevano sapere e capire. Accanto agli studi di economia, politica e diritto, Scalfari, come ha raccontato nei suo ricordi autobiografici, aveva fatto letture insaziabili di filosofia (Croce, ma anche Nietzsche e infiniti altri) e di letteratura e lo si sarebbe visto, negli ultimi decenni, dai suoi libri di riflessione filosofica e di invenzione letteraria. L’interesse per l’arte era cresciuto di pari passo con la frequentazione e l’amicizia di Giuliano Briganti, poi c’era la musica…
Al giornale si affidava ai capiredattori che aveva scelto per guidare il settore, Enzo Golino, Rosellina Balbi e infine chi scrive. Repubblica si dotò presto di una serie di collaboratori di altissimo livello: critici, storici, scrittori, scienziati. Nel paginone Scalfari voleva una cultura battagliera e insieme nobile. «Marmo pario», diceva in riunione e l’espressione era entrata nel gergo redazionale. D’altra parte dovevamo fronteggiare un concorrente che aveva cento anni più di noi come il Corriere della Sera.
Arrivammo ad avere collaboratori come Georges Duby e Claude Levi-Strauss che scrivevano appositamente per le nostre pagine, ma il segreto era quello di non fermarsi mai, di inventare sempre nuovi modi per soddisfare i lettori. Nacque Mercurio, affidato a Nello Ajello, nacquero pagine speciali per l’arte e per i libri. Una volta Benedetta Craveri portò in redazione Iosif Brodskij, che era a Roma in quei giorni, credo all’Accademia americana. Lo accompagnammo insieme da Scalfari che si intrattenne con lui a lungo.
Aveva una grande passione per il Settecento francese e non si sarebbe mai stancato di leggere libri e articoli sui grandi temi della Francia rivoluzionaria e patria della dea Ragione. Con Diderot aveva una sorta di colloquio aperto e lo aveva anche scritto, immaginando di incontrarlo a Parigi e di sentirlo dire la frase famosa, «i pensieri sono le mie puttane».
Fu felice quando Italo Calvino accettò finalmente di lasciare il Corriere e di passare a Repubblica. Per lui era, e lo ha detto molte volte, come riprendere i discorsi tenuti tanti anni prima a Sanremo, con un amico fraterno. Calvino collaborò al giornale solo per un paio di anni, che nel ricordo sembrano sempre molti di più. Credo che Scalfari abbia idealmente continuato a parlare con lui e del resto lo ha citato molto spesso. In quegli anni di Sanremo si erano poste le grandi domande cui si impiega appunto una vita, se basta, per rispondere. La filosofia non ortodossa di Scalfari nasce, credo, da lì e così le prime letture che poi sono il seme di tutte le altre.
È stato un grande intellettuale e come tale si è messo al servizio della Cultura e della Ragione creando strumenti capaci di diffondere le idee, oltre che scrivendo libri e articoli in proprio. Una vera operazione degna di un figlio dei Lumi quale era e gli piaceva pensare di essere.