Eugenio Scalfari è stata una figura singolarissima della storia italiana. Al di là dello straordinario lavoro nel giornalismo si aggiunse negli anni una vera e propria passione letteraria e filosofica. Non fu cosa tardiva né dilettantesca, ma un attraversamento ostinato e profondo che lo accompagnò fin dagli anni del liceo: da quella Sanremo dove aveva condiviso alcune esperienze intellettuali con il compagno di banco Italo Calvino. Ho l’impressione che quel sodalizio, poi interrotto e ripreso nel periodo della maturità, sia stato anche filosoficamente stimolante.
Se dovessimo, con qualche necessaria approssimazione, guardare al rapporto di Scalfari con la filosofia dovremmo ritagliare tre momenti fondamentali: la relazione con Benedetto Croce; il rapporto denso e proficuo con l’Illuminismo; la scoperta di Nietzsche. Le tre fasi corrisposero a diversi momenti della vita di Scalfari: ma furono soprattutto lo storicismo di Croce e l’apertura illuministica all’idea di ragione e di progresso a imprimere alla sua azione giornalistica una chiara spinta liberale e riformista. Non si capirebbe pienamente l’esperienza al Mondo di Pannunzio e di Ernesto Rossi e poi il sodalizio con Arrigo Benedetti (la fondazione dell’Espresso) e infine la nascita di Repubblica, senza la presenza di questo sfondo politico e culturale. Quanto a Nietzsche, approfondito negli anni della maturità, condivise la critica ai grandi sistemi filosofici, ormai incapaci di fondare o rivelare verità ultime.
Un punto comune ai tre momenti è senz’altro lo stile. Scalfari ha “mimato” la bellezza classica della lingua di Croce; ha interiorizzato quella scintillante e paradossale di Diderot; per poi acquisire il gioco aforistico e frantumato della lingua di Nietzsche. Il risultato è chiarezza di pensiero accompagnata dal dubbio e da una certa dose di provocazione intellettuale.
Se ne deduce che l’impostazione di certe pagine filosofiche – da L’uomo che non credeva in Dio fino a L’allegria, il pianto, la vita – non è riducibile alla puerile pretesa di fornirsi di un sistema che tutto inglobi e spieghi. Scalfari fu ben consapevole che i grandi scenari, o narrazioni filosofiche (fatta salva forse la lettura avvolgente che diede di Spinoza), erano stati in larga parte terremotati dalle forze che avevano agito sulla faglia irrazionalistica del Novecento e su quella crisi della ragione che avrebbe trovato numerosi testimoni tra le due grandi guerre mondiali. Dunque nessuna pacata tranquillità illuministica, nessuna inclinazione metafisica di immobilizzare la ragione si troverà in un pensiero che consegnò a Nietzsche non già il volto del nichilismo ma quello di colui che, distruggendo i valori della metafisica, si poneva il problema del loro necessario superamento.
Se dovessimo collocare la riflessione scalfariana in un punto preciso della contemporaneità vedremmo un uomo che desta ammirazione per la forza coinvolgente con cui seppe usare il timbro di una certa classicità e al tempo stesso sorprenderci per la distanza che egli stabilì da quegli argomenti che la tradizione classica pretese di rendere definitivi. Ogni passaggio, o ipotesi di mutamento, parve viverlo nella mobilità eraclitea piuttosto che nell’immobilismo parmenideo. «In questo universo di stelle danzanti (le stelle nicciane per intenderci)», scrisse, «Eraclito detronizza Parmenide, l’essere fluisce nel divenire, il senso si recupera nell’azione, cioè nella vita; la morale coincide con la responsabilità e con la sopravvivenza degli altri, senza i quali il misero animale “io” non potrebbe sussistere. E Dio non è morto: c’è finché qualcuno lo guarderà. Perciò ci sarà sempre».
Ma non credere in Dio e ammetterne la presenza, non fu in fondo come guardarlo agire sulla scena di un teatro? Percepirlo più simile a una finzione che a una realtà sovrastante? Dio, insomma, non era morto, ma continuava a svolgere una recita, a interpretare il copione che l’uomo gli aveva assegnato. Quel Dio, va sottolineato, non è mai stato fideisticamente presente nel credo di Scalfari, ma egli non ne sottovalutò mai il peso, l’importanza, l’efficacia, non solo teologica. Semplicemente lo collocò fuori dal proprio sentire più intimo. Senza per questo rinunciare alla forza del dialogo, prima con il Cardinal Martini e in seguito con papa Francesco.
È importante cogliere nella sua riflessione laica il modo in cui la vita e la morte – temi che nel tempo ha fortemente accentuato – siano state affrontate al riparo dalle scommesse della fede e della teologia. Da questo punto di vista, i suoi libri, e le sue poesie finali, possono anche essere letti con un preciso richiamo ad Hannah Arendt: non vi è vera filosofia che non sia in qualche modo legata alla dignità della nostra esistenza. Che è tale perché sempre aperta al gioco e alla tensione del dialogo.
Se Ulisse fu in un certo senso centrale in Incontro con Io, Proust e Rilke lo divennero, anche se non esplicitamente, nel Labirinto, il primo tentativo di Scalfari di dare una forma romanzata ai propri pensieri. In quel libro di antica postura araldica – dove girovaghi, avventurieri e aristocratici danno vita a una pantomima filosofica – si cela il vero enigma della morte. Che Scalfari nel romanzo chiamò “Regina”. Essa arriva una sola volta «ti tocca la spalla e il labirinto scompare insieme a te. Così tutto finisce e tutto ricomincia, morte e rinascita seguono un percorso che è eterno perché è circolare». Alla fine della sua lunga vita Scalfari seppe guardare alla “Regina” con rispetto, ma senza alcun timore reverenziale. Senza recedere in quel buio dove il nulla tutto inghiotte.