Cultura

Il nuovo Robinson, le parole per raccontare la bellezza

Una pagina prova di arte del nuovo Robinson

Una pagina prova di arte del nuovo Robinson

 
Non solo le recensioni dei libri, anche la critica dell’arte fa parte del bagaglio di conoscenze offerte ai lettori da un supplemento culturale
2 minuti di lettura

Da più di dieci anni ormai ho il privilegio di scrivere — oltre che di letteratura — d’arte e di pittori su questo giornale. È lo stesso che sfogliavo da bambina, guardando le fotografie, leggendo i titoli, e talvolta, se le prime o i secondi mi attiravano, anche i relativi articoli. Scritti da firme che hanno fatto la storia del giornalismo culturale italiano: ma allora non lo sapevo. Mi hanno insegnato alcuni principi aurei cui — senza probabilmente esserne consapevole — mi sono sempre attenuta. Informare, col massimo rigore possibile, e raccontare, con la massima piacevolezza.

Di arte si è del resto sempre scritto sui giornali, e sfogliare nelle emeroteche (ora anche digitali) le copie ingiallite delle testate del primo Novecento, per esempio, riserva molte sorprese. Sia per i nomi degli autori e delle autrici (anche donne, sì), sia per la varietà delle proposte. Un lettore italiano di provincia, centovent’anni fa, scopriva artisti ignoti, e vedeva riprodotte opere che dal vero, di persona, non avrebbe mai potuto avvicinare.

Il nuovo Robinson: tutti gli articoli

1. Riscoprire il piacere della lettura

2. L’eredità culturale di Eugenio Scalfari

3. Cambiare per restare noi stessi

Scrivendo di pittori ho scoperto che per molti di loro non gli studi accademici, non le scuole, ma le riproduzioni sbiadite in bianco e nero di un quadro sono state la rivelazione originaria, quella che poi li ha condotti a dipingere loro stessi. E suscitare la curiosità dei lettori e delle lettrici, invitarli — per adesione o attrito — a ulteriori individuali scoperte e conoscenze resta nostro compito primario.

Invece l’idea — inizialmente anglosassone — che la terza pagina (e poi le pagine centrali del giornale) non bastassero più a contenere gli articoli sui libri, le mostre, gli spettacoli, la musica, ma che fosse indispensabile un apposito inserto, ha attecchito tardi in Italia. Ricordo lo stupore con cui ancora negli anni Novanta sollevai dal pavimento del corridoio di un hotel svizzero il feuilleton della Neue Zürcher Zeitung: decine di pagine fitte di recensioni, dibattiti, interviste, cronache, approfondimenti. Nessun evento culturale o opinione rilevante poteva sfuggire ai lettori della NZZ. Gli inserti uscivano il sabato, e più spesso la domenica come ora Robinson. Perché nei giorni festivi — o di riposo — si ha più tempo. Il tempo libero è la versione moderna dell’otium. Ma nonostante il ritardo l’appuntamento si è ritualizzato anche da noi. È vero che ormai ci si può informare altrove, e ricevere dall’algoritmo sul proprio cellulare le notifiche degli eventi che ci interessano — come una pubblicità su misura.

Dunque il nostro compito è cambiato. Non dobbiamo tanto informare quanto scegliere. Nel panorama sempre più saturo e frastagliato di mostre, retrospettive, riallestimenti, fiere, quelle che ci sembrano necessarie, quasi indispensabili. Il patto di fiducia alla base di ogni rapporto fra chi scrive e chi legge deve rinnovarsi a ogni numero e — auspicabilmente — mai essere tradito.

A noi spetta trovare in poche righe le parole giuste per raccontare la bellezza e la verità di ciò che è stato creato, che viene ancora creato, e ci circonda, che deve essere preservato ma anche tramandato — affinché resti parte di noi. Nocivo può essere il termine “identità” — perché si presta a ogni abuso: diciamo piuttosto che cerchiamo di creare un senso di appartenenza.

L’arte è nostra, di tutti, e pur se non ci salva ci riguarda. (È significativo che in Italia, nei periodi di catastrofe — le guerre mondiali, i disastri naturali come le alluvioni o i terremoti — la mobilitazione per la protezione del “patrimonio” sia eccezionale: si affievolisce però nella normalità del quotidiano). Ma cerchiamo di creare anche un sentimento di prossimità e vicinanza, per non permettere che i linguaggi esoterici e la volatilità di tante pratiche dell’arte contemporanea ci escludano dal piacere e dal diritto di goderla.

Le statistiche dicono che la domenica è il giorno in cui si va alle mostre e al museo, e non solo quando è gratis. Sarà anche il giorno in cui — in poltrona, in treno, sul giornale di carta o sullo smartphone, su qualunque “isola” vi siate rifugiati — leggerete su Robinson di libri che poi vorrete (o non vorrete) leggere, e di mostre che potreste pensare di visitare (anche se solo talvolta lo farete). Insomma, proviamo ancora con le parole e con le immagini a portarvi tra le mani il mondo.

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