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“Io?” di Peter Flamm, così la rivoluzione della psicoanalisi diventò romanzo

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Arriva soltanto ora in Italia pubblicato da Adelphi: uscito negli anni ’20 del secolo scorso, racconta l’inconscio meglio di un trattato scientifico
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La particella di due lettere che non sappiamo descrivere ma ci permette di vivere, la porzione di apparato psichico che ci governa ma spesso vorremmo dimenticare: maiuscolo in psicoanalisi, minuscolo in letteratura, “Io”, la parola che parla di sé e che Gadda detestava («il più lurido di tutti i pronomi!»), domina la notturna copertina adelphiana, illuminata dai due occhi-lampione di Otto Dix. Un punto interrogativo ne suggella la vulnerabilità. Dovrebbe essere il guardiano della soglia, il vigile che regola il traffico tra ieri e domani, interno e esterno, desiderio e realtà, legge e pulsione; dovrebbe essere il signore dell’esame di realtà, ma questa volta si avvita e si perde nella finzione. Rimane protagonista, sì, ma di un nodo d’innumerevoli esperienze, sogni, ricordi, inganni. Quel punto di domanda disfa e confonde: ci fa perdere il filo. Io? (Ich?) è un breve romanzo del 1926 di Peter Flamm, per la prima volta (magnificamente) tradotto in italiano (da Margherita Belardetti, ch…

La particella di due lettere che non sappiamo descrivere ma ci permette di vivere, la porzione di apparato psichico che ci governa ma spesso vorremmo dimenticare: maiuscolo in psicoanalisi, minuscolo in letteratura, “Io”, la parola che parla di sé e che Gadda detestava («il più lurido di tutti i pronomi!»), domina la notturna copertina adelphiana, illuminata dai due occhi-lampione di Otto Dix. Un punto interrogativo ne suggella la vulnerabilità. Dovrebbe essere il guardiano della soglia, il vigile che regola il traffico tra ieri e domani, interno e esterno, desiderio e realtà, legge e pulsione; dovrebbe essere il signore dell’esame di realtà, ma questa volta si avvita e si perde nella finzione. Rimane protagonista, sì, ma di un nodo d’innumerevoli esperienze, sogni, ricordi, inganni. Quel punto di domanda disfa e confonde: ci fa perdere il filo. Io? (Ich?) è un breve romanzo del 1926 di Peter Flamm, per la prima volta (magnificamente) tradotto in italiano (da Margherita Belardetti, che ne coglie il ritmo febbrile) e arricchito da una nota di Manfred Posani Löwenstein, che raccomando al lettore.

Iniziamo ad aprire le scatole cinesi: Peter Flamm è lo pseudonimo di Erich Mosse, berlinese, scrittore, psichiatra e poi, come molti espatriati all’ascesa del nazismo, psicoanalista a New York. Anche scultore. Come il suo romanzo, la vita di Mosse è un intreccio infinito di possibilità: famiglia della grande borghesia ebraica; il padre, Albert, noto giurista; lo zio, Rudolf, a capo di un impero editoriale; parentele con Erwin Panofsky, storico dell’arte e genio dell’iconologia, Konrad Bloch, Nobel per la chimica, Georg Mosse, insigne studioso del nazionalismo tedesco e delle identità maschili. Thomas Mann gli è amico, Walter Benjamin lo apprezza. Ha un fratello, Hans, che muore a Verdun nel 1916; ed è proprio a Verdun, il campo di battaglia più atroce della Grande Guerra, che Io? prende corpo. «Qui divampava la morte, a destra e a sinistra, qui sparavano tedeschi e sparavano francesi, qui giacciono tedeschi e giacciono francesi, niente guerra, qui giacciono esseri umani, non ci sono nemici, non ci sono Stati, non ci sono destini, né differenze, né ufficiali, né ricchi, né operai e gente comune: noi siamo nudi, nudi, noi siamo esseri nudi e mortali».

Da questo inferno si solleva un uomo vacillante che sfila il passaporto dalla tasca di un cadavere. «Non capii più niente, di nuovo a riparo, mi portai una mano al petto, il cuore batteva all’impazzata, ma sopra il battito tastai, con una strana, gioiosa agitazione, il libriccino grigio, il passaporto che avevo preso al morto, il suo passaporto, il suo nome — e il suo destino». Il suo destino. Come in un Doppio sogno (anche la novella di Schnitzler è del 1926), il vivo e il morto, il povero e il ricco, la fantasia e la realtà si rispecchiano: Wilhelm Bettuch, il fornaio, diventa Hans Stern, il dottore; la panetteria di Francoforte diventa la sala medica di Berlino.

Ecco che il punto di domanda prende dimora vicino all’Io, ma anche dentro i pensieri del lettore, che segue il racconto con gli occhi sbarrati (i lampioni di Dix!) interrogandosi su chi è colpevole e chi innocente, chi è smemorato e chi impostore. La storia prende infatti una piega giudiziaria, si tinge di giallo, poi di nero. C’è l’accusa di omicidio, ci sarà un processo: «Non io, signori giudici, un morto parla per bocca mia. Non sono io qui, non è mio questo braccio che si alza, non sono miei questi capelli ora bianchi, non è mio il crimine, non è mio il crimine». L’Io è sventrato, come dopo un’esplosione; ricostruito, come dopo un’amnesia; sradicato, come dopo una dissociazione.

Ci sono una moglie e una casa, che accolgono. C’è un cane, che abbaia e morde. Dunque Io? è una storia di guerra, ma anche, come scoprirete nelle ultime pagine, la rivelazione di un evento misterioso. Se i temi sono quelli del disordine e dell’inquietudine, se i fantasmi prendono parola, tre almeno sono i piani di lettura di questo notevole esordio letterario di un secolo fa: il terremoto politico e sociale (siamo alla vigilia della Repubblica di Weimar); la decostruzione narrativa del soggetto (sono gli anni di Ulisse e Mrs. Dalloway); la scoperta dell’inconscio (siamo in piena rivoluzione freudiana, non più padroni in casa nostra).

Erich Mosse si laurea in Medicina a Berlino nel 1914, quindi è destinato a vedere i traumi di guerra e curare i pazienti reduci dal fronte, vittime di shell shock, diagnosi antesignana dei disturbi post-traumatici che verranno studiati mezzo secolo dopo sui reduci del Vietnam. «Ora chinatevi, spazzate via quel po’ di terra. Ed ecco, troverete – me. Sì, ossa e teschio e polvere e il mio nome, che non è il mio nome eppure lo è, il mio destino, che non appartiene a me, ma a un altro, e ora mi è piombato addosso, soffocante come fosse il mio». In questo «romanzo psicologico impermeabile a ogni psicologia» (la definizione è di Manfred Posani), fatto di schegge di lingua e di pensiero, sospeso tra una guerra mondiale e un mistero personale, il punto interrogativo non si sposta mai di lì, vicino all’Io, dove la follia degli uomini l’ha appoggiato per sempre.

Come nella domanda impossibile che, nel 1932, segna il carteggio tra Einstein e Freud e mette a nudo la nostra psicologia: Perché la guerra?

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