NotoNobel. FantaNobel. MetaNobel. E tra poco, finalmente, avremo anche il semplice premio Nobel per la Letteratura. Potremo verificare se l’Accademia ha deciso “Famolo (Trans)trömer” o se si è concessa il brivido del previsto. Nel tempo molte competizioni in precedenza serie sono state volgarizzate, assimilate a qualcosa che potesse accendere un interesse di massa. Le elezioni per la Casa Bianca, una sorta di Super-Bowl. L’Oscar cinematografico, una seratona per amici davanti alla tv, in cui a un certo punto ci si ricorda di premiare un film. Soprattutto si sono create occasioni per scommesse e gli stessi che quotano le possibilità di una doppietta di Lautaro hanno la testa o l’algoritmo per dare Can Xue a 5 e Michel Houellebecq (il dio delle lettere ce ne scampi) a 15.
Abbiamo letto e visto trasposizioni letterarie e cinematografiche dell’attesa delusa o dell’immeritata vittoria. Lisa Halliday nel suo discutibile Asimmetria ci ha raccontato per conoscenza diretta la frustrazione…
NotoNobel. FantaNobel. MetaNobel. E tra poco, finalmente, avremo anche il semplice premio Nobel per la Letteratura. Potremo verificare se l’Accademia ha deciso “Famolo (Trans)trömer” o se si è concessa il brivido del previsto. Nel tempo molte competizioni in precedenza serie sono state volgarizzate, assimilate a qualcosa che potesse accendere un interesse di massa. Le elezioni per la Casa Bianca, una sorta di Super-Bowl. L’Oscar cinematografico, una seratona per amici davanti alla tv, in cui a un certo punto ci si ricorda di premiare un film. Soprattutto si sono create occasioni per scommesse e gli stessi che quotano le possibilità di una doppietta di Lautaro hanno la testa o l’algoritmo per dare Can Xue a 5 e Michel Houellebecq (il dio delle lettere ce ne scampi) a 15.
Abbiamo letto e visto trasposizioni letterarie e cinematografiche dell’attesa delusa o dell’immeritata vittoria. Lisa Halliday nel suo discutibile Asimmetria ci ha raccontato per conoscenza diretta la frustrazione di Philip Roth per quel che è stato il suo Godot. Meg Wolitzer ha invece scritto The Wife, interpretata sullo schermo (Vivere nell’ombra) da Glenn Close, moglie che annuncia al marito la telefonata da Stoccolma, l’onore tributato per romanzi che, in realtà, ha scritto lei.
Non sappiamo più che cosa è vero Nobel e che cosa immaginazione. Si è diffusa l’idea che si tratti di una specie di evoluto X-Factor in cui la vittoria va quasi sempre all’underdog. Si tratta di un’illusione ottico-mediatica: quando trionfa l’autore conosciuto poco se ne parla, mentre risalta il caso contrario, dando così ragione a chi sostiene che si tratti di un’ottima arma di diffusione di massa. Ho riletto l’albo d’oro a partire dagli anni in cui ho cominciato a leggere papabili, quelli del ginnasio. Proprio allora vinse Eugenio Montale, dai licei garrì il tricolore e noi scendemmo, dandoci il braccio, almeno un milione di scale. Chissà se nella Repubblica Ceca ebbe l’effetto che provocò da noi, nove anni dopo, l’assegnazione al poeta Jaroslav Seifert di cui non abbiamo mai studiato un verso.
Per un altro italiano è toccato aspettare fino al 1997. Fu la volta, sorprendente è dir poco, di Dario Fo. Il primo a cui comunicai: «Hanno dato il Nobel a Dario Fo». Mi rispose: «Per cosa? La Pace?». Con più pregiudizio che orgoglio l’abbiamo considerato un guitto geniale, relegato sul palco, assegnato a una parte minoritaria, lasciato scivolare tra invidia («E allora, io?») e ostilità. È sembrata una trovata, come per molti, nel 2016, Bob Dylan. Non fosse stato per l’ostinato vaticinio di Carlo Feltrinelli (tessera sostenitore n.1) mi sarei stupito, pur avendo imparato l’inglese leggendo i testi delle sue canzoni/racconto e pensando che c’era della Szymborska in Minnesota. Poi inevitabilmente: «E allora, Leonard Cohen?», che se ne moriva per essere scrittore anziché musicista e un gran romanzo (Il gioco preferito) l’ha pure scritto.
Ma quali outsider, se da Montale in poi ne ho letti 4 su 5 (scontando la personale difficoltà con la poesia)? Credo che a un pubblico di lettori medi sia almeno nota la maggioranza dei premiati. Ci sono pezzi da 90 come Saul Bellow, Gabriel García Márquez, Nagib Mahfuz, Günter Grass, Pinter, Pamuk, Lessing, Vargas Llosa.
A volte si è profeti soltanto in patria. Qualche anno fa l’allenatore di calcio Siniša Mihajlovi? a una domanda su Anna Frank, tirata in ballo dagli ultrà, si difese malamente in corner rispondendo: «Non so chi sia». Poi si rese conto della bestialità e replicò: «E voi sapete chi è Ivo Andri??». In sala stampa si fece buio. Andri? ricevette il Nobel nel 1961, il suo romanzo d’esordio, Il ponte sulla Drina, è (altrove) un classico.
E oggi? Le previsioni seguono strade contorte, il criterio dell’alternanza prevale sul merito. Gli allibratori convergono pigramente sulla cinese Can Xue, in lista d’attesa da anni, con le resistibili motivazioni “tocca a una donna”, “tocca all’Asia”. I segugi vanno sull’australiano Gerald Murnane. L’Oceania ha vinto una volta sola, nel 1973, con Patrick White, detto (nonostante il nome) l’Oscuro. Letto da pochi, illeggibile per i più. Tra questi le case editrici a cui un giornalista spedì un romanzo del Nobel ribattuto a macchina, incassando rifiuti inappellabili. Porta alla pista Murnane la recente traduzione in Scandinavia a opera dell’ultimo premiato, il norvegese Jon Fosse, un espediente non casuale per farsi conoscere dove serve.
Ma se Australia dev’essere, occhio a Alexis Wright (sponsorizzata dallo youtuber DiscoKing, per dire). L’eterno incombente è l’uomo del momento, il maestro dell’apocalisse, l’ungherese László Krasznahorkai, “dannazione dei telecronisti”. I troppo noti per farcela (sicuri?) sono DeLillo, Rushdie, Murakami. Il vincitore finirà nell’antologia rilegata “I Premi Nobel” in qualche salotto analogico. O in una domanda di Trivial Pursuit: «Per che cosa ha ricevuto il Nobel Winston Churchill?». Spoiler: come per Dario Fo, non la Pace.