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Harpman, l’altra “Ancella” amata dalla Gen Z

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Un romanzo distopico degli anni Novanta che ricorda Margaret Atwood riscoperto dai ventenni grazie a Booktok
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Il racconto dell’ancella per la Gen Z. Così è stata subito ribattezzata la distopia della scrittrice belga Jacqueline Harpman, uscita senza troppo clamore nel 1995 e riscoperta e rilanciata invece ora, dopo 30 anni — questa volta con moltissimo clamore — grazie al passaparola sul Booktok. Dopo Dostoevskij divenuto idolo dei ventenni, ecco adesso una scrittrice novecentesca, poco conosciuta (è morta nel 2012), che sale alla ribalta postuma con un libro che inaspettatamente parla alle nuove generazioni.

Si intitola Io che non ho conosciuto gli uomini e racconta — ecco il paragone con Margaret Atwood — di 40 donne tenute prigioniere in una gabbia sotterranea e sorvegliate da un gruppo di guardie: tutti uomini. Nessuna sa il perché. La voce narrante è quella della più giovane di loro, che è ancora una r…

Il racconto dell’ancella per la Gen Z. Così è stata subito ribattezzata la distopia della scrittrice belga Jacqueline Harpman, uscita senza troppo clamore nel 1995 e riscoperta e rilanciata invece ora, dopo 30 anni — questa volta con moltissimo clamore — grazie al passaparola sul Booktok. Dopo Dostoevskij divenuto idolo dei ventenni, ecco adesso una scrittrice novecentesca, poco conosciuta (è morta nel 2012), che sale alla ribalta postuma con un libro che inaspettatamente parla alle nuove generazioni.

Si intitola Io che non ho conosciuto gli uomini e racconta — ecco il paragone con Margaret Atwood — di 40 donne tenute prigioniere in una gabbia sotterranea e sorvegliate da un gruppo di guardie: tutti uomini. Nessuna sa il perché. La voce narrante è quella della più giovane di loro, che è ancora una ragazzina quando viene reclusa. «Le rare volte in cui le donne si sono decise a raccontarmi alcuni episodi delle loro vite, evocavano avvenimenti, andate e ritorni, uomini: io invece», dice, «sono ridotta a chiamare ricordo il sentimento di esistere in uno stesso luogo, con le stesse persone, facendo sempre le stesse cose: mangiare, evacuare, dormire. Per parecchio tempo le giornate si sono svolte in modo simile, poi ho cominciato a pensare e tutto è cambiato. La mia memoria ha inizio con la mia rabbia».

Si tratta di un romanzo che non arriva a 200 pagine e forse la brevità potrebbe essere uno dei motivi del successo tra i più giovani, come è accaduto per Le notti bianche di Dostoevskij. Il romanzo di Harpman dopo essere stato tradotto nel mondo anglosassone non vendeva che pochissime copie. Fino all’anno scorso. Nel 2024, infatti, nei soli Stati Uniti ha superato le 100mila copie, complice il clima arroventato della campagna elettorale e poi della rielezione di Trump. E sempre nel 2024 è stato tradotto per la prima volta in Italia dall’editore indipendente Blackie, che conferma il movimento di interesse intorno a un titolo che, senza raggiungere i livelli americani, si continua a ristampare. «Siamo alla terza ristampa da marzo, quando è uscito, grazie al passaparola tra librai e lettori. Parla alle nuove generazioni pur essendo un libro difficile, molto duro, una narrativa speculativa sci-fi che parte ricordando Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood e poi prosegue sulla scia de La strada di Cormac McCarthy», spiega Mario Bonaldi, direttore editoriale di Blackie.

È stato lui a scoprirlo nell’edizione inglese e, da appassionato di racconti di mondi alternativi popolati soprattutto da donne, ha deciso di portare in Italia questa «gemma nascosta». Un libro che rientra in quel filone di romanzi dimenticati, ai quali i social hanno aperto una seconda vita a distanza di anni. «È come se fosse stato troppo avanti per i tempi quando uscì e invece sembra scritto apposta per i nostri giorni. Questo spiega il successo negli Stati Uniti: in un anno elettorale che ha visto trionfare Trump e nel clima di vendetta maschile e di attacchi alle donne che ha accompagna la retorica trumpista, è un titolo che ha parlato tanto a un pubblico femminile e giovane. E lo stesso sta succedendo in Italia, anche senza avere Trump».

L’autrice, Jacqueline Harpman, nacque in Belgio nel 1929 ma a causa dell’invasione nazista del paese fu costretta a trasferirsi, con la sua famiglia di origine ebraica, a Casablanca. Tornata a Bruxelles dopo la guerra, si laureò in medicina e diventò psicoanalista dedicandosi in parallelo alla scrittura, tanto che i suoi oltre venti romanzi sono fortemente influenzati dalla sua formazione psicoanalitica. Anche Moi qui n’ai pas connu les hommes (titolo originale) è un libro esistenziale che ha tanta più presa quanto più ci sentiamo disorientati.

Pochi anni dopo la pubblicazione in Belgio, viene tradotto dall’editore britannico Harvill con il titolo The Mistress of Silence, ma dopo nemmeno vent’anni risulta disponibile solo su richiesta. È nel 2018, durante il primo mandato di Trump, quando L’ancella di Margaret Atwood torna prepotentemente nelle classifiche dei bestseller, che anche questo romanzo distopico al femminile fa un nuovo giro. A scommetterci questa volta è l’editore Vintage U.K., che nel frattempo ha assorbito Harvill, con una nuova traduzione, una copertina elegante e soprattutto un nuovo titolo, più enigmatico ma più letterale rispetto all’originale francese, che sugli hashtag di Booktok è diventato IWHNKM (da I Who Have Never Known Men). Lo stesso ha fatto una piccola casa editrice no-profit di Oakland, in California, la Transit Press, acquisendone i diritti e arrivando a vendere le centomila copie del 2024. Un titolo che, oltre a essere quasi uno scioglilingua da pronunciare, è sicuramente in linea con i tempi che corrono.

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