Roma
Un silenzio irreale. Varcato il primo massiccio cancello, il carcere di Rebibbia, Roma nord-est, è piantato in un’immobilità metafisica. Come se una qualche divinità avesse fermato il tempo.
Primo controllo documenti, tre cancelli da oltrepassare e una statua di Padre Pio benedicente. Oggi nel teatro della casa circondariale del carcere, che ospita 1600 detenuti, è un giorno speciale, verrà commentata e letta l’Odissea da due ospiti del mondo di fuori, uno scrittore e un attore: Edoardo Albinati, che a Rebibbia ha insegnato 29 anni, fino a un anno e mezzo fa, e che su quell’esperienza ha scritto Maggio selvaggio (Rizzoli), e un attore, Stefano Fresi, che qui viene accolto da molti applausi.
Lui ci scherza su: «Ne deduco che avete tutti visto Smetto quando voglio, il film in cui si organizza un’evasione proprio da Rebibbia». Il…
Roma
Un silenzio irreale. Varcato il primo massiccio cancello, il carcere di Rebibbia, Roma nord-est, è piantato in un’immobilità metafisica. Come se una qualche divinità avesse fermato il tempo.
Primo controllo documenti, tre cancelli da oltrepassare e una statua di Padre Pio benedicente. Oggi nel teatro della casa circondariale del carcere, che ospita 1600 detenuti, è un giorno speciale, verrà commentata e letta l’Odissea da due ospiti del mondo di fuori, uno scrittore e un attore: Edoardo Albinati, che a Rebibbia ha insegnato 29 anni, fino a un anno e mezzo fa, e che su quell’esperienza ha scritto Maggio selvaggio (Rizzoli), e un attore, Stefano Fresi, che qui viene accolto da molti applausi.
Lui ci scherza su: «Ne deduco che avete tutti visto Smetto quando voglio, il film in cui si organizza un’evasione proprio da Rebibbia». Il ghiaccio è rotto. Il progetto Libri Liberi, i grandi classici raccontati ai detenuti, prevede di andare in dodici carceri da nord a sud e forse in seguito altre dieci tappe (è promosso dalla Fondazione De Sanctis con il patrocinio del ministero della Giustizia e del Centro per il libro e la lettura).
Il teatro è un vero teatro: legno alle pareti e poltrone di velluto amaranto. I detenuti occupano più della metà della sala. Risalta una faccia nota: impossibile non riconoscere Gianni Alemanno, nonostante la barbetta bianca che lo fa assomigliare più a un marinaio che al politico di un tempo. L’ex sindaco di Roma è a Rebibbia per aver trasgredito le regole della pena alternativa dopo la condanna per traffico di influenze nel filone d’inchiesta Mondo di mezzo. Ha voglia di parlare: «Il tempo qui dentro è sospeso, ma si può studiare. In un certo senso è un’intensa esperienza comunitaria, come un collegio o un ritiro. Adesso sto scrivendo un libro». Arrivano le guardie, è vietato interloquire con i giornalisti.
È appena stato letto il canto in cui Ulisse si vendica dei Proci e riabbraccia Penelope. Albinati parla della nostalgia, del dolore (algos) del ritorno a casa (nostos). Un grido arriva dalle ultime file. «Siamo noi Ulisse!». Subito un altro detenuto prende coraggio: «Io sono Nessuno». Il riferimento naturalmente è al nome che Ulisse dà a Polifemo. E ancora: «Il nostro viaggio è qui». Albinati allarga lo sguardo: «È nella tradizione classica l’abitudine di vedere la vita come viaggio». Lo scrittore tenta di evitare facili slittamenti, facili immedesimazioni. Una voce dal fondo: «Ulisse è vendicativo come lo Stato nei nostri confronti». Di nuovo Albinati traccia confini: «La vendetta nel mondo arcaico non è una scelta ma un obbligo. Non bisogna giudicare queste storie con la nostra mentalità. Il concetto di pietà, di perdono, arriva con il cristianesimo. Allora non era contemplabile».
Tra il pubblico ci sono suoi ex allievi di Rebibbia, uno dice timido di aver scoperto la bellezza della letteratura grazie alle sue lezioni su Dante. Ormai la sala è calda, il microfono non fa più paura e neanche il palco. Un signore dall’aria bonaria conquista la scena: «Il mio viaggio qui dentro è più lungo di quello di Ulisse, dura da 35 anni». Si commuove. Una pausa. Applausi e incoraggiamenti. Riprende: «Tutti noi vogliamo tornare a casa. Tutti noi, come Ulisse, abbiamo nostalgia. Ma dobbiamo essere aiutati, altrimenti a casa non torneremo mai».
Testa marmorea di Ulisse (II sec. a.C.), rinvenuta nella villa di Tiberio a Sperlonga
Prende la parola un detenuto di nome Mito. Proprio Mito, qualcuno ride, strana coincidenza. Dice cose lucide: «Il nostro desiderio è tornare a vivere una vita che valga la pena di essere vissuta. Questo progetto è una boccata di aria esterna. Vi dico solo: non abbiate pregiudizi, ci sono persone valide tra noi». Un suo compagno, in tuta verde acetata, una laurea magistrale in Giurisprudenza e un’altra in arrivo, alle spalle già 20 anni di carcere, dall’Odissea tira fuori la parola speranza: «Qui ci sono persone che sperano. Oggi ho fatto il colloquio con i miei figli, mi danno fiducia. La cultura mi sta insegnando a sperare, a sopportare, a dialogare. Mi auguro che questo ponte tra esterno e interno continui e che una volta fuori di qui per noi ci sia ancora un posto nella società».
Albinati ricorda che l’Odissea è anche «il grande canto dell’ospitalità». Sarà il ritorno a Rebibbia, ma a un certo punto la calma elegante dello scrittore, vincitore dello Strega con La scuola cattolica, è incrinata dalla commozione. La colpa è di uno dei brani più belli dell’Odissea, quello in cui Penelope capisce che il mendicante che ha di fronte è Ulisse, perché solo Ulisse conosceva il segreto del loro letto: un letto che non si poteva spostare. Lo aveva scolpito lui stesso su radice d’ulivo.
Le autorità e gli ospiti d’onore siedono nelle prime file: oltre a Teresa Mascolo, direttrice del carcere di Rebibbia, e Francesco De Sanctis, ci sono Luciano Lanna, direttore Cepell; Margherita Cassano, prima presidente della Corte Suprema di Cassazione italiana; Andrea Ostellari, sottosegretario al ministero della Giustizia. Il prossimo appuntamento sarà il 12 marzo con Fabrizio Bentivoglio e Maurizio de Giovanni nel carcere di Secondigliano.
Alla fine Albinati si alza e fa la cosa più bella, scende in platea e va, insieme a Fresi, a stringere le mani del pubblico vero, quello dei detenuti: «Abbiamo bisogno di fantasia. Non è vero che le favole sono per i bambini. Le favole sono di tutti».