Ne Il folle di Dio alla fine del mondo Javier Cercas ha indagato la Chiesa e il papato di Francesco scavando liturgie e contraddizioni, e tirando fuori un ritratto vivido come pochi. Da Bogotà, ha osservato i funerali che hanno portato a Roma centinaia di migliaia di persone e, tra queste, i grandi della Terra, come si guarda un rito tanto potente quanto inefficace. «Non possiamo pretendere che un papa sia il Superman che risolve i problemi del mondo: non è giusto, non è credibile. Soprattutto, non può essere vero». Anche per questo, l’autore di Anatomia di un istante non ha molta fiducia nella foto che mostra Trump e Zelensky seduti, occhi negli occhi, tra i marmi di San Pietro.
È un’immagine molto potente, rischia di non cambiare nulla?
«È un bene che parlino, è magnifico, sopratt…
Ne Il folle di Dio alla fine del mondo Javier Cercas ha indagato la Chiesa e il papato di Francesco scavando liturgie e contraddizioni, e tirando fuori un ritratto vivido come pochi. Da Bogotà, ha osservato i funerali che hanno portato a Roma centinaia di migliaia di persone e, tra queste, i grandi della Terra, come si guarda un rito tanto potente quanto inefficace. «Non possiamo pretendere che un papa sia il Superman che risolve i problemi del mondo: non è giusto, non è credibile. Soprattutto, non può essere vero». Anche per questo, l’autore di Anatomia di un istante non ha molta fiducia nella foto che mostra Trump e Zelensky seduti, occhi negli occhi, tra i marmi di San Pietro.
È un’immagine molto potente, rischia di non cambiare nulla?
«È un bene che parlino, è magnifico, soprattutto dopo l’incontro alla Casa Bianca che è stato una catastrofe. Una delle scene più brutte che abbia mai visto dal punto di vista diplomatico e delle relazioni internazionali. E quindi va benissimo che i funerali di Francesco abbiano riunito tutte queste persone, ma a volte ho l’impressione che dal papa ci si aspetti troppo».
Giorgia Meloni ha detto: «Vedere Trump e Zelensky che parlano della pace al funerale del Papa della pace ha un significato enorme».
«Ma il papa non può fare miracoli, se mi consente l’ironia. Quando sono arrivato in Vaticano per lavorare al mio romanzo c’erano molte voci sul fatto che Francesco sarebbe volato a Mosca e avrebbe negoziato la pace con l’Ucraina. Peccato fosse impossibile».
Perché?
«È triste dirlo, ma il potere del papa non è reale, sostanziale come quello di Trump, o di Macron. È un potere simbolico, morale. Va benissimo che Francesco dicesse che quel che avviene a Gaza è un orrore, perché lo è. Non possiamo però pensare che sarebbe stato lui a risolvere la situazione. Lo stesso vale per l’Ucraina, dove la pace possono farla solo Zelensky e Putin, con l’aiuto di Trump».
E invece abbiamo guardato al ruolo di Francesco come fondamentale proprio perché alzava la voce contro la guerra, le armi, la violenza. Come non credessimo più che la politica possa risolvere i conflitti.
«La verità è che l’unica che può farlo è la politica. Il resto sono illusioni. Il papa deve dire quello che pensa, ma l’idea che avrebbe potuto fermare Putin parlandoci è geopolitica da asilo di infanzia».
Che papa è stato Francesco?
«È stato descritto come un papa riformista, perfino rivoluzionario, ma tutto dipende dal significato che si dà a queste parole. Se si parla di una rivoluzione nella dottrina cattolica, è ridicolo, oltre che falso. L’unica rivoluzione di questo papa è stata il suo prendere sul serio il Concilio vaticano secondo, la cui sintesi è: torniamo al cristianesimo primitivo».
Quello che porta il messaggio di Cristo nel mondo mettendosi dalla parte degli ultimi?
«Questo è il centro del suo papato. Tutte le sue riforme e le sue dichiarazioni vanno in questo senso. Padre Spadaro racconta che, quando Francesco diede la prima intervista a Civiltà Cattolica, gli chiese cosa volesse fare nella Chiesa. E Bergoglio rispose: “Prendere Cristo e farlo uscire dalla sagrestia”».
Prima di lui non era stato fatto?
«Non così. Cristo era un uomo pericoloso, radicale, è stato crocifisso per questo. Non stava con il potere né con i ricchi, ma con le prostitute e con i poveri. Il cristianesimo austero di Francesco viene da lì».
Chi lo critica lo ha definito un rivoluzionario senza rivoluzione.
«L’idea che un papa possa cambiare, in dodici anni, quasi duemila anni di storia è – anche questa - ridicola. Significa non capire cos’è la Chiesa, cosa rappresenta. Perché è vero che il papa ha tutto il potere, è un monarca assoluto, ma noi non sappiamo dove Francesco volesse arrivare. Questo può saperlo solo lui. Quello che sappiamo è che i piccolissimi cambiamenti che ha fatto hanno suscitato una reazione enorme e durissima. Che vediamo anche dopo la sua morte».
Potrebbe arrivare un papa reazionario?
«Posso dire con la massima prudenza quello che penso. Non credo che, visto che il mondo sta cambiando - c’è una rivoluzione conservatrice in corso, i nazionalpopulismi rinascono e Trump è al potere - si debba per forza desumere che la Chiesa andrà nella stessa direzione. Questa è un’interpretazione politica, quindi fallace».
Che cosa si aspetta?
«Non credo sia così facile che nasca nella Chiesa una reazione radicale contro Francesco, una “controrivoluzione”. E non solo perché il 79 per cento dei cardinali che sceglieranno il nuovo papa sono stati scelti da Bergoglio. Ci sono due scenari probabili. Il primo è che diventi papa qualcuno in linea con le riforme di Francesco, ma che procederà più lentamente. Perché Bergoglio ha esercitato una forza dirompente all’interno della Chiesa, e questa era una caratteristica solo sua. Il secondo scenario è che il suo successore fermi il cambiamento. Non sarebbe un passo indietro, ma una stasi».
Vedere personaggi come Trump e Milei in prima fila ai funerali di un papa che si opponeva alla loro visione del mondo e alle loro politiche è una grande ipocrisia?
«L’ipocrisia fa parte della diplomazia: queste persone sapevano che dovevano essere lì. Ci sono, dentro ai loro governi, molti cattolici reazionari che sperano in un prossimo Papa meno ostile di Bergoglio e più vicino alle loro istanze. Faranno quello che possono perché venga scelto. Conosco argentini molto cattolici, elettori di Milei che, quando Francesco è diventato papa, avevano smesso di andare a messa».
E perché?
«Perché lo consideravano un pericoloso comunista. Non possiamo fingere di non sapere che c’erano preti che si riunivano a Roma, o nel sud della Spagna, pregando per la morte del Papa».
Per la destra mondiale il crocifisso, le radici cristiane, sono uno strumento di propaganda. Ma la religione è totalmente inascoltata quando parla di poveri e migranti. Anche a sinistra.
«Non sono stato sempre d’accordo col papa, che è tutt’altro che infallibile, ma sui migranti sono perfettamente d’accordo con l’idea di Francesco. Se l’Europa non è capace di accogliere in una forma degna persone che fuggono dalla fame e dalla guerra siamo davanti a una catastrofe. Sono un’europeista estremista, ma se l’Europa non sa fare questo, può andare a quel Paese».