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Il canto di Donald, ecco come il mago ha stregato le masse esauste di realtà

(reuters)

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Stefano Massini racconta in versi l’epopea di Trump, l’immobiliarista che ha conquistato l’America diventando presidente. Un risultato raggiunto sfruttando la menzogna come arma e il desiderio altrui di farsi sedurre
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In epoca di disincanto, cantare “l’armi pietose e il capitano” è un compito temerario, perché ogni leadership è messa a dura prova, qualsiasi egemonia arrugginisce in fretta, nessuna impresa attraversa indenne la gogna irresponsabile dei social. C’è spazio soltanto per una specifica narrazione eroica, quella che il populismo fa di se stesso, perché il suo presupposto è l’iperbole e il suo codice è l’eccesso, dunque ogni gigantografia si giustifica in quel mondo dilatato dove tutto si compie sotto una lente d’ingrandimento e il reale è un dettaglio, anzi un fastidio. Forse bisogna attraversare lo specchio e impadronirsi di quelle immagini gonfiate e della sproporzione di quel linguaggio per capire davvero come si compie l’incanto che seduce pezzi di popolo nella mistica di una promessa leggendaria, sorretta spesso dalla menzogna della realtà aumentata, eppure proprio per questo in grado di intercettare lo spirito bizzarro dei tempi.

In epoca di disincanto, cantare “l’armi pietose e il capitano” è un compito temerario, perché ogni leadership è messa a dura prova, qualsiasi egemonia arrugginisce in fretta, nessuna impresa attraversa indenne la gogna irresponsabile dei social. C’è spazio soltanto per una specifica narrazione eroica, quella che il populismo fa di se stesso, perché il suo presupposto è l’iperbole e il suo codice è l’eccesso, dunque ogni gigantografia si giustifica in quel mondo dilatato dove tutto si compie sotto una lente d’ingrandimento e il reale è un dettaglio, anzi un fastidio. Forse bisogna attraversare lo specchio e impadronirsi di quelle immagini gonfiate e della sproporzione di quel linguaggio per capire davvero come si compie l’incanto che seduce pezzi di popolo nella mistica di una promessa leggendaria, sorretta spesso dalla menzogna della realtà aumentata, eppure proprio per questo in grado di intercettare lo spirito bizzarro dei tempi.

Lo ha fatto Stefano Massini in quest’ultima opera (Donald, in libreria per Einaudi) dove nella forma della cantata scopre, recupera e interpreta i passaggi fondamentali dell’avventura di Donald Trump che decifra come una chanson de geste. È, sostituendo al modello medievale dei canti cavallereschi un’epica moderna, efficacissima e incantatrice, soggiogata e sbigottita da quel che racconta.

È un’epopea dell’inganno, o per meglio dire del trucco, quando lo spettatore sa che non è vero quel che l’illusionista gli propone, ma lo applaude per lo splendore di un attimo del miraggio mostrato. D’altra parte a Bridgeport, dove tutto è incominciato, è stato eletto sindaco un uomo di spettacolo alieno alla politica, Phineas Taylor Barnum, diventato famoso perché nel suo circo tra i cavalli e gli elefanti mostrava la sirena delle isole Figi e il corpo pietrificato di un gigante, come autentiche rarità biologiche. Lui mentiva spudoratamente, dice Massini, ma subito dopo si domanda: perché gli credevano? E perché scelsero proprio lui come sindaco?

Questa cornice di premonizione è la vera chiave interpretativa del fenomeno Trump. Perché l’inganno, più della menzogna, è una partita doppia e si compie quando noi vogliamo credere, non esercitiamo il dubbio, davanti all’illusorio cediamo le difese della ragione, esausti di realtà, se ci delude. Il canto inizia davanti a un’icona quotidiana d’America, una normalità identitaria: un piccolo portone che sembra dipinto nel giardino di un sobborgo del Queens, dove compare il fiocco azzurro per annunciare la nascita di Donald, il bimbo “dai capelli d’oro”, proprio mentre in casa entra la scatola sconosciuta della prima televisione annunciando lo show: e che show! Nessuno è “puro americano” nella famiglia: madre scozzese, Mary Ann, che da immigrata ha lavorato da lavapiatti a Long Island, nonno tedesco della Renania, che si chiamava Drumpf, faceva il barbiere, per poi vendere zuppa e fagioli e quindi sbarcare nel mercato immobiliare di New York, piazzando case in affitto. Il padre, Fred, per evitare gli sputi s’inventa di essere svedese, e comunque i suoi quattro figli hanno sangue migrante, «ma in fondo, basta non farlo sapere in giro».

Uno dei quattro è Donald, il “golden boy”. A scuola il preside dalla finestra lo vede imbrogliare gli altri bambini con un gioco di banconote, e qualche anno dopo lo sentirà aizzare i compagni proprio contro di lui, tanto che chiederà ai genitori di venire a riprenderselo. Finisce all’accademia militare, e nella cantata di Massini lo vediamo rosso in viso e sudato ribellarsi all’allenatore sul campo di baseball: «il capitano sono io, io ho la fascia». «Sì, è vero – ribatte il coach – ma sono io che te l’ho data». E questo fondamento esterno del potere, la derivazione altrui, la delega, tormenterà a lungo il giovane Trump, all’inseguimento inconsapevole ma testardo dell’autocrazia, il comando che crea se stesso e non deve riconoscere niente a nessuno.

Come se si guardasse dall’esterno mentre seleziona le ragazze nelle sue cinque categorie e nelle dieci modalità della “caccia”, lascia sui banchi delle compagne un biglietto d’annuncio che sembra un ordine più che un invito: «sei stata scelta da Golden Boy per una serata in sua compagnia. Seguirà convocazione». Ma Donald vede anche se stesso con le scarpe lucide e l’orologio dorato nel corredo del buon venditore seduto per sempre in quell’ufficetto immobiliare di famiglia a Coney Island con la vecchia moquette, le scrivanie in legno e un telefono solo, spacciando trilocali di periferia.

Vuole uscire da quel destino, per la prima volta sogna il lusso, i cocktail, i divani bianchi, i letti a cinque piazze. Sposta l’ufficio, si fa condurre in Cadillac ogni mattina nell’ultimo tratto di strada, arrotonda il biglietto da visita parlando di attico che non c’è, di «cuore di Manhattan» mentre la sede è più su, tanto la menzogna trova complicità: «basta che lo credano».

Ma arriva anche un’inchiesta federale per discriminazione razziale, con l’accusa a Trump di aver negato casa a chi non era bianco. E qui dal mondo del maccartismo, dove aveva denunciato migliaia di comunisti, spunta la figura di Roy Cohn, avvocato ma soprattutto stregone del potere che si lega a Trump nella sua ossessione di scalare New York, ma lo avverte: il potere vero non ha limiti, regole o leggi, non deve mai difendersi perché sceglie ogni volta di attaccare. In modo che tutti gli altri abbiano solo la scelta tra farsi sbranare da Donald, o chiedergli protezione.

Il risultato di questa dottrina egolatrica è nei 202 metri, nei 58 piani, nei 34 ascensori della torre che sulla Quinta porta il suo nome. Lusso, verticalità, potere. Dalla torre ai casinò di cui è proprietario sulla riviera di Atlantic City, capisce che il lusso è lo specchio che riflette il piacere di sentirsi tutti milionari, e arriva alla formula onnicomprensiva: io vendo felicità, in cambio di devozione senza domande e senza riserve. Quando la Cadillac si arresta e brucia, quando Donald scende un attimo prima della partenza dall’elicottero che si schianterà, un’altra visione lo insegue, quella del tempo che deve finire, perché ogni cosa ha un termine. L’ombra del crack lo sfiora, e con lei l’inquietudine di non stare più al passo coi tempi, di uscire fuori dal gioco.

Dov’è l’errore? «Mi sono fidato». Teorizza la solitudine come un talento, la prova che è sempre in cima alla piramide, dove c’è posto per un solo eroe. E allora capisce: farà un marchio del suo nome, della sua faccia, della sua vita, una leggenda permanente che narra se stessa: «Io sarò un business vivente». Tutti i fili dell’avventura sono raccolti nell’ultima scelta, a quel punto inevitabile: raccogliere il dividendo politico di questa esposizione pubblica incandescente e permanente. Che non si spegne alla Casa Bianca ma brucia ancora, come se dovesse incendiare il mondo.

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