La metafora, apprendo dal libro di cui vi sto parlando, fu coniata da Vittorio Nisticò, celebrato direttore del quotidiano L’Ora di Palermo, baluardo della buona coscienza di una terra aspra. Disse più o meno che i siciliani possono essere divisi in due categorie: quelli di scoglio e quelli di mare aperto. I primi restano abbarbicati per vivere all’isola, come patelle sulla roccia; i secondi hanno bisogno di tuffarsi e prendere il largo per potersi realizzare.Questo libro parla di un fotografo di scoglio. Giuseppe Leone, ragusano di nascita e di indole, scomparso un anno fa a 88 anni di età.
Giuseppe Leone, ovvero un sogno fatto in Sicilia è il libro che gli dedica Concetto Prestifilippo, giornalista e scrittore suo conterraneo, amico e collaboratore, nella preziosa agile collana di Mimesis, Sguardi e visioni, diretta da Francesca Adamo.
Sì, Leone restò sullo scoglio. Tutta la vita. Non si allontanò mai veramente dalla …
La metafora, apprendo dal libro di cui vi sto parlando, fu coniata da Vittorio Nisticò, celebrato direttore del quotidiano L’Ora di Palermo, baluardo della buona coscienza di una terra aspra. Disse più o meno che i siciliani possono essere divisi in due categorie: quelli di scoglio e quelli di mare aperto. I primi restano abbarbicati per vivere all’isola, come patelle sulla roccia; i secondi hanno bisogno di tuffarsi e prendere il largo per potersi realizzare.Questo libro parla di un fotografo di scoglio. Giuseppe Leone, ragusano di nascita e di indole, scomparso un anno fa a 88 anni di età.
Giuseppe Leone, ovvero un sogno fatto in Sicilia è il libro che gli dedica Concetto Prestifilippo, giornalista e scrittore suo conterraneo, amico e collaboratore, nella preziosa agile collana di Mimesis, Sguardi e visioni, diretta da Francesca Adamo.
Sì, Leone restò sullo scoglio. Tutta la vita. Non si allontanò mai veramente dalla sua Sicilia, che fu per lui culla e oggetto di sguardi incessanti, in decine di volumi e reportage spesso accompagnati dalle parole di grandissimi scrittori siciliani. Intanto, per farci capire bene quella partizione manichea dei suoi conterranei, l’autore inizia il libro biografico con un’intervista a un siciliano di mare, Ferdinando Scianna virgola che invece ha fatto la scelta di lasciare l’isola, patendo il magnetismo che lo riporta comunque e continuamente alle origini. Tra Scianna e Leone c’era una opposizione di destini, una stima reciproca e, par di intravedere, anche qualche attrito caratteriale, che Scianna stempera in “presunta rivalità” e compensa definendo l’amico e collega “fotografo di grande talento”.
Ma non è l’opposizione di due caratteri che ci interessa, visto che l’intuizione di Nisticò si applica anche ad altri grandi siciliani, per esempio Gesualdo Bufalino, scrittore di scoglio, e Vincenzo Consolo, scrittore di mare. Insomma, c'è qualcosa, nello spirito siciliano, che porta a opposizioni insanabili, forse la nettezza delle ombre che d'estate separano le piazze in due metà incompatibili di oscurità e abbaglianza. Nessuno più di un fotografo fedele al bianco e nero può capire che cosa significhi.
Semmai qualcosa accomuna sempre i siciliani, di scoglio e di mare, ed è la straordinaria potenza generativa di quella terra, geograficamente marginale e culturalmente centrale nella storia d’Europa, “provincia popolata da pensatori irregolari e intellettuali contro”.
Nel libro, Leone intervistato ricorda ancora con emozione le visite a Racalmuto nella casa di Leonardo Sciascia assieme all’artista Piero Guccione. Ma non vorrei fare una sintesi di questo bel libro biografico. Mi interessa questa opposizione fra il restare e l’andare, due condizioni esistenziali che la Sicilia sembra imporre come manichea alternativa ai suoi intellettuali: ma lo è veramente?
Certo, la scelta dei luoghi in cui esercitare lo sguardo, per un fotografo è vincolante, molto più che per uno scrittore. Mentre Scianna percorreva meridiani e paralleli, Leone setacciava il triangolo assolato della Trinacria, perlustrandolo con meticolosità quasi ossessiva, accumulando un archivio che adesso rischia di essere dimenticato o addirittura disperso. Ed è una Sicilia a tre dimensioni, la sua, profonda, alta, lunga, una Sicilia di gattopardi e di cafoni, di splendore di pietra e di campi aridi, una terra che scavalca i secoli come l’ardito alto ponte ferroviario di Ragusa nella prima fortunata fotografia di Leone.
Andare o stare, vicino o lontano, credo che sia uno dei dilemmi meno esplorati e più laceranti nella scelta di vita e di lavoro di un fotografo. Perché è vero, come affermò Paul Strand, che un buon fotografo sa ricavare capolavori anche dal “mondo davanti alla mia porta”, ma spesso per scoprire la bellezza della prossimità è utile essersi allontanati, aver preso le distanze, e poi magari riavvicinarsi come in un movimento di zoom. Utile o necessario? Non lo so dire. Dipende, probabilmente, dalla capacità o dalla volontà di ogni autore di fissare un proprio punto di vista unico e irripetibile rispetto al proprio oggetto di interesse.
Dopotutto, Robert Capa raccomandava l’estrema vicinanza, per fare buone foto. Sfoglio il libro, molto illustrato, di Prestifilippo e ammiro la misura sapiente di vicinanza e di lontananza di Leone rispetto ai suoi soggetti, i paesaggi come gli esseri umani, come i ritratti. Un sogno, suggerisce il titolo preso in prestito da Sciascia, ma fatto in Sicilia, dunque onirismo radicato, bell’ossimoro. E allora, andare o stare, questo è il problema amletico del fotografo. O non lo è? La fotografia dopo tutto è la presenza di un’assenza, cioè un ossimoro. Direi che ogni fotografo potrebbe risolvere il dilemma così come lo fece Giorgio Caproni in versi:
Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.