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Elizabeth Strout “L’America? Pazza, ma piena di gente come voi”

01680959 Torino 09/05/2024 La scrittrice americana Elizabeth Strout Turin 05/09/2024 The American writer Elizabeth Strout  

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Alla vigilia di Festivaletteratura, l’autrice premio Pulitzer racconta il suo nuovo romanzo. Di nuovo un’elegia delle persone comuni, a cui la grande Storia passa accanto, muovendosi a un’altra velocità
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Già la preparazione del collegamento Zoom con Elizabeth Strout dice molto della scrittrice. Riservata, poco incline a comparire, aveva chiesto un’intervista al buio, senza telecamere. Una telefonata via computer in sostanza. Il caso ha voluto che per errore la scrittrice abbia fatto partire il video e a quel punto ogni timidezza è saltata. «Sono cresciuta nel Maine, ambiente puritano, gente che non ama mostrarsi e parla poco di sé». Di quella gente Strout ha catturato l’anima in romanzi minimali dove dettagli di vita quotidiana spalancano abissi interiori: gli amanti della sua narrativa, consacrata dal Pulitzer nel 2009 per Olive Kitteridge, sanno di che parliamo. Solitudini e amori, incomprensioni, silenzi e gesti di umanità insospettabile che nascono spesso dentro il dolore. L’ultimo romanzo è di nuovo ambientato nel Maine, nella città immaginaria di Crosby, dove si incontrano Olive Kitteridge e Lucy Barton, insieme finalmente a fare la cosa che gli riesce meglio: raccontare storie.…

Già la preparazione del collegamento Zoom con Elizabeth Strout dice molto della scrittrice. Riservata, poco incline a comparire, aveva chiesto un’intervista al buio, senza telecamere. Una telefonata via computer in sostanza. Il caso ha voluto che per errore la scrittrice abbia fatto partire il video e a quel punto ogni timidezza è saltata. «Sono cresciuta nel Maine, ambiente puritano, gente che non ama mostrarsi e parla poco di sé». Di quella gente Strout ha catturato l’anima in romanzi minimali dove dettagli di vita quotidiana spalancano abissi interiori: gli amanti della sua narrativa, consacrata dal Pulitzer nel 2009 per Olive Kitteridge, sanno di che parliamo. Solitudini e amori, incomprensioni, silenzi e gesti di umanità insospettabile che nascono spesso dentro il dolore. L’ultimo romanzo è di nuovo ambientato nel Maine, nella città immaginaria di Crosby, dove si incontrano Olive Kitteridge e Lucy Barton, insieme finalmente a fare la cosa che gli riesce meglio: raccontare storie. S’intitola Raccontami tutto (Einaudi) ed è un ulteriore capitolo di quella letteratura rurale americana che continua imperturbabile a muoversi a un’altra velocità.

C’è un momento nel quale Olive dice a Lucy: penso che questo Paese potrebbe andare incontro a una guerra civile. Riferito naturalmente agli Stati Uniti.

«E Bob aggiunge che sembra che il mondo intero sia impazzito. La Russia che invade l’Ucraina. Ma andrei oltre Bob e Lucy. Siamo dentro guai terribili, guai molto seri».

Nei suoi libri questi guai si affacciano, ma poi vincono le storie delle persone ordinarie, la vita di tutti i giorni.

«Penso che le persone ordinarie siano in realtà straordinarie. La mia passione per loro è nata tanti anni fa. Ho iniziato a osservare la vita degli altri quando ero una bambina solitaria del Maine. Guardare le persone che passavano per strada era il mio passatempo. Le guardavo e mi sembrava che ciascuna emanasse una propria luce, una luce che avrei voluto catturare ma della quale mi sfuggiva l’origine. Credo di avere iniziato a inventarmi le loro vite per cercare di vincere quella frustrazione. Volevo afferrare la loro luce».

Come è stata la sua infanzia?

«Felice. Solitaria ma molto felice. Ero immersa in un paesaggio povero ma meraviglioso. E mia madre è stata la mia prima maestra di narrazione. È stata lei a generare in me la curiosità per le storie che ci circondano. Era una storyteller incredibile, da pochi dettagli imbastiva una storia. Le racconto un aneddoto che porto spesso come esempio. Una volta eravamo in macchina, in un parcheggio, quando lei mi ha indicato una donna: è abbastanza chiaro che è depressa, ha detto. Non capivo e allora lei mi ha invitata a guardare l’orlo del suo cappotto: non viene riparato da anni. A quel punto avrei voluto seguire quella donna fino alla sua casa per vedere che atmosfera e che odore emanava, com’era».

Che faceva sua madre?

«Era un’insegnante di inglese ma aveva trasformato la sua classe in un corso dedicato alla scrittura. Da piccola mi spronava a scrivere, è così che ho iniziato. Avevo un quaderno nel quale raccontavo le mie giornate. Inoltre mi leggeva poesie, a partire da quelle di Edna St. Vincent Millay, che declamavo per casa. Le parole mi sono sempre piaciute, sono sempre stata una chiacchierona (ride)».

In una terra molto silenziosa, di gente che lei stessa racconta piuttosto chiusa.

«Gente abituata a non esprimere le emozioni. È per questo che quando sono andata a New York mi è sembrata una liberazione! La mia famiglia è arrivata nel Maine nel 1603. Non so perché ma mia madre era molto orgogliosa di questo fatto. Anche se sono diversa, lo spirito puritano del luogo ha plasmato la mia persona. Quello che sono lo devo molto a quella regione».

Quanti anni ha vissuto a New York?

«Quarant’anni, ero così felice. Ero eccitata: c’erano così tante persone e tutti avevano voglia di dire qualcosa. Non mi sembrava vero: aprivano la bocca e la loro vita sgorgava fuori. È lì che ho incontrato mio marito con il quale poi, molto gradualmente, abbiamo deciso di tornare nel Maine. Alla fine siamo rimasti qui».

Forse per scrivere del Maine aveva bisogno di guardarlo da fuori, distaccarsene un po’ per tornarci con le sue storie.

«È esattamente così. All’inizio pensavo di scrivere storie newyorchesi ma niente, non mi riusciva. Fino a quando ho messo a fuoco che dovevo parlare di me, della mia terra. Piano piano ho capito che potevo tornare con la mente nel New England e scrivere degli aghi di pino, della luce del sole e della gente di quel posto. Se fossi rimasta dove sono nata non sarei stata forse in grado di narrare quel posto».

L’amore sembra davvero nei suoi libri il motore di tutto. Non l’amore passionale, ma quello alimentato dall’impossibilità, dai fraintendimenti, dalle timidezze. In questo romanzo nasce tra Bob e Lucy, entrambi sposati. Non diciamo come andrà a finire.

«L’amore è la vita e io racconto la vita».

Più che la vita, lei scrive di voler raccontare le vite “non documentate”, quelle che non rientrerebbero nei libri di storia.

«Mi affascinano di più. Ieri pomeriggio ho incontrato una donna, una commessa in un negozio. Una ragazza giovane. E all’improvviso mi ha raccontato una storia. Aveva appena scoperto che suo padre non era il suo vero padre. Era devastata. L’ho amata. “Oh mio Dio. Ce la farai. Andrà tutto bene”, le ho detto. Stavo pagando, non ci conoscevamo. All’inizio guardandola avevo pensato: vorrebbe fare altro, il suo lavoro l’annoia. Poi lei mi ha consegnato la sua vicenda incredibile».

Sta scrivendo un nuovo libro?

«Un libro ambientato sulla costa del Massachusetts, con personaggi completamente diversi. Il protagonista è un uomo, un insegnante di storia in una scuola superiore».

Quindi addio Maine, addio Olive Kitteridge?

«Addio a Crosby. Per ora».

IL LIBRO – Raccontami tutto di Elizabeth Strout (Einaudi, trad. Susanna Basso, pagg. 288, euro 19,50)

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