Ho seguito con grande interesse il dibattito avviato con la consueta seducente maestria da Alessandro Baricco, seguito dalle solide repliche di Michele Serra e Stefano Massini. Era tempo che qualcuno alzasse lo sguardo dalle battute di Salvini e dalle invettive della nostra presidente del Consiglio per chiedersi chi siamo, dove presumibilmente stiamo andando.
Esprimo l’opinione di un novantenne che affianca con un’angolazione poco meno che centenaria quelle di due diverse ere generazionali espresse dai colleghi che mi hanno preceduto. Ho avuto il malinconico privilegio di osservare direttamente eventi che molti dei viventi si sono dovuti limitare a leggere da qualche parte. Confesso di condividere l’idea che il Novecento sia davvero finito e che si sia lasciato poco alle spalle. Quello strano secolo bifronte si è consegnato alla storia con una prima metà terribile segnata da due guerre civili europee e tre feroci dittature; ha però anche conosciuto una seconda parte dove la pace …
Ho seguito con grande interesse il dibattito avviato con la consueta seducente maestria da Alessandro Baricco, seguito dalle solide repliche di Michele Serra e Stefano Massini. Era tempo che qualcuno alzasse lo sguardo dalle battute di Salvini e dalle invettive della nostra presidente del Consiglio per chiedersi chi siamo, dove presumibilmente stiamo andando.
Esprimo l’opinione di un novantenne che affianca con un’angolazione poco meno che centenaria quelle di due diverse ere generazionali espresse dai colleghi che mi hanno preceduto. Ho avuto il malinconico privilegio di osservare direttamente eventi che molti dei viventi si sono dovuti limitare a leggere da qualche parte. Confesso di condividere l’idea che il Novecento sia davvero finito e che si sia lasciato poco alle spalle. Quello strano secolo bifronte si è consegnato alla storia con una prima metà terribile segnata da due guerre civili europee e tre feroci dittature; ha però anche conosciuto una seconda parte dove la pace ha prevalso (quanto meno nei confini dell’Europa) e s’è vista la progressiva acquisizione di diritti e garanzie per gli individui mai conosciute prima. Il welfare state, lo stato sociale, è stato probabilmente il punto più alto del pensiero civile toccato dal vecchio continente. Le tre famose parole, “libertà, uguaglianza, fraternità” sono nate qui e potevano nascere solo qui, per come il mondo era combinato alla fine del Settecento. Tre parole che sono state il nocciolo duro e brillante di quella che chiamiamo civiltà occidentale.
Oggi non è più così come sappiamo tutti, gli ideali che quel triplice motto ha incarnato sono declinati in buona parte del mondo. Quelle che parevano conquiste dalle quali non si sarebbe mai più tornati indietro, sono state abolite, ridotte, messe in discussione anche là dov’erano nate.
Faccio alcuni passi indietro. Ogni grande rivoluzione ha sempre comportato profonde trasformazioni e drammatici cambiamenti. Così è stato con la rivoluzione del cristianesimo, l’invenzione dei caratteri mobili, la prima rivoluzione industriale. I prodigi del pensiero, le conquiste della tecnica hanno sempre comportato anche sommovimenti politici, compresi decisivi sussulti rivoluzionari.
Qual è oggi la novità che giustifica la sensazione di una rottura definitiva? Mai nelle vicende umane era accaduto che numerosi fattori concomitanti confluissero tutti insieme a segnare la vita delle società e dei singoli individui. Quello che accade da qualche decennio è una somma di novità che non ha precedenti per velocità e per estensione, uno scossone terribile a una condizione che sembrava consolidata per sempre.
Non è stato così. La forma democratica dello Stato, la migliore mai elaborata (la meno peggiore, se si vuole) è stata messa in discussione e barcolla proprio nei due continenti – Europa e Stati Uniti – che avevano favorito la sua nascita. È inutile chiedersi se Trump e i suoi deplorevoli ministri siano “fascisti”, la domanda è vecchia e inadeguata. Lo stesso, su scala ridotta, vale per l’Italia. Sono fascisti e non lo sono, sentono il vento e indirizzano le vele. Quel vento dice che quando si spostano miliardi premendo un bottone mentre ci vogliono mesi perché un parlamento approvi uno stanziamento di bilancio, la partita è persa in partenza e il bottone – per così dire – ha vinto. Le complesse procedure parlamentari in molti casi sono fuori gioco e fuori tempo né si osa pensare con quali strumenti sostituirle perché lo spettro dell’uomo (della donna) forte che ha afflitto la prima metà del secolo scorso è ancora troppo vicina, e incombe.
La tecnica nuda e cruda per il momento ha la meglio. Dallo strumento “smart” che ognuno di noi ha in tasca e che è inadeguato chiamare telefono perché si tratta di un prodigio, fino alle conquiste senza limiti dell’Intelligenza Artificiale, per la prima volta gli esseri umani vengono progressivamente battuti in quello che era un loro tipico terreno: la capacità di connettere dati diversi per ricavarne una sintesi (cogito ergo sum). Oggi la mens cogitans è fuori di noi, ci sostituisce e ci batte in velocità con una proporzione umiliante di uno a cento, uno a mille, uno a chissà quanto.
Tutto questo la tecnica lo fa da sola, senza l’indispensabile scorta di un’etica. Credo che l’ultima volta in cui una strepitosa (agghiacciante) invenzione/scoperta è stata accompagnata da dubbi angosciosi sulla sua liceità morale sia stato quando un gruppetto di scienziati nella solitudine di Los Alamos si sono chiesti se fosse consentito mettere a punto un’arma di così devastanti capacità. Oggi assistiamo ogni giorno a qualche potente della terra che dice con spensieratezza che, se le circostanze lo richiedessero, l’impiego di armi nucleari (tattiche, si aggiunge) potrebbe diventare inevitabile.
I cavalli della tecnica, privi di una guida, sono lanciati al galoppo e somigliano in modo spaventoso a quelli dell’Apocalisse.
Qui arrivato mi fermo. Sono convinto che lo stacco dei nuovi tempi dai modi, dalla politica, dall’antropologia del Novecento sia totale e definitivo. Nulla è più come prima ma noi, la vecchia umanità, siamo sempre lì. Per quanto ne so, dal V secolo a.e.v. gli esseri umani hanno sempre pensato, fatto, sofferto, goduto delle stesse cose. C’è chi dice che i nuovi strumenti stiano addirittura cambiando la nostra antropologia, lo credo anch’io. Verranno esseri umani nuovi, anzi sono già qui. Peggiori o migliori di noi? Uguali e diversi, direi, come noi siamo uguali e diversi dagli antichi greci. Per il resto non credo ci sia oggi una risposta possibile.