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Michela Marzano: “I ragazzi del nuovo secolo ci insegnano a sperare ancora”

Roma, in piazza per Gaza 

 

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Non retorica, ma azione. Questo suggeriscono i giovani scesi in piazza per la Palestina, Prosegue il dibattito dopo l’articolo di Alessandro Baricco
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Li vedo ogni giorno, i ragazzi, nelle aule universitarie. Entrano in gruppo, uno accanto all’altro, gli occhi pieni di domande. Non è vero che non ascoltano, che si distraggono, che pensano ad altro. Cercano solo parole autentiche. Parole che vengano da chi abita ciò che insegna, da chi non finge, non si nasconde, non teme di mostrarsi forte e fragile al tempo stesso. Li hanno spesso definiti apatici, disimpegnati, sdraiati. Ma il problema siamo noi che abbiamo smesso di capire loro che, come ha scritto Alessandro Baricco, si sono opposti alla «tremenda resistenza del Novecento».

Ci stupiamo persino del fatto che nelle ultime settimane siano scesi in strada sventolando le bandiere palestinesi e gridando “Free Palestine”. Sono gli stessi ragazzi che qualche anno fa riempivano le piazze dei Fridays for Future, prima che il Covid li chiudesse in casa. Appartengono alla cosiddetta “Generazione Z”, di cui tanto si discute senza mai ascoltarla davvero. Descritti come ansiosi, superfici…

Li vedo ogni giorno, i ragazzi, nelle aule universitarie. Entrano in gruppo, uno accanto all’altro, gli occhi pieni di domande. Non è vero che non ascoltano, che si distraggono, che pensano ad altro. Cercano solo parole autentiche. Parole che vengano da chi abita ciò che insegna, da chi non finge, non si nasconde, non teme di mostrarsi forte e fragile al tempo stesso. Li hanno spesso definiti apatici, disimpegnati, sdraiati. Ma il problema siamo noi che abbiamo smesso di capire loro che, come ha scritto Alessandro Baricco, si sono opposti alla «tremenda resistenza del Novecento».

Ci stupiamo persino del fatto che nelle ultime settimane siano scesi in strada sventolando le bandiere palestinesi e gridando “Free Palestine”. Sono gli stessi ragazzi che qualche anno fa riempivano le piazze dei Fridays for Future, prima che il Covid li chiudesse in casa. Appartengono alla cosiddetta “Generazione Z”, di cui tanto si discute senza mai ascoltarla davvero. Descritti come ansiosi, superficiali, incapaci di impegnarsi o di credere in qualcosa, oggi i giovani si mobilitano di nuovo: contro la violenza, l’ingiustizia e l’indifferenza. E lo fanno senza chiedere il permesso a nessuno per indignarsi, senza aspettare che un intellettuale o un politico dica loro da che parte stare. Perché a noi adulti – Generazione X o boomers – rimproverano tutto: l’assenza di autorevolezza, di credibilità, di coerenza. E più il tempo passa, più penso che abbiano ragione.

Visto che vivono in un mondo diretto solo da maschi alfa, anziani, e incapaci di mettersi in discussione o di lasciar spazio a chi viene dopo – non solo in politica (basti pensare a Trump, Putin, Netanyahu, o per guardare anche a un leader dell’opposizione di sinistra, Mélenchon…), ma anche nei vertici economici, mediatici, culturali. Sempre gli stessi, chiusi in un circuito autoreferenziale, che continuano a parlare come se il presente fosse un’appendice del loro passato.

Per anni abbiamo giudicato e trattato i giovani come choosy, narcisisti, senza ideali e senza spessore. Ma quand’è che ci siamo interrogati su quello che stavano vivendo? Se avessimo aperto le orecchie e spalancato gli occhi, avremmo forse capito che sono solo stanchi di un mondo che misura tutto in termini di performance e di successo. Loro hanno compreso, prima di noi, che la competizione non è libertà, che la forza non è potere, che la rassegnazione non è saggezza. Che non si può più accettare che la guerra sia la condizione naturale del mondo. Non sono ingenui, né manipolati. Sono solo stanchi della nostra ipocrisia. Hanno visto dove ci ha portato la corsa al primato, la logica del merito, la violenza travestita da ragione. E allora hanno deciso di rimettere al centro l’umano: le relazioni, la lentezza, la fragilità. Il loro rifiuto non è disimpegno, ma una forma diversa di responsabilità. Perché quello che chiedono, in fondo, non è un mondo perfetto ma abitabile. Un mondo in cui la politica torni a essere un luogo di cura, non di sopraffazione.

In questi anni, per venire loro incontro, ho cambiato il mio modo di insegnare. Ho sperimentato una didattica più dialogica e più ibrida, utilizzando video e persino l’intelligenza artificiale – tanto loro, con ChatGpt, ci dialogano da tempo, cercando risposte che noi professori, sempre più spesso, non sappiamo dare. E quando in aula alzano la mano, non è per avere chiarimenti su qualche teoria o concetto astratto, ma per capire come si fa: come si resta umani dentro la paura; come si può ancora avere fiducia negli adulti, quando tutto intorno sembra corrotto. Ormai lo so: non cercano maestri, ma testimoni. Hanno fame di autenticità, e la loro forma di resistenza passa, oltre che dal rifiuto dell’indifferenza, dal desiderio di una lingua che non usi il dolore come retorica, ma come responsabilità condivisa. È questa, forse, la loro lezione più radicale: non vogliono vincere, vogliono capire. Non vogliono comandare, vogliono esistere.

A chi li guarda con sospetto – come se non avessero diritto di parola perché “non sanno abbastanza” – bisognerebbe ricordare che anche noi, un tempo, non sapevamo quasi nulla. Ma avevamo una cosa che loro stanno cercando di restituire al mondo: la sete di giustizia. È quella sete che li spinge a scendere in piazza, a dire “basta”, a non accettare più il linguaggio freddo della realpolitik. La loro ribellione non è contro la complessità, ma contro la complicità. E, mentre noi adulti discutiamo ancora di Gaza come se fosse una questione di equilibri geopolitici, loro hanno già capito che si tratta di umanità.

La frattura, oggi, non è tanto tra il Novecento e il secolo digitale, né tra vecchie e nuove forme di dominio. È tra chi cerca ancora alibi e chi non ne vuole più. Tra chi giustifica la violenza in nome della storia e chi, semplicemente, non riesce più a tollerarla. Forse è questo, alla fine, che ci insegnano oggi i giovani: che la cura, la libertà, l’uguaglianza, le relazioni non sono meri concetti, ma gesti. Modi di stare al mondo. Perché la democrazia, come i valori, non sono mai una conquista definitiva, ma un esercizio di attenzione: il coraggio di non distogliere lo sguardo anche quando ciò che si vede dilania l’anima e il cuore. E, se qualcosa del Novecento è davvero finito, non è il sogno di cambiare il mondo, ma la retorica che lo soffocava. L’utopia, nelle loro mani, torna fragile e necessaria: un atto di resistenza contro il cinismo del reale e un invito, per noi, a non smettere di sperare.

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