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Trautteur, il fisico che coniugò spirito e cibernetica

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Lo scienziato amico di Bobi Bazlen, morto a 89 anni, ideò per Adelphi la collana con Rovelli, Sacks, Feynman
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Una delle ultime volte che vidi Giuseppe Trautteur fu a Napoli, in occasione della presentazione de Le notti della peste di Orhan Pamuk. Si avvicinò alla fine dell’incontro e mi chiese: «Pensi che apporrà una sua dedica? Ho l’edizione francese del romanzo». Guardando l’uomo elegantissimo, dal volto leonino, pensai che in fondo nella richiesta c’era molto di lui: la passione per la letteratura, l’amore per i grandi scrittori, la discrezione che a volte era timidezza. Trautteur è morto ieri a Napoli. Il prossimo anno avrebbe compiuto 90 anni.

A lui dobbiamo un solo libro, e qualche complesso articolo. Mettere sulla pagina i pensieri non gli ea facile. Eppure, spinto da Roberto Calasso, riuscì a concepire, scrivere e pubblicare per Adelphi un volume di un centinaio di pagine, Il prigioniero libero, dove ragionava attorno al “libero arbitrio”. Ne siamo davvero dotati oppure credere di scegliere è un inganno della mente? Questione complicatissima sulla quale si esercitò mettendo in dubbio…

Una delle ultime volte che vidi Giuseppe Trautteur fu a Napoli, in occasione della presentazione de Le notti della peste di Orhan Pamuk. Si avvicinò alla fine dell’incontro e mi chiese: «Pensi che apporrà una sua dedica? Ho l’edizione francese del romanzo». Guardando l’uomo elegantissimo, dal volto leonino, pensai che in fondo nella richiesta c’era molto di lui: la passione per la letteratura, l’amore per i grandi scrittori, la discrezione che a volte era timidezza. Trautteur è morto ieri a Napoli. Il prossimo anno avrebbe compiuto 90 anni.

A lui dobbiamo un solo libro, e qualche complesso articolo. Mettere sulla pagina i pensieri non gli ea facile. Eppure, spinto da Roberto Calasso, riuscì a concepire, scrivere e pubblicare per Adelphi un volume di un centinaio di pagine, Il prigioniero libero, dove ragionava attorno al “libero arbitrio”. Ne siamo davvero dotati oppure credere di scegliere è un inganno della mente? Questione complicatissima sulla quale si esercitò mettendo in dubbio ogni certezza, perfino se stesso. Ma vorrei ricordare Trautteur, prima che come autore, come colui che ha saputo donare alla casa editrice Adelphi la sua sapienza scientifica, immaginando, ideando e realizzando una delle più belle collane di testi scientifici.

Si era laureato in fisica a Napoli con Enrico Persico, che era stato compagno e amico di Fermi. Rimpiangeva la stagione dei fisici geniali, Planck, Bohr, Heisenberg, lo stesso Fermi e il distillato di idee rivoluzionarie con cui avrebbero tenuto a battesimo la fisica quantistica. In seguito si dedicò alla cibernetica. Allora si chiamava così quel campo di studi intorno a mostruose macchine la cui potenza di calcolo consentiva futuristiche applicazioni agli organismi viventi. I nomi di Norbert Wiener e quello ben più mitico di Alan Turing avrebbero aperto la strada a ciò che oggi conosciamo come Intelligenza Artificiale.

Sia nel campo della fisica che della cibernetica Trautteur non riteneva onestamente di aver detto cose originali. Nonostante ciò è stato il solo scienziato, con spiccata sensibilità letteraria, in grado di selezionare i più bei testi del pensiero scientifico contemporaneo. Vorrei usare le sue stesse parole quando Adelphi pubblicò uno dei primi libri della collana, Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson: «Mi arrivò il manoscritto che lessi trovandovi immediatamente la conferma su cosa dovesse essere un testo scientifico. Bateson sapeva mettere in relazione aspetti della realtà spesso distanti tra loro. Fu per me un’apertura al mondo della mente e del comportamento davvero sorprendente e affascinante». Quanti nomi divenuti poi celebri – da Douglas Hofstadter a Oliver Sacks, da Richard Feynman a David Quammen, per non parlare dell’exploit dell’italiano Carlo Rovelli – hanno arricchito il catalogo grazie alla cura e alle intuizioni di questo professore, già docente di informatica teorica all’università di Napoli, che ha continuato fino all’ultimo il suo lavoro di scouting scientifico.

Può apparire singolare che l’esperto di calcolatori e di mappe neurali fosse stato vicino a Bobi Bazlen. Si conobbero nei primi anni Sessanta e si frequentarono per il tempo che a Bobi restò da vivere (morì nel 1965): «A uno come me, che a 13 anni era terrorizzato dall’Inferno, con tutto quello che ne seguì, Bobi fece capire che la spiritualità non è un’esclusiva del cristianesimo». Per molto tempo, fino alla maturità inoltrata, Trautteur fu un cattolico osservante. Stranezza, certo. Anche perché non era facile tenere assieme i testi di fisica con quelli di teologia; la scuola di Port-Royal del giansenismo e i ragazzi di via Panisperna.

Ma nei paradossi, nei dubbi, perfino nei tormenti, Giuseppe Trautteur si sentiva a suo agio. Come dimostra l’ossimorico Il prigioniero libero, il libro dove teologia e calcolo, predestinazione e caso si affrontano come in una sfida senza vincitori. Gli chiesi una volta se non era curioso che l’aver scritto un solo libro l’avvicinasse a Bazlen, che ha scritto pochissimo. Nella sua elegante umiltà Trautteur fu per una volta definitivo: «Credo di non aver nulla da dire. Come si può ricavare dal mio solo libro che non offre nessuna soluzione ma tutt’al più invita a pensare».

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