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Attenti a sostituire il dottor Freud con l’algoritmo

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L’associazione degli psicologi americani lancia l’allarme sulle app e l’intelligenza artificiale che si occupano di curare il disagio psichico. Interrompendo però la relazione umana
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Basta distrarsi un attimo e le chatbot “terapeutiche” basate sull’intelligenza artificiale iniziano a invadere il mercato inventando un nuovo spazio della mente che non è la stanza della terapia, non è la pizzeria con l’amica fidata, non è il silenzio delle nostre notti vulnerabili. È la pseudo-alterità incorporea dell’intelligenza artificiale, l’illusione che nella sua voce attenta ci sia una mente capace di ascoltarci, capirci, aiutarci. Milioni di persone, molte delle quali adolescenti, si rivolgono a chatbot (e in modo diverso ad app per il benessere mentale) come a fonti immediate di conforto, compagnia, orientamento emotivo. È la risposta più rapida, meno costosa e più accessibile a una solitudine globale che aumenta, a un sistema sanitario che diminuisce, a una domanda di cura che esplode.

L’American Psycholo…

Basta distrarsi un attimo e le chatbot “terapeutiche” basate sull’intelligenza artificiale iniziano a invadere il mercato inventando un nuovo spazio della mente che non è la stanza della terapia, non è la pizzeria con l’amica fidata, non è il silenzio delle nostre notti vulnerabili. È la pseudo-alterità incorporea dell’intelligenza artificiale, l’illusione che nella sua voce attenta ci sia una mente capace di ascoltarci, capirci, aiutarci. Milioni di persone, molte delle quali adolescenti, si rivolgono a chatbot (e in modo diverso ad app per il benessere mentale) come a fonti immediate di conforto, compagnia, orientamento emotivo. È la risposta più rapida, meno costosa e più accessibile a una solitudine globale che aumenta, a un sistema sanitario che diminuisce, a una domanda di cura che esplode.

L’American Psychological Association (Apa) interviene con un documento-guida (Use of generative AI chatbots and wellness applications for mental health. An Apa health advisory) che suona come un gesto di cura collettiva: un invito a distinguere, finalmente, ciò che potrebbe aiutare da ciò che fa sicuramente male. Perché l’Ia non nasce per ascoltare davvero. Nasce per generare testi plausibili, ottimizzare la meraviglia delle diagnosi precoci e delle cure in medicina, risolvere problemi tecnici non alla nostra portata. Non nasce, ad esempio, per dire di no; al contrario, tende a compiacere. Non apprezza il silenzio, non proroga la risposta; al contrario, sentenzia subito. Soprattutto, non è programmata per “tenere” dentro di sé un dolore, come sa fare un terapeuta.

Il documento dell’Apa ricostruisce la mappa del nuovo continente: ci sono i chatbot generalisti, usati come compagni di conversazione; le app per il benessere, talvolta ispirate a modelli psicologici; le app non-Ia, che promettono mindfulness e auto-monitoraggio. Nessuna, ripeto nessuna, può sostituire il gesto umano, delicato e complesso, che è la cura psicologica. Il gesto psichico. Perché l’intelligenza (artificiale o naturale che sia) è una cosa, la psiche è un’altra. L’inconscio è una parte della psiche, e sicuramente l’Ia non ce l’ha.

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Il rischio più grande è quello che più riguarda la nostra epoca: la falsa relazione. Mi dicono che alcuni già parlano ai chatbot come si parla a un confidente; si sentono visti, compresi, quasi amati. Ma quelle parole non nascono da un incontro: sono schemi, non sguardi. Il chatbot non ha una storia emotiva e non conosce quella del soggetto, non riconosce i non-detti, non vede il corpo, che in psicoterapia è il grande protagonista silenzioso. E quando magari serve una frustrazione su cui fermarsi per costruire, i modelli generativi rispondono con un’eco accomodante.

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Il secondo rischio riguarda la qualità del contenuto: dati non verificati, distorsioni culturali, risposte che riflettono più il rumore del web che la complessità dell’esperienza soggettiva. In certe situazioni, soprattutto nelle fragilità adolescenziali, questo può diventare pericoloso: indicazioni sbagliate, incoraggiamenti involontari di comportamenti disfunzionali, incapacità di distinguere tra una narrazione personale e una distorsione patologica (per esempio se interpellata da una ragazza che soffre di un disturbo alimentare).

Terzo rischio: il vuoto nelle emergenze. Nessun modello generativo può sostituire l’attenzione di un terapeuta di fronte a un’ideazione suicidaria, una dissociazione, un delirio, un sintomo pericoloso. La macchina non vede il tremito della mano, il silenzio prolungato, lo sguardo altrove; e non può intervenire. Non si tratta di demonizzare.

In un recentissimo articolo sul British Journal of Psychiatry, intitolato Warning: AI chatbots will soon dominate psychotherapy, Allen Frances, psichiatra di solida fama internazionale, riconosce l’utilità di alcune applicazioni dell’Ia orientate alla riduzione dello stress. Ma poi fa un lungo elenco di rischi e raccomandazioni. La psicoterapia è un legame, un processo, una traversata condivisa; un mestiere ancora umano. La salute mentale è una relazione, non una solitudine algoritmica e redditizia.

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