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Se la psicoterapia la fa l’intelligenza artificiale

Courtesy of Michael Heinz and Nicholas Jacobson, Dartmouth
Courtesy of Michael Heinz and Nicholas Jacobson, Dartmouth 

Uno studio clinico condotto dal Dartmouth College mostra che il supporto fornito da un programma di IA generativa, Therabot, è in grado di migliorare i sintomi in pazienti con depressione, disturbo d'ansia generalizzata e disturbi alimentari

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“Mi sento in ansia e sopraffatto". Per quale motivo? “Per una presentazione che dovrò fare”. Cosa ti causa ansia, in modo specifico? “Ho paura che andrà male e di essere giudicato”. Facciamo un passo indietro: perché pensi che andrà male?

La conversazione tra paziente e psicoterapeuta prosegue via chat con domande e risposte sempre più approfondite. Solo che lo psicoterapeuta è un software di Intelligenza artificiale (IA) generativa. Quanto appena riportato è solo un esempio di come possa funzionare Therabot, un programma messo a punto nel 2019 dai ricercatori della Geisel School of Medicine del Dartmouth College (nel New Hampshire, Usa), che lo hanno usato per condurre uno studio clinico randomizzato sull’impiego dell’IA in questo ambito: il primo, secondo gli autori, a dimostrare i benefici di questo approccio. E in effetti i risultati sono stati pubblicati sul NEJM AI, ossia la rivista scientifica che il New England Journal of Medicine dedica agli studi basati sull’Intelligenza artificiale.

Come funziona lo psicologo “artificiale”

Therabot è la crasi di “therapy chatbot” ed è stato “allenato” con le consultazioni di psicologi e psichiatri di Dartmouth e del Dartmouth Health e con le best practice basate sulle evidenze scientifiche, spiegano i ricercatori. Inoltre, se si manifestano segnali che possono indicare un rischio di suicidio, il sistema è programmato per fornire il numero di emergenza o un “bottone” per richiedere aiuto al programma anti-suicidio. La sua validità era già stata testata e questo nuovo studio dimostra essenzialmente due cose: primo, che le persone, pur sapendo che non si tratta di un essere umano, si fidano e comunicano con il sistema in modo comparabile a come farebbero con uno psicoterapeuta in carne ed ossa; secondo, che possono trarne miglioramenti clinici.

Lo studio sui pazienti

La sperimentazione ha coinvolto 210 persone con una precedente diagnosi di depressione maggiore, disturbo d'ansia generalizzata (Gad) o di disturbi alimentari: 106 hanno interagito con Therabot tramite un'app per smartphone per 4 settimane, con accesso illimitato; il 75% non era in terapia farmacologica o in analisi. Il sistema inviava loro delle domande o rispondeva alle loro sollecitazioni.

I risultati sono stati rilevati attraverso un questionario alla fine delle 4 settimane e dopo ulteriori 4 in cui i partecipanti potevano avviare conversazioni ma non ricevevano più domande. Il gruppo di controllo era formato dai restanti 104 pazienti con le stesse diagnosi, che però non avevano accesso alla app. Gli utenti hanno interagito con Therabot per una media di sei ore durante la sperimentazione, ovvero l'equivalente di circa otto sedute di terapia. Le risposte del software sono state tutte controllate per assicurarsi che fossero adeguate.

I benefici osservati

Alla fine del periodo di sperimentazione, i pazienti nel gruppo con accesso alla app hanno riportato una riduzione del 51%, in media, dei sintomi nel caso della depressione, del 31% nel caso del disturbo d'ansia generalizzata (in molti casi passando da uno stato di ansia moderata a lieve, o da lieve a non più patologica). Nei pazienti con disturbi dell’alimentazione, è stata riportata una riduzione della preoccupazione legata all’immagine corporea del 19%, superiore (in modo statisticamente significativo) a quanto osservato nel gruppo di controllo. "I miglioramenti dei sintomi che abbiamo osservato sono stati paragonabili a quelli riportati con la tradizionale psicoterapia, il che suggerisce che questo approccio assistito dall'intelligenza artificiale possa offrire benefici clinicamente significativi", ha commentato Nicholas Jacobson, coordinatore dello studio, docente di Biomedical Data Science and Psychiatry e direttore del Center for Technology and Behavioral Health presso il Dartmouth College. Da notare, inoltre, che i pazienti hanno riferito un certo grado di “alleanza terapeutica”, dimostrata anche dal fatto che le risposte fornite tendevano ad essere dettagliate. "La mia impressione - ha aggiunto Jacobson - è che le persone si siano sentite a loro agio nel parlare con un bot sapendo che non le avrebbe giudicate”.

La macchina non sostituisce l’essere umano

Come sempre viene ribadito, questo non significa che si possa fare a meno dell’essere umano o della sua supervisione critica - ribadiscono gli autori - ma che l’IA ha oggi il potenziale per fornire supporto in tempo reale alle numerose persone che non hanno accesso in modo regolare o immediato al supporto di un professionista. Per esempio, è indicativo che gli accessi alla app siano aumentati in momenti considerati critici, come la notte. Nello studio, però, manca il confronto con un supporto psicologico fornito da professionisti reali. "Sebbene questi risultati siano molto promettenti, nessun agente di IA generativa è pronto a operare in modo completamente autonomo nell'ambito della salute mentale - ha sottolineato Michael Heinz, primo autore dello studio e professore associato di Psichiatria al Dartmouth, ricordando la necessità di ulteriori studi per comprendere i potenziali rischi e stabilire la reale efficacia di questi sistemi.

Una curiosità: proprio al Dartmouth College, nel 1956, si tenne il “Summer Research Project on Artificial Intelligence”, un evento organizzato da un allora giovane professore di matematica, John McCarthy. E quell’evento segnò la nascita dell’intelligenza artificiale come nuova disciplina.