A volte non ci pensiamo. Ma la milza è un organo davvero importante per il benessere del sangue: lo filtra, contribuisce a formare le cellule che entrano in gioco nelle difese dell’organismo e dei processi infiammatori, diventa un metronomo del nostro benessere. Ma forse, nel futuro, lo studio della milza potrebbe diventare uno strumento d’analisi efficace per svelare il rischio residuo d’infarto, ovvero la possibilità di trovarsi esposti comunque ad una maggiore probabilità di sviluppare una malattia delle arterie coronariche pur se colesterolo LDL, pressione e glicemia sono nei limiti consigliati e si hanno buone abitudini. A rivelare questa opportunità è una ricerca condotta dagli esperti del Mass General Brigham, che si giova delle potenzialità dell’Intelligenza Artificiale. Secondo lo studio, apparso su Science Translational Medicine e coordinato da Meghana Kamineni, alcune caratteristiche della milza potrebbero indicare il rischio di sviluppare una malattia coronarica e soprattutto potrebbero portare a definire nuovi target per la prevenzione e il trattamento dell’infarto.
Un mix di informazioni
L’obiettivo dell’analisi della milza è cercare di abbattere il possibile rischio d’infarto, specie se già se ne è avuto uno. Come segnala in una nota uno degli autori principali dello studio, Zhi Yu, ricercatore presso l'Unità di Epidemiologia Clinica e Traslazionale e il Centro di Medicina Genomica del Mass General Brigham, “la milza è difficile da valutare con i test di routine, pertanto le tecniche di imaging rappresentano un potente strumento per osservare sottili cambiamenti nell'organo e per capire se questi riflettano, o addirittura preannuncino, una malattia -". Gli esperti hanno quindi creato, grazie all’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, un percorso che ha permesso lo studio combinato da immagini dell’addome e dati clinici e genetici per identificare le caratteristiche della milza potenzialmente associabili alle patologie delle coronariche, analizzando anche se i geni associati a queste ultime potessero correlarsi ai dati emersi dalla milza. Si sono quindi raccolti ed analizzati i dati di 42.059 partecipanti alla UK Biobank.
Dai geni la risposta
Dieci delle 107 caratteristiche relative alla milza osservate nelle scansioni di imaging addominale sono risultate associate alla malattia coronarica, con una sorta di “sovrapposizione di geni che entrano in gioco non solo nel definire il benessere della milza ma anche processi come l'infiammazione, la funzione delle cellule muscolari lisce, l'ipertensione e la formazione delle cellule adipose. Molte delle varianti associate si sono viste in regioni regolatorie, ma non codificanti del genoma. Non solo: si sono individuate due varianti genetiche sul cromosoma 9 associate sia ad una struttura non uniforme e irregolare della milza sia ad un aumento del rischio di malattie coronariche, a prescindere dai valori di pressione e colesterolo. Attenzione: questi dati di associazione tra caratteristiche genetiche e rischio cardiovascolare sono stati ottenuti sulla popolazione generale e in un controllo su una coorte di pazienti della Mass General Brigham Biobank, la maggior parte delle osservazioni non è stata confermata. Ma la ricerca propone comunque il possibile ruolo di nuovi meccanismi che collegano la milza alla malattia coronarica, fornendo potenziali bersagli per interventi terapeutici volti ad affrontare questa particolare associazione.
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Ci vuole tempo
La novità è sicuramente interessante, ma non si possono trarre conclusione definitive. La cardiopatia ischemica resta una delle principali cause di mortalità nel mondo, ma il ruolo della milza come determinante del rischio cardiovascolare è ancora poco studiato. “Questo studio, condotto su un ampio campione di popolazione generale, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, suggerisce un possibile legame tra alcune caratteristiche tissutali della milza, la malattia coronarica e il locus genetico 9p21 – commenta Paolo Calabrò, docente presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali presso l’ Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” di Caserta e responsabile della Divisione di Cardiologia Clinica, A.O.R.N. “Sant’Anna e San Sebastiano” della stessa città campana -. I risultati sono interessanti, ma non dimostrano ancora un rapporto causale e presentano importanti limiti di validazione clinica. Lo studio della milza con esami diagnostici di imaging potrebbe quindi rappresentare una nuova frontiera nello studio del rischio cardiovascolare, ma saranno necessarie ulteriori ricerche prima di ipotizzarne un’applicazione nella pratica clinica”.