Museo Nazionale Di Capodimonte, Napoli (DeAgostini/Getty Images)
Un’antica preghiera contro il Natale divenuto Ferragosto
di Aurelio PiccaNon so iniziare meglio che con la parola asola. Si sa che è il piccolo ovale che contiene il bottone delle giacche e dei pantaloni. Però ormai dimentichiamo che essa è un foro luminoso da dove era, e ancora è, possibile leggere il mondo. Intanto le vere asole dovrebbero essere perfette, attorno attorno ricamate in punta di ago come le vestali pantalonaie usavano fare. Poi l’asola è anche la culla del Bambino Gesù della nostra infanzia. Così, guardando attraverso di essa, vedo che la parola vintage (portatrice di snobismo e griffe altrimenti chiamata) dovrebbe riconvertirsi a vecchio, a esempio: cappotto vecchio. Perché la parola vecchio, in questo caso, è molto affine ad antico: nobile suggerimento leopardiano.
L’abito vecchio ha in sé tutte le storie. Tutti i Natali e feste affini trascorsi e ormai fuggiti. L’abito vecchio è il “trattenere”, restare e non scappare. Infatti il Natale da tempo non solo è prova conformistica e di consumi, ma si è trasformato specularmente al Ferragost…
Non so iniziare meglio che con la parola asola. Si sa che è il piccolo ovale che contiene il bottone delle giacche e dei pantaloni. Però ormai dimentichiamo che essa è un foro luminoso da dove era, e ancora è, possibile leggere il mondo. Intanto le vere asole dovrebbero essere perfette, attorno attorno ricamate in punta di ago come le vestali pantalonaie usavano fare. Poi l’asola è anche la culla del Bambino Gesù della nostra infanzia. Così, guardando attraverso di essa, vedo che la parola vintage (portatrice di snobismo e griffe altrimenti chiamata) dovrebbe riconvertirsi a vecchio, a esempio: cappotto vecchio. Perché la parola vecchio, in questo caso, è molto affine ad antico: nobile suggerimento leopardiano.
L’abito vecchio ha in sé tutte le storie. Tutti i Natali e feste affini trascorsi e ormai fuggiti. L’abito vecchio è il “trattenere”, restare e non scappare. Infatti il Natale da tempo non solo è prova conformistica e di consumi, ma si è trasformato specularmente al Ferragosto: tutti scappano da tutto e forse anche da sé stessi. Dunque anche il Natale si è incarnato nel turista globale che invece di tornare alla luce dell’asola, va alle Maldive. Il Natale è un turista. Così, in questo fuggire, tutti i luoghi sono occupati come in piena estate. Città, borghi, paeselli… E allora cosa ci tocca fare per fermarsi al lusso dell’asola? Intanto ognuno dovrebbe trovare un suo modo. Perché (mi chiede come domanda generale), ancora costruirsi un albero perfettino e di sole palle identico agli showroom, agli ambulatori polivalenti, alle enoteche, alle reception degli alberghi? Perché non riporre anno dopo anno nella carta di giornale: la fatina, il puntale, il cucù, la palla di vetro soffiato?
Oh Dio Santo, a proposito di vecchio cappotto, mi ricordo sempre l’aneddoto di Evaldo Violo, grande tenutario della Bur, che molto tempo fa mi raccontò di quando, sotto Natale, a una riunione “culturale” con Giangiacomo Feltrinelli, Del Buono e Luciano Bianciardi, prima che i discorsi “rivoluzionari” finissero, Lucianone mollò il suo straccio di cappotto all’attaccapanni e indossò quello di Feltrinelli di cammello splendente quanto il deserto. Allora io, da tanto e tanto tempo, in questi giorni mi delizio della povertà e del lusso dell’asola, altrettanto luminosa di una camicia bianca ben stirata. Ossessionato dal presepe della mia infanzia, che costruivo l’intero anno, e che mi veniva distrutto dalle rondini in estate e dai topi in inverno, vado invece nell’adorata abbazia di Casamari e trovo il nuovo monaco che mi dice: «Sono stato un impareggiabile peccatore».
E mentre ognuno fa il menù delirante, santamente mi ricongiungo ai poveri morti che mangiavano quasi digiunando. In sostanza godo nel privarmi, godo di non mangiare spigola, godo di non comprare nulla (anche perché stoltamente il mio guardaroba sfida quello di Bryan Ferry). Vado da Elio, che quando divento bambino affamato mi dà ancora un pezzo di pane con la mortadella, e compro: dieci biscotti al miele, il tonno per gli spaghetti, due etti di anguilla in barattolo; poi dalla verduraia prendo broccoletti e cicoria. Basta.
Ecco, al Natale ormai gemello del Ferragosto sono rimaste delle sperdute enclave di purezza. Si chiamano gesti. Lavo l’auto da corsa ma zozza; pago quindici euro ma al ragazzo ne do altrettanti di mancia. Lo vedo felice. Mi fa felice. Disprezzo i regali. Anzi, adoro che mi si regalino dodici fazzoletti bianchi di cotone e basta! Compro una Vecchia Romagna etichetta nera. Che fantastica bottiglia triangolare.
A Natale poi torno sempre all’idea della Piccola Patria. L’unica non distruttibile dal mondo. Mi è inevitabile ripensare a I ragazzi della via Paal. A Ernesto che muore per la piccola patria sua che è soltanto un pezzo di terra per giocare. E ancora, invece di fare un presepe, giacché l’ho trapiantato addosso dai quattro anni in poi, scrivo per un amico artista che li fa in miniatura: «Il presepe è una patria. Quella interiore. L’infanzia, appunto. Francesco d’Assisi era un ragazzo in contemplazione della luce che dimenticò di mangiare il pane duro con Chiara perché chiamato a sé dalla luce. Il presepe è una luce. Il Bambino è luce. Ne ho scritto tutta la vita.
Biagio Iadarola, con le sue enormi mani da pastore sannita, impasta presepi che pare emergano dalla terra come oggetti preziosi o arnesi da lavoro. Lui li sradica dall’antica patria, dal ventre della sua casa. Così il presepe è partorito. Come un bambino che dal ventre grande della Madre giunge in braccio a noi nel giorno di Natale. Ho ora orrore a citare chi si ama. Ma bisogna leggere cose fragili, cioè quello che realmente resiste come il cappotto vecchio. Natale di Ungaretti. Basta, per quel poco che ci resta».