Per incontrare di nuovo la ragazza che ti ha folgorato in inverno, arrivi a Roma e nel frattempo è primavera. La prima primavera di un decennio nuovo, gli Ottanta. Passi davanti a un’edicola, hanno finito il giornale che prendi di solito: “Mi dia Repubblica”. “Non ho più smesso di leggerlo, insieme a quella ragazza, che nel frattempo è diventata mia moglie”. Così scrive il lettore Claudio Tabour, a dimostrazione del fatto che la vita di un quotidiano si infiltra nella vita, o meglio, per giocare con le parole: un quotidiano entra nel quotidiano.
Storie d’amore, di passione civile e politica. Le prime pagine di carta e inchiostro, e oggi anche quelle impalpabili sugli schermi di pc, tablet e smartphone, timbrano i giorni: liturgia, preghiera laica, abitudine, tic. Con qualche tratto di feticismo, per i conservatori di ritagli e numeri speciali.
Roberto Rognoni ci manda la foto della copia ingiallita, conservata per l’appunto per mezzo secolo, non già del fatale primo numero, ma del secondo. Giovedì 15 gennaio 1976. Il titolo di apertura dice “Terra bruciata se Moro fallisce”. Il numero 1 me l’ero perso, confessa Roberto, e racconta che in classe – era uno studente – si sedeva all’ultimo banco, "sfidando, da buon giovane aspirante rivoluzionario, il professore di turno”. Repubblica gli ha tenuto compagnia anche nella vita adulta, sui treni presi da pendolare, “un milione di chilometri”: “Adoravo l’intelligenza pungente di Beniamino Placido e lo sport raccontato come un romanzo di cappa e spada da Gianni Mura”. Ora legge l’edizione digitale, “con nostalgia e un po’ di senso di colpa per quella copia ingiallita".
Le case di chi acquista i giornali di carta diventano emeroteche anche involontarie. Le copie si impilano, i ritagli si sommano, di tanto in tanto viene la tentazione di fare il repulisti radicale, ma basta ficcare il naso nel piccolo caotico archivio per avere una stretta al cuore, una sorpresa, un lampo di memoria. C’è chi per decenni ha messo da parte “le messe laiche domenicali del grande direttore Scalfari”, come le definisce Giovanni Di Maio, che cominciò a leggere questo giornale grazie al suggerimento di un prof di diritto negli anni della scuola superiore. Non ha più smesso da allora, restando ancorato – dice – alla versione cartacea, “che per me, ancora di più oggi nel mondo iperconesso, rimane un momento di approfondimento con calma dei fatti che accadono”.
Storie di ragazzi ed ex ragazzi, storie che – sul fondale di un’aula – compongono uno speciale capitolo scolastico della biografia di un giornale. Nel gennaio del ’76 Brunetta insegnava materie letterarie alle medie di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza: “Durante la prima settimana di uscita di Repubblica ho chiesto alla classe di comperare il nuovo giornale per conoscerlo, leggerlo, paragonarlo ad altri quotidiani”. Durante un collegio docenti, una collega di matematica sferra il suo attacco. Il motivo? Un’immagine pubblicata nel paginone di cultura, un vaso greco e una figura maschile con il sesso eretto. “Era talmente indispettita che mi accusava di aver fatto comperare ‘quel giornale’ sapendo di quella foto. Follia!”. Massimiliano Capodacqua racconta una lezione più recente, fatta alla classe 3N di un liceo ad Avezzano, argomento: Petrarca. Aveva recuperato uno splendido articolo di Scalfari: “Il successo tra i miei studenti fu tale, che il giorno stesso, appena tornato da scuola, scrissi una lettera al Fondatore”. E il Fondatore rispose: “Gentile professore, la descrizione che lei ha fatto della sua lezione sul Petrarca è da mettere in cornice. Lei si è commosso rileggendo il mio articolo e io mi sono commosso leggendo la sua lettera”.
Carta e penna, macchina da scrivere, busta affrancata, email come queste: il rapporto fra i lettori e il giornale è un corridoio spaziotemporale fatto di domande, slanci, obiezioni, proteste, errata corrige. Corrispondenze appassionate con i redattori e con le grandi firme, o i titolari di rubrica. Palombelli, Augias, Aspesi, Serra, Giannini. Lo stupore di vedersi rispondere personalmente, o quello di vedere il proprio nome stampato. In fondo, c’entrano le emozioni. Tutte. L’indignazione. La rabbia. Il conflitto. Compreso quello generazionale.
Enza Colatutto si racconta come figlia di un partigiano comunista che leggeva l’Unità. Lei, con l’eskimo, sceglie Repubblica. Lui la guarda storto, ma solo per un po’. Lei esibisce le copie infilate nella tasca del giaccone. "Ho portato spesso Repubblica nella tasca posteriore dei jeans”, scrive Gaetano Martino.
Auro Di Falco, che oggi ha i capelli bianchi e continua a leggere da abbonato alla versione digitale, negli anni turbolenti in cui Repubblica nacque ricorda di essersi sentito dire che la leggeva "per darsi un tono”. Chi l’ha scelta per il formato tabloid, chi perché sembrava aria nuova. Chi perché la leggeva un amico, un’amica. Per Norma Ruiz, che approdò ventenne in Italia nel ’76 da Buenos Aires, Repubblica è stata una guida: “Ho scoperto un mondo, cultura, idee, con voi sono diventata migliore, Scalfari, Curzio Maltese, Furio Colombo, Natalia Aspesi, ho comprato ogni settimana i vostri libri, mi avete aiutato a vivere e a sognare”. Una giovane donna di oggi, classe 1991, si dice “cresciuta a pane e Repubblica”: fin da bambina, quando una parola su due bisognava cercarla e i titoli generavano domande. “La mia finestra sul mondo, la formazione della mia coscienza civile”.