Ci vuole coraggio per immaginare il futuro. E Il mondo senza inverno, il nuovo romanzo di Bruno Arpaia pubblicato da Guanda, è certamente un romanzo coraggioso. Arpaia è un raffinato traduttore, ha da poco dato voce a quattro grandi della letteratura latinoamericana (Gabriel García Márquez, Julio Cortázar, Mario Vargas Llosa e Carlos Fuentes) curando l’edizione italiana dell’epistolario inedito pubblicato da Mondadori. Ma è anche un romanziere che prova a immaginare cosa ne sarà di noi.
Stavolta ambienta la sua storia nel 2078, in un mondo ormai inabitabile e inospitale dove i migranti sono migranti climatici. Un tema caldissimo, attuale e ancora poco raccontato dalla narrativa, con qualche riuscitissima eccezione: da Diluvio di Stephen Markley all’…
Ci vuole coraggio per immaginare il futuro. E Il mondo senza inverno, il nuovo romanzo di Bruno Arpaia pubblicato da Guanda, è certamente un romanzo coraggioso. Arpaia è un raffinato traduttore, ha da poco dato voce a quattro grandi della letteratura latinoamericana (Gabriel García Márquez, Julio Cortázar, Mario Vargas Llosa e Carlos Fuentes) curando l’edizione italiana dell’epistolario inedito pubblicato da Mondadori. Ma è anche un romanziere che prova a immaginare cosa ne sarà di noi.
Stavolta ambienta la sua storia nel 2078, in un mondo ormai inabitabile e inospitale dove i migranti sono migranti climatici. Un tema caldissimo, attuale e ancora poco raccontato dalla narrativa, con qualche riuscitissima eccezione: da Diluvio di Stephen Markley all’ultimo, splendido romanzo di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere.
Ne Il mondo senza inverno tornano alcuni personaggi di Qualcosa, là fuori: Marta, sua figlia Sara, Miguel, mentre Livio Del Mastro, protagonista del romanzo precedente, è morto. Ed è con le sue ceneri che i protagonisti arrivano a Trondheim, in Norvegia, un Paese che da tempo non è più un paradiso. Ma Napoli, del resto, dalla quale sono fuggiti, è ormai l’inferno: senza acqua, senza cibo, carica di rifiuti, mentre «chiudevano gli ospedali» e «baraccopoli di cartoni e lamiere nascevano e si sviluppavano come un cancro alla periferia e nel centro». Pericolosa e inospitale, invivibile.
In Scandinavia c’è un po’ di speranza perché le condizioni climatiche permettono ancora una vita civile organizzata e la Rete, crollata praticamente ovunque, ancora resiste. Tant’è che nella loro prima mattina svedese Miguel e Sara sono euforici: grazie a una console possono navigare da un sito all’altro. Ma a quale prezzo? Arrivati nel nuovo Paese, la prima cosa che dovranno fare per iscriversi a scuola è essere sottoposti a una raffica di domande da parte dell’intelligenza artificiale. In Norvegia c’è la possibilità di lavorare e studiare, ma di fatto la vita è una prigione: la dittatura al potere è quella tecnologica. Ahmed, la loro guida, glielo spiegherà presto.
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Nel mondo post-apocalittico di Arpaia i chip sottocutanei hanno sostituito i documenti di identità e le classi sociali sono, se possibile, ancora più feroci. Il privilegio è nelle mani dei cittadini di tipo A, umani geneticamente modificati che, grazie a neurochip impiantati nel cervello, possono connettersi alla Rete; i cittadini B vivono invece sotto il controllo costante della videosorveglianza. E infine ci sono i cittadini di tipo C, i reietti, gli esclusi. Tra loro, però, non tutti stanno a guardare. C’è chi organizza una forma di resistenza, è la resistenza al tempo dell’algoritmo.
Il mondo senza inverno è molte cose insieme, è un romanzo d’azione, di fughe, piani segreti, guerriglia. Perché — questo ci dice Arpaia — non ci si può arrendere di fronte al disastro. Bisogna combattere. Ma restando umani. Ed è anche un romanzo sui sentimenti: sull’amicizia, sulla lealtà, sulla fiducia nel futuro anche se un futuro sembra non esistere più. Sulla fiducia negli altri, nonostante tutto. Non ci si può piegare a un sistema che, per esempio, considera i malati persone da scartare. Si deve lottare, sì. Ma la lotta non è per tutti. Per i più piccoli come Sara e Miguel, la speranza è quella di continuare a migrare verso quei posti nel pianeta dove la vita è ancora una possibilità.
Nelle ultime pagine del libro sarà difficile non rivedere le scene alle quali ogni giorno, da anni, assistiamo. E il merito di Arpaia è di aver acceso una luce, di averci ricordato che le migliaia di morti nel Mediterraneo ci riguardano. Che i corpi restituiti dalle onde alle rive ci riguardano. E quando Marta si ritrova a pensare alla «stupidità degli esseri umani rispetto alla catastrofe che avevano provocato», Arpaia ci dice che forse siamo ancora in tempo. Forse non è ancora troppo tardi. Forse c’è ancora domani.
Il libro
Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia (Guanda, pagg. 240, euro 18)