Cultura

“Nebbia al Giambellino” di Giovanni Testori, l’affresco sulla Milano nera dagli echi manzoniani

Uno scatto d'epoca del quartiere Giambellino, a Milano
Uno scatto d'epoca del quartiere Giambellino, a Milano 

Uno scrittore di oggi racconta il romanzo che ora torna in libreria, svelando l’anima autentica della città. E il “fantasma” di Don Rodrigo

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La macchina azzurra è già Pop Art; e la sua energia frantumazione astratta: «Il motore inghiò dapprima tre, quattro, cinque volte, lasciando uscire un suono cupo e faticoso, poi la violenza con cui veniva sollecitato divenne tale che quegli strappi si convertirono in urlo». La bambola regalata alla Pina, è già feticismo filmico dei Di Leo prima che Scerbanenco venga trasposto in pellicola. E se volessimo esagerare (ma non eccediamo), già si intravvede perfino Dario Argento. Eppure questo romanzo nero, come scrive diretto e chiaro Sandrone Dazieri, impareggiabilmente milanese, di Giovanni Testori ha in sé pure un quadro con un tipo losco appoggiato a un gran macchinone di Vespignani, come i palazzi avvolti da una nebbia carnale ricordano i palazzoni dello stesso Vespignani nella risoluzione di un post neo-realismo.

Mi si perdoni di non aver ancora citato il titolo di questo capolavoro assoluto: Nebbia al Giambellino, che apparve postumo nel 1995 per Longanesi (copertina di Sironi) e ora, fortuna noi, l’Universale economica Feltrinelli lo ripropone ricordandoci che il poeta di Novate, il grande conoscitore d’arte lo scrisse subito dopo il debutto che fu Il dio di Roserio, dunque tra il ’55 e ’56. Del resto Testori, per rimanere all’arte figurativa, sciorina un espressionismo che parte dai pittori tedeschi per giungere a Bacon. E in lui vi è il talento unico di scavare e scolpire con le parole quella nebbia che sovrasta il sovramondo e la stessa morte. Mirabile: «… La nebbia aveva preso a fasciare gli ultimi casamenti, grandi, tetri ed uguali e, tra casamento e casamento, le strade, le case più modeste, i segnali di fermata dei tram…».

Nebbia al Giambellino è detto fatto un film. Appartiene a una Milano da piangere, struggente, onesta, laboriosa, indimenticabile. Insomma il Rinaldo è il padrone alla ribalta, che in un gioco perfido alla don Rodrigo, cattura e poi… la Restelli, ovvero la Gina, sotto gli occhi della sua bimba orfana di padre: Pina. Il romanzo cambia le gerarchie del secondo ’900 e si innalza ai primi posti. C’è la potenza degli uomini e la malata potenza dei signori che si ergono: «Era maestoso, d’una maestà che si precisava di gradino in gradino, diventando massiccia, superba di sé e di tutto ciò su cui, di movimento in movimento, faceva cader gli occhi; avvolto in un soprabito di cammello chiaro…». Una tale borghesia che si trascina un unto dei pavimenti, delle lenzuola, dei corpi e delle anime come se le tinte delle signore dal parrucchiere non avessero attaccato il cuoio capelluto. Una sorta di tara crescente sull’ultimo lembo della campagna ancora vicinissima. E così le convenzioni sociali spesse quanto maschere eppure fragili da strapparsi da sé.

Dunque ecco Rinaldo (Il) Cattaneo, che oltre a essere l’attore principale nel lavorare la nebbia alla stregua di un raffinato scultore, è il don Rodrigo ammaestrato per quegli anni in tutta la sua nevrotica malvagità, raffinata nell’abusare e tentare fino allo strangolamento l’incorruttibile Gina. Non canta, ma il romanzo ha la voce cantante di Enzo Jannacci con Vincenzina. Mentre la nebbia divorando si apre alla verità: «Come se la vita nel suo effettuarsi non rispettasse niente». Anche se infine, è stabilita una: «Primitiva sacralità».

In Nebbia al Giambellino germoglia la Divina Provvidenza del Manzoni. Manzoni vi impera pure negli angoli ammuffiti. Il suo teatro vi dimora, addirittura nelle pose e negli scambi di spada (come quello tra don Rodrigo e padre Cristoforo). E il Cattaneo avrà in fondo la sua conversione ma non come quella dell’Innominato, bensì l’adeguata fine nella nebbia e sui binari in un forsennato montaggio cineteatrale. Ecco una Milano che spella che ci scuoia. Il baluginare delle insegne; il vuoto delle strade; la polizia umana e il commissario-padre come l’amica della Gina, la Sottocasa, diviene la Madre delle madri, non solo quella biologica della Gina, amichetta maliziosa della disperazione fattasi carne e ossa della Pina: disperata quanto il cortile di un orfanotrofio.

In Nebbia al Giambellino tutto è profondamente umano e dunque sacro. La nebbia è anche aura, è stimmate. È corpo che si lascia plasmare piano piano nei corpi prima accennati e poi definiti. I colori sono spenti eppure scintillano. Basta un suono, un sibilo, un cambio di pagina. Di Manzoni resiste anche quella sua paterna retorica del bene. Ma qui un bene che Testori squarcia in male. Sottolineo: Restelli Gina è una Lucia matura e finanche intoccabile e scevra da ogni possibile lusinga di una qualsivoglia Monaca di Monza.

Nebbia al Giambellino è un romanzo di oggi scritto ieri. Salda scrittura, teatro, cinema, pittura, letteratura consegnando il tutto a una Milano che è dentro la nebbia e cioè in noi, ma che vorremmo adesso tantissimo abitare nel suo cimitero di lacrime.

IL LIBRO

Nebbia al Giambellino di Giovanni Testori (Universale economica Feltrinelli, pagg. 224, euro 12)

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