«Credo di essere piuttosto freudiana nel mio modo di vedere le cose e di scrivere» dice Susie Boyt. Detta da chiunque altro, la frase suonerebbe piuttosto scontata. Ma detta da lei, che è figlia di Lucian Freud, tra i massimi pittori inglesi del XX secolo, e pronipote di Sigmund, il fondatore della psicoanalisi, ha un altro significato. Oltre a una certa familiarità, per così dire, con le complicazioni dell’anima, Boyt ha ereditato il talento per metterle in scena, come dimostra Ti voglio bene, mi manchi (Bollati Boringhieri), il suo primo romanzo edito in Italia. Una storia radicale e intima, su una madre single, Ruth, la figlia tossicodipendente Eleanor e la nipotina Lily, figlia di Eleanor, a cui Ruth farà da madre. Non c’è lieto fine o forse sì, e sta nella capacità di sopravvivere costruendo affetti là dove si può. Vissuta insieme alle quattro sorelle e alla madre Suzy, con la quale Lucian Freud ebbe una lunga relazione intermittente, Boyt ha vari altri fratelli e sorelle che il …
«Credo di essere piuttosto freudiana nel mio modo di vedere le cose e di scrivere» dice Susie Boyt. Detta da chiunque altro, la frase suonerebbe piuttosto scontata. Ma detta da lei, che è figlia di Lucian Freud, tra i massimi pittori inglesi del XX secolo, e pronipote di Sigmund, il fondatore della psicoanalisi, ha un altro significato. Oltre a una certa familiarità, per così dire, con le complicazioni dell’anima, Boyt ha ereditato il talento per metterle in scena, come dimostra Ti voglio bene, mi manchi (Bollati Boringhieri), il suo primo romanzo edito in Italia. Una storia radicale e intima, su una madre single, Ruth, la figlia tossicodipendente Eleanor e la nipotina Lily, figlia di Eleanor, a cui Ruth farà da madre. Non c’è lieto fine o forse sì, e sta nella capacità di sopravvivere costruendo affetti là dove si può. Vissuta insieme alle quattro sorelle e alla madre Suzy, con la quale Lucian Freud ebbe una lunga relazione intermittente, Boyt ha vari altri fratelli e sorelle che il pittore ebbe da donne diverse, incluse Esther e Bella Freud. Uno dei ritratti di sua madre, Suzy, Woman Smiling (1959), è considerato la chiave di volta per lo stile di Lucian, e lei stessa è stata più volte ritratta dal padre, scomparso nel 2011. Un’eredità complicata, con cui la scrittrice pare aver fatto pace. Di certo scrivere fa parte della cura.
In famiglia il talento abbonda. Lei come è giunta alla scrittura?
«Da bambina ero timida e scrivere era la mia “cosa speciale”, così come la lettura era la lente per guardare il mondo. Avevo timore di chiedere spiegazioni agli adulti, mi pareva di turbarli, e i libri rispondevano al posto loro. Poi ho studiato letteratura, ho trascorso molte ore con Henry James e tanti altri, e ho terminato il mio esordio a 24 anni. Ti voglio bene, mi manchi, tuttavia, è il primo libro che scrivo in prima persona».
Nella sua storia i legami tra generazioni implicano amore ma anche grande sofferenza.
«Cerco di rispondere a una domanda: come sopportiamo le cose che non si possono sopportare? La risposta può variare: con le droghe, l’alcol, il sesso mediocre; o con l’ironia, l’amicizia, la bellezza della natura, il prendersi cura degli altri. Volevo raccontare che si può avere una bella esistenza anche mentre si vive in ginocchio, in una situazione molto difficile. Si parla tanto di tagliare i ponti con la propria famiglia, ma a me sembra che non si possa vivere senza, quindi cerco di capire come le persone affrontano i legami disfunzionali. Nel romanzo c’è il personaggio di una bambina spettacolare, Lily, che è generosa e divertente, una fonte di energia per gli adulti che la circondano. Come se avesse già vissuto tutto e sapesse cosa fare».
Bambini più saggi degli adulti. Case in cui i padri sono assenti. Pare che lei costeggi la sua autobiografia senza toccarla.
«Nella mia storia Ruth compie un enorme atto d’amore nel crescere Lily per Eleanor ma Eleanor, sua figlia tossicodipendente, ne compie un altro lasciando che sua madre abbia la bambina. Tutti ottengono ciò che vogliono ma in parte dalla persona sbagliata, ed è quasi altrettanto bello. So cosa vuol dire crescere senza un padre in casa: quando ero piccola c’era un tale stigma contro le madri single che le si incolpava praticamente di tutto. Quindi volevo descrivere delle madri single eroiche, a modo loro. Gli uomini non ci sono, ma non c’è risentimento nei loro confronti: hanno una forte presenza attraverso la loro assenza».
Un padre presente attraverso la sua assenza. Com’è stato il suo rapporto con suo padre Lucian Freud? L’ha ritratta varie volte…
«Mi ha ritratto quando avevo 18 anni, quando ne avevo 19 e quando ne avevo 21. Ero molto nervosa la prima volta che andai a posare per lui e mi truccai pesantemente, come una sorta di armatura. Dal suo volto capii che aveva capito, e lì cominciammo davvero a parlare, a conoscerci davvero. Discutevamo soprattutto di poesia e di canzoni. Data la mia passione un po’ imbarazzante per il tiptap, conoscevo molte canzoni degli anni ’30, ’40 e ’50 con cui lui era cresciuto e le cantavamo insieme. Sa, è piuttosto strano anche solo stare in una stanza quando qualcuno è in piedi e qualcuno è sdraiato, come ero io in quelle sessioni di posa, perché mi era sembrata la posizione più comoda. E poi si manifesta una “terza persona” nella stanza, che è il dipinto e a volte c’è una sorta di rivalità che si instaura».
I quadri che la ritraggono sono molto intensi, come tutta la pittura di Lucian, e lei sembra completamente abbandonata.
«A volte mi appisolavo e poi Lucian mi svegliava perché, ovviamente, quando dormi il tuo viso fa tutte quelle cose buffe e sbavi e russi… In quel periodo passavo anche venti ore alla settimana da sola con lui, cosa che la maggior parte delle persone non fa mai con il proprio padre durante l’adolescenza: ci siamo avvicinati in quella fase della vita in cui di solito ci si distanzia dai propri genitori».
Lucian Freud
Che rapporto ha con i suoi fratelli?
«Siamo una sorta di grande famiglia. Domani ceno con mia sorella Esther, mio fratello mi ha portato fuori la settimana scorsa. Nella nuova generazione, i cugini vanno tutti d’accordo e ci riuniamo spesso. C’è una bella sensazione di intimità. Immagino ci siano cose molto specifiche in comune tra di noi che vanno piuttosto in profondità».
L’eredità del suo bisnonno Sigmund? Lei la sente?
«Credo di sì, nel modo in cui vedo le cose e poi le racconto. Avverto come le persone siano plasmate da ciò che hanno vissuto e persino da ciò che non hanno vissuto. Ho amici che hanno una bella vita ma sono infelici, e so che è successo qualcosa di davvero difficile ai loro nonni. Ho la sensazione che ci siano questi barlumi di eventi passati che rendono instabili le persone. Penso anche a questo quando creo i miei personaggi, alla storia delle loro famiglie. Ero molto sensibile a tutto questo fin da piccolissima».
In terapia freudiana è mai stata?
«Forse…(tace un attimo). Sa, ho letto... ho letto molto. Penso che la psicoanalisi sia un modo senza pari per comprendere la natura umana. Sa cosa diceva sempre mio padre? “Funziona, ma non è adatta alla durata della vita umana. Ci vorrebbe più di una vita. Per tornare più lucidi la seconda volta”».
Il libro
Ti voglio bene, mi manchi di Susie Boyt (Bollati Boringhieri, traduzione Ilaria Dagnini Brey, pagg. 192, euro 18)